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 2011  dicembre 04 Domenica calendario

La stampa, che vergogna! – «La notizia è quella cosa che vuole leggere un signore che non si interessa un granché di nulla

La stampa, che vergogna! – «La notizia è quella cosa che vuole leggere un signore che non si interessa un granché di nulla. Ed è notizia fino a quando la continua a leggere». Così mister Corker diceva a mister Boot in un dialogo di L’inviato speciale, il romanzo di Evelyn Waugh che ha steso mani di satira sui vizi del giornalismo anglosassone. Ispiratore di quel racconto fu lui stesso, inviato dal «Daily Mail» in Abissinia, lucido interprete di una genia che, nella versione massimamente deteriore, sfila oggi sul banco degli imputati. «Giornalisti alzatevi!», vien da dire guardando passare in rassegna davanti alla Commissione Leveson per l’etica dei media, protagonisti e comparse di un mondo che scricchiola sotto il peso del «News of The World». Mentre gli inquirenti indagano sui risvolti penali di intercettazioni telefoniche architettate da investigatori privati al soldo del settimanale di Rupert Murdoch, si radica la convinzione che il fenomeno sia stato molto più vasto. Nella smania di dare da «leggere qualcosa a chi non s’interessa un granché di nulla» così avrebbero fatto in molti, gettando ossa di pettegolezzo a una platea in cerca di distrazione. Sussurri sul «Sun», voci sul «Daily Mirror», gossip sul «Daily Star», in un’ecumenica combriccola che potrebbe lanciare lampi d’imbarazzo su tutto l’arco parlamentare mediatico, dal conservatore, con licenza di divagazioni, «Sun», al laburista «Mirror». La Commissione Leveson dovrà preparare un rapporto sulla qualità del giornalismo anglosassone, sulla «cultura, le pratiche, l’etica dei media», ben oltre le intercettazioni. Non si cercano responsabili di specifici crimini, ma i mandanti. Da scovare in retaggi antichi, invalse abitudini, pratiche vere e non luoghi comuni, per giungere a una conclusione carica di conseguenze non solo morali e per rispondere a un interrogativo: come regolare i mezzi di comunicazione in una società democratica e avanzata? L’attuale sistema di autoregolamentazione gestito dalla Press complaints commission non regge più, distrutto com’è stato dalle rivelazioni sul modus operandi del «News of The World». Scandalo, lo ricordiamo, portato in superficie non da un’inchiesta giudiziaria, ma giornalistica per la determinazione del «Guardian» e in particolare di un reporter, Nick Davies. C’è di buono dunque, di ottimo anzi, nel giornalismo anglosassone. Inutile dirlo. Il marcio s’annida nello scandalismo estremo dei tabloid, declinato con l’ansia di una concorrenza ridicola che talvolta occhieggia, pericolosamente, anche nei giornali di qualità. Ma questa è un’altra storia, quella che vogliamo raccontare è fatta di testimonianze andate in scena dal 14 novembre a oggi. Vittime e carnefici si sono alternati in rapida successione, agghiaccianti storie dell’orrore sono comparse sulle labbra di celebrità e di gente comune. L’affondo di Hugh Grant contro i giornali scandalistici per la costante violazione della privacy che ha messo in pregiudizio la sua vita sentimentale e le peripezie dell’attrice Sienna Miller in lacrime, o quasi, nel ricordare l’inseguimento di decine di fotografi in piena notte, si sono scoloriti fino a perdere tonalità nel racconto di Margaret Watson. La celebrità delle star ha un prezzo carissimo a queste latitudini, ma largamente prevedibile e in parte inevitabile. Anche quello, davvero brutto, pagato da J.K. Rowling che trovava nello zainetto dei figli i messaggi di reporter a caccia di un contatto con la famiglia di Harry Potter. Nulla a che vedere, però, con la devastazione di una vita. Di questo ha parlato la sconosciuta signora Watson, ricordando la figlia, Diane, di 16 anni, accoltellata a morte da una compagna di scuola. L’assassina è all’ergastolo, ma questo non ha trattenuto la stampa dal lanciare sospetti sulla vittima accusata di bullismo. «In quelle cronache – ha detto Margaret Watson – la vita di Diana fu rovistata, l’essenza stessa della sua personalità del tutto rovesciata, la sua memoria cancellata». Margaret e il marito Jim, oggi più vecchi e immensamente più fragili, hanno retto il colpo, il figlio quindicenne Alan, fratello di Diane, no: è stato trovato suicida con i ritagli dei giornali dedicati alla sorella stretti in mano. Nessun aggettivo può bastare. Neppure, crediamo, per la testimonianza di Gerry e Kate McCann, genitori di Madeleine, la bimba sparita in Portogallo. «Volevamo urlare, ma le parole non hanno peso se lanciate contro media così potenti», hanno detto al giudice Leveson ricordando gli espliciti innuendo dei tabloid alle loro presunte responsabilità nella scomparsa della figlia. Toni che echeggiano quelli di Max Mosley ex capo della Formula Uno, finito in prima pagina del «News of The World» sotto il titolo «Per Mosley orgia nazista con 5 prostitute». Fra lo scherno del mondo fu costretto ad ammettere il vizietto sadomaso, ma riuscì a negare ogni riferimento al nazismo di cui suo padre Oswald fu profeta in Gran Bretagna. Da quel giorno Max Mosly ha dichiarato guerra ai tabloid, ha vinto cause per danni e sta ancora cercando di bloccare i video in venti Paesi. Una guerra con un caduto: il figlio Alexander morto di un’overdose di eroina. «Non posso dire che se non ci fosse stato il "News of The World", Alexander sarebbe ancora vivo. Ma per chi soffre di depressione come soffriva lui, fu un altro dolore». Schegge di esistenza frullate fra loro, presentate in convulsa successione e alternate al verbo di reporter pentiti come Robert Peppiatt del «Daily Star» che ha confessato di aver inventato di sana pianta notizie con il viatico della direzione. «Il giornale si faceva al desk», ha aggiunto cogliendo il plauso di Alistair Campbell, potentissimo ex portavoce di Tony Blair, per il quale il giornalismo inglese «è francamente putrido in molti elementi». La decomposizione di una professione che l’ex spin doctor denuncia nel "copia incolla" di informazioni di seconda, terza, quarta mano e non solo. «È endemica l’abitudine di adattare le notizie all’opinione del giornale». Il «Daily Mail» scrisse che l’Unione europea minacciava «il kilt scozzese, i piselli inglesi e il curry» nella furia di uniformare le regole. Non era vero, ma – secondo Campbell – era funzionale a un giornale antieuropeista che voleva solleticare l’animo dei propri lettori. Dire spazzatura non basta. Dietro l’indignazione resta l’interrogativo su ruolo, funzioni, regole dell’informazione che il dibattito inglese sta ponendo. Alistair Campbell ha toccato un altro nervo nel sottolineare che «per i tabloid monitorare la vita privata delle celebrità è considerato un servizio al pubblico». Lady Diana insegna, e via a ritroso dal diciottesimo secolo. Tema che un reporter del «News of The World», Peter Mc Mullan, ha elevato a teoria, arrivando anche a giustificare l’hacker pagato dal giornale che intercettò il telefono di una ragazzina rapita, Milly Dowler, convincendo in tal modo inquirenti e familiari che era ancora viva. Milly era già morta, ma questo non impedisce al cronista di essere certo, ancora oggi, che era cosa giusta perché a muovere i cronisti erano «buone intenzioni mentre la polizia appariva incompetente». Ma è compito, davvero, di un giornalista assoldare un investigatore e infrangere la legge per indagare un caso di rapimento? Il dubbio è inevitabile, forse retorico. E non è l’unico nello psicodramma collettivo che declina informazione e politica, ambizioni e concorrenza, danari e celebrità in scena in Inghilterra. Audace esercizio di purificazione, lavacro nazionale dal quale promette di uscire un mondo diverso da quello di oggi. Non resta che sperare, con buona pace per la "notizia", nell’interpretazione estrema del pensiero di mister Corker.