Fulvio Bufi, Corriere della Sera 08/12/2011, 8 dicembre 2011
SCOVATO IN UN TUNNEL L’ULTIMO BOSS DI GOMORRA —
Alla fine Michele Zagaria si è sentito liberato solo quando i poliziotti sono entrati e gli hanno messo le manette. All’improvviso il suo mondo sei metri sottoterra aveva smesso di essere comodo e protettivo ed era diventato una trappola. Buio fino a fargli perdere l’orientamento, soffocante perché ora nemmeno l’areatore funzionava più. Lui ansimava immobile in quel buco e sulla sua testa picchiavano i martelli pneumatici. È stato allora che ha cominciato a urlare «basta, fermatevi, sto qua», ma la sua voce dal nulla era un soffio in mezzo al rumore delle scavatrici. Poi però lo hanno sentito, e in quel momento la latitanza dell’ultimo grande capo della camorra casalese, iniziata oltre quindici anni fa, è finita per sempre.
Un segno d’intesa tra i poliziotti, e nel bunker sotterraneo si riattiva l’energia elettrica. L’impianto di areazione riprende a funzionare e si riaccendono pure i monitor delle telecamere a circuito chiuso dai quali fino a poco prima Zagaria osservava gli uomini delle squadre mobili di Napoli e Caserta e quelli del servizio centrale operativo della polizia, convinto che anche stavolta si sarebbero dovuti arrendere all’invisibilità dei suoi nascondigli e andarsene a mani vuote come accadde un anno fa, sempre da queste parti. Invece no, stavolta è finita, come gli dice Catello Maresca, uno dei pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Napoli che non hanno mai smesso di dargli la caccia. E lui è costretto a essere d’accordo: «Sì, è finita». Con il telecomando fa scorrere un sofisticato sistema di binari e attiva l’apertura della botola che i martelli pneumatici stavano per sfondare e si consegna, senza armi e senza arroganza. Nel suo ben arredato monolocale con bagno, la polizia trova tv a schermo piatto, pc, libri sulla camorra e su Steve Jobs, le foto dei nipoti del boss in una cornice a forma di cuore, e appesi al muro un crocifisso e un poster della Ferrari. E un uomo di 53 anni irriconoscibile rispetto alle vecchie foto segnaletiche in circolazione e diverso anche dalle successive elaborazioni al computer. Ma non un uomo piegato dalla vita passata nell’ombra. Sente i poliziotti esultare e ammette: «Sì, ha vinto lo Stato», ma nessuno dei presenti è certo che non lo dica con ironia. Però «si è comportato con rispetto», racconta il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho, che contro i casalesi fu pm al processo Spartacus e ora guida un pool di sostituti che è stato capace di colpire il più potente cartello camorristico a tutti i livelli: militare, imprenditoriale e politico.
E che è arrivato a Zagaria grazie non solo al lavoro investigativo della polizia, ma anche a indagini supertecnologiche, come l’utilizzo di aerei militari dotati di strumentazioni in grado di rilevare la presenza di persone al di sotto del livello stradale. Perché che l’ultimo casalese latitante si nascondesse in bunker sotterranei era una certezza per gli investigatori. Come lo era che stesse a Casapesenna, il suo paese, o nelle immediate vicinanze, come ogni capomafia che non si allontana mai dal suo territorio.
L’ultimo nascondiglio di Michele Zagaria era coperto da una villetta grigia e brutta, costruita probabilmente dopo la realizzazione del bunker, in vico Mascagni, zona di masserie riadattate e abusi edilizi. Si prendeva cura di lui la famiglia di Vincenzo Inquieto, fratello dell’uomo al quale un anno fa gli agenti della squadra mobile di Napoli smantellarono la casa convinti che vi si nascondesse il boss. Allora non lo trovarono e Zagaria ha vissuto un anno di latitanza in più. Ma da ieri è chiuso in carcere al 41 bis: il primo firmato dal Guardasigilli del governo Monti, Paola Severino.
Fulvio Bufi