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 2011  dicembre 08 Giovedì calendario

«CAPASTORTA», L’EX KILLER TRADITO DALLE SIGARETTE

Nel marzo scorso Francesco Russo da Casal di Principe, cinquantenne considerato «reggente» di un gruppo camorristico legato al boss Francesco Schiavone detto Sandokan, chiacchierava a bordo di una macchina con un certo Pasquale, suo amico. Una microspia piazzata dagli agenti della Direzione investigativa antimafia registrava. Russo esprimeva una preoccupazione: «Tu che dici... A Michele Zagaria... la monnezza Chiaiano, la monnezza qua, la monnezza là... se prendono a questo... Se arrestano a questo è finito tutte cose... dobbiamo andare solo a lavorare». Pasquale era d’accordo: «Già non ci sta nessun altro», e Russo insisté: «Ma quello, già mo’ non ci sta niente più».
Tre mesi dopo quel colloquio Francesco Russo fu arrestato, e ieri è toccato a Zagaria. Chissà che avrà pensato il gregario alla notizia della cattura del boss, se è davvero finita o ancora no.
Chi alla caccia al super-latitante ha dedicato buona parte degli ultimi sei anni di lavoro, il pubblico ministero anti-camorra Antonello Ardituro, ritiene che altri leader e personaggi di quel calibro in circolazione tra i Casalesi non ce ne siano: «Non saprei dire a chi passerà adesso il comando, perché i capi e i sottocapi di un certo peso li abbiamo presi tutti». E di Zagaria disegna questo ritratto: «Lui è il boss della riservatezza, uno che incontrava pochissime persone, in giro si faceva vedere poco. Ma quando arrivava un suo ordine non si discuteva, si eseguiva e basta».
Così hanno raccontato i pentiti. I pochi che hanno avuto l’opportunità di vederlo venivano ammessi alla sua presenza dopo lunghi tratti di strada percorsi nel chiuso del bagagliaio di un’auto, per non riconoscere le strade. E se gli hanno parlato hanno ricevuto disposizione perentorie. Come quando un imprenditore implorava uno sconto sul pizzo in virtù della vicinanza con altri ambienti vicini ai Casalesi. «Zagaria — ha riferito il pentito Emilio Di Caterino — mi chiese di rappresentargli che proprio grazie al suo rapporto con Raffaele Bidognetti poteva fargli "un’attenzione" chiedendogli solo il 5%, ma non poteva ridurre oltre la somma estorsiva».
Questioni economiche, ma anche di rispetto per un boss cresciuto come killer — al processo Spartacus è stato condannato per omicidio — è diventato l’emblema della camorra imprenditrice. Anche grazie al fratello Pasquale — passato dalle patrie galere come gli altri due, Antonio e Carmine — che con le sue ditte prendeva appalti e subappalti, fornendo la copertura per l’espansione al Nord, dall’Emilia alla Lombardia. Entrava in affari di tutti i generi, Michele detto «Capastorta», dai rifiuti alle autostrade, ai supermercati. Insieme alla «famiglia» Tavoletta di Villa Literno ha minacciato e preteso soldi perfino da marchi noti come Cirio e Parmalat, per mettere le mani sulla vendita del latte. «I Casalesi — hanno scritto i giudici di Santa Maria Capua Vetere — costringevano prima la Cirio e poi la Parmalat a dare loro in concessione la distribuzione del latte nella provincia, con risultati peraltro strepitosi dal punto di vista commerciale; e per altro verso imponevano ai predetti colossi agro-alimentari di versare, attraverso documentati artifici contabili, una tangente mensile di circa 50 milioni di vecchie lire. Tali somme, almeno sino al marzo 2004, venivano riversate nella casa comune del clan».
Eppure, una carriera criminale contrassegnata da simili infiltrazioni criminali s’è conclusa in un sotterraneo, dove il boss che intascava «tangenti griffate», per così dire, era costretto a rintanarsi. Gilberto Caldarozzi, il direttore del Servizio centrale operativo della polizia che aveva già all’attivo catture eccellenti come quella di Bernardo Provenzano e altri latitanti famosi, s’è trovato davanti una persona dall’aspetto rassegnato, vestito di tutto punto già all’alba, che chiedeva di non continuare a trivellare il pavimento per non rimanere incastrato sottoterra. «Avevamo capito che dentro quella casa sempre abitata poteva esserci anche lui dall’acquisto di sigarette della sua marca preferita da parte di uno degli inquilini in una tabaccheria fuori dal paese», svela il poliziotto.
Già l’anno scorso i suoi uomini — insieme a quelli delle squadre mobili di Napoli e Caserta — erano arrivati vicini al boss. Allora sventrarono un negozio e una casa di Aversa, convinti che lì sotto ci fosse il ricercato. Non trovarono nessuno, e il proprietario di quei locali fu risarcito dallo Stato per la distruzione di pavimenti e muri. Era Giuseppe Inquieto, fratello di Vincenzo, il padrone dell’abitazione dove ieri è stato preso Zagaria. Che probabilmente di giorno risaliva dal sottosuolo e stava in casa, pronto a interrarsi di notte o al sentore di qualche imprevisto. Niente a che vedere con la leggenda che lo voleva discutere di affari accomodato in poltrona, mentre accarezzava una tigre tenuta al guinzaglio.
La forza della sua latitanza durata più di tre lustri stava anche nella solitudine del boss. Un «senza famiglia», niente mogli né figli o altri «legami stabili» che spesso consentono agli investigatori di afferrare il filo giusto per arrivare al ricercato. Zagaria no. Ma se non s’è allontanato dalla famiglia Inquieto dopo il fallito blitz di un anno fa, significa che non aveva molte altre alternative. E che si sentiva protetto dalla popolazione locale. Quando è uscito dal bunker in manette ha confidato un po’ di fastidio per il giubilo dei poliziotti, che gli pareva fuori luogo, mentre mandava cenni di riconoscenza ai vicini di casa che lo salutavano con rispetto, se non affetto. «’A Maronna ti benedica per il bene ci hai fatto», gli ha detto un’anziana signora.
«Con questo arresto abbiamo completato la liberazione del territorio dai boss — commenta il pm Ardituro —, dopo aver scoperchiato la pentola delle collusioni con la politica e l’economia. Ora spetta alle altre istituzioni, alla società civile e alla gran parte di cittadini onesti approfittarne per costruire un futuro di relazioni sane e non inquinate dal crimine».
Giovanni Bianconi