Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 08/12/2011, 8 dicembre 2011
UNA CORREZIONE NECESSARIA
Il governo Monti può ben essere incalzato con l’arma della critica. Angelo Panebianco, per esempio, teme che, rinviate a un secondo tempo, le liberalizzazioni non arrivino più (Corriere di ieri). Mediobanca auspica una riduzione di 100 miliardi del debito pubblico attraverso la cessione di attività statali pagabili con i Btp di banche e assicurazioni, e per ora è silenzio. Ma alla fine un dato appare chiaro: questa manovra, essenziale per i conti pubblici, è poco emendabile a saldi invariati. E tuttavia su un punto che riguarda milioni di cittadini — la sospensione per due anni dell’adeguamento al costo della vita delle pensioni superiori ai mille euro — il Parlamento può migliorarla e ieri c’è stato un primo passo. Da questo provvedimento, che secondo l’Inps colpirà il 53% dei pensionati, il governo attende un risparmio di 2,8 miliardi nel 2012 e di 4,9 miliardi nel 2013. Somme non più recuperabili dai pensionati alla ripresa dell’indicizzazione.
Per amore di verità, va riconosciuto che il taglio penalizza soprattutto le pensioni calcolate con il metodo retributivo, la cui generosità è da tempo considerata insostenibile. Va pure ricordato che finora si sono toccati i pensionandi e mai, o quasi, i pensionati. Ma proprio qui sta il problema. Diminuire con un tratto di penna l’entità delle pensioni in essere, già da 20 anni svincolate dai salari, genera incertezza e paura del domani in persone che non avranno altro modo per recuperare se non consumare ancora meno; persone che adesso, in molti casi, torneranno a pagare l’Ici sulla prima casa. Di qui l’urgenza di una correzione.
Il governo, ieri in Commissione Lavoro, ha dimostrato apertura all’emendamento che vuole alzare la soglia dell’indicizzazione da 1.000 a 1.400 euro. Costerebbe, secondo la Ragioneria, 2,8 miliardi nel biennio. Si potrebbe fare anche di più individuando altre fonti di finanziamento per lo Stato.
Una fonte potrebbe essere il ritocco dell’imposta sui capitali scudati, introdotta dal decreto. Si tratta di un’imposta discussa: per i critici, lo Stato verrebbe meno alla parola data; per altri, lo scudo sana le imposte evase e le relative sanzioni, ma non ipoteca il futuro. Resta il fatto che, come ha ricordato l’ex presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, ogni contratto può essere riscritto di fronte a cause di forza maggiore. In Borsa, per dire, tutti ricordano che, dopo l’11 settembre, la Pirelli si rifiutò di pagare il prezzo pattuito per la Telecom e il venditore capì. L’attuale tempesta sui mercati non è meno grave di quella di 10 anni fa. Se dunque si aumentasse dall’1,5 al 5% l’imposta sui capitali scudati, si avrebbe un gettito di 7 miliardi anziché di 2,1. E qualcosa di più potrebbe venire se, come invano chiese Bruno Tabacci a valle dello scudo tremontiano, le banche dovessero informare l’Agenzia delle Entrate sulle procedure adottate per regolarizzare i valori immobiliari localizzati in Italia ma posseduti da società estere. Si sa che non poche immobiliari d’alto bordo hanno scudato a un decimo del valore vero con la complicità delle banche.
Un’altra fonte potrebbe venire dai capitali clandestinamente costituiti da italiani in Svizzera: un’una tantum robusta per sanare il passato (tra il 19 e il 34%) e normale tassazione dei rendimenti con le banche svizzere sostitute d’imposta. Germania e Regno Unito hanno fatto un accordo simile con Berna. Il viceministro Giarda lo esclude per l’Italia. C’è il fumus dell’ennesimo condono. E l’Ocse teme che aiuti il riciclaggio. Ottimo, purché il contrasto all’evasione, adesso, ci faccia sognare.
Massimo Mucchetti