Antonio Macaluso, Corriere della Sera 08/12/2011, 8 dicembre 2011
A PROPOSITO DELLA GIUSTIZIA
Può, deve un governo tecnico nato per salvare il Paese dalla più rovinosa crisi economica del dopoguerra occuparsi anche di giustizia? Vista la sua situazione disastrosa, non c’è dubbio: sì e al più presto. E questa sembra essere l’intenzione della nuova Guardasigilli, Paola Severino.
Il responsabile della Giustizia ha infatti annunciato che intende portare entro la fine dell’anno in Consiglio dei ministri l’emergenza carceri e l’accelerazione della giustizia civile. Proprio su questo versante, più volte l’Europa ci ha richiamati — l’ultima chiedendo di ridurre del 20 per cento l’enorme contenzioso — e la Banca d’Italia stima il costo dei ritardi in circa 20 miliardi di euro l’anno. Un’intera manovra economica.
I tre anni di governo Berlusconi sono stati, da questo punto di vista, non solo inutili ma dannosi. Il reiterato ricorso o tentato ricorso (o anche solo sospettato ricorso) a leggi ad personam, ha innescato una devastante battaglia tra maggioranza politica e magistratura, senza che si riuscisse almeno ad intervenire sul funzionamento degli uffici giudiziari. Il risultato è che il Paese si ritrova con una non scalfita massa di oltre 5 milioni di processi civili pendenti e 1,3 milioni di procedimenti penali. La Cassazione, che ha ora 400 giudici, smaltisce 30 mila ricorsi civili, 50 mila penali e ha centomila processi arretrati. La Corte analoga tedesca esamina ogni anno 3 mila casi civili e 3 mila penali, quella francese, 18 mila civili e 7 mila penali. La Corte Suprema degli Stati Uniti, che unifica funzioni di Cassazione e Corte Costituzionale, decide 75-80 processi l’anno. La fonte di questi dati è il vicepresidente del Csm, Michele Vietti. Quello che se ne deduce, è che i tribunali affogano nelle cause.
Cosa può, deve fare allora un governo tecnico? Se più difficile appare mettere mano a questioni più «politiche» e controverse come la separazione delle carriere della magistratura inquirente e giudicante, più possibile sarebbe invece riorganizzare gli uffici giudiziari. Un sistema ottocentesco, al quale va dato un profilo di modernità, efficienza, economicità gestionale. Su questo, ne siamo certi, l’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) è pronta a dare un contributo sostanziale. Il suo giovane presidente, Luca Palamara sa bene — e probabilmente questa volontà ha esternato ieri alla ministra della Giustizia, Paola Severino — che l’occasione di un governo tecnico di emergenza rischia di essere davvero unica per mettere mano alla macchina della giustizia. Vuole la logica del riassetto che ci siano inevitabilmente passaggi indigesti per tutto quello che intorno a quella macchina ruota: non solo magistrati, ma impiegati, forze dell’ordine, avvocati. Tanto per fare un esempio, come per gli ospedali, si impone per gli uffici giudiziari uno sfoltimento con annessa riallocazione. Il che non potrà non comportare — oltre agli evidenti vantaggi economici e di efficienza — anche alcuni disagi. In questo lavoro, l’appoggio dei magistrati sarà determinante. Sgombrato il campo da un governo guardato, nella migliore delle ipotesi, con sospetto ad ogni suo passo, i magistrati hanno l’occasione per dimostrare di non essere una corporazione ma una categoria aperta a un Paese che ha bisogno di giustizia, di giustizia efficiente. Perché, oltre al riassetto degli uffici, alle necessarie dotazioni di fondi e di mezzi, esiste un problema di aumento di efficienza. L’Anm va fiera dei recenti dati che vedono, sotto il profilo della produttività, i magistrati italiani ai primi posti della classifica internazionale. Ma non può non sapere che, come tutte le classifiche, anche questa è la media tra eccellenze e deficienze. Dunque, va affinato il meccanismo dei controlli quadriennali in modo da non lasciare dubbi sul fatto che quelle rilevazioni siano oggettive e mai rese opache da un pur naturale istinto corporativo. E va risolto, come richiesto non solo dall’Europa, ma anche dal Capo dello Stato, il tema di un codice deontologico tale da garantire, al di là di ogni ragionevole dubbio, ogni cittadino che con la giustizia si ritrovi a che fare.
Se questa è la prova che possono dare i magistrati, quella che si chiede ad una formidabile conoscitrice della materia come la ministra Severino è di dare sostanza al suo stesso annuncio di ieri. Come per le amarissime medicine appena somministrate con il decreto varato domenica, anche per una riforma razionale e parziale della giustizia sarà difficile per le forze che sostengono questo governo, far finta di niente.
Antonio Macaluso