Roberto Napoletano, Domenicale Il Sole 24 Ore 4/12/2011, 4 dicembre 2011
Il sarto, il lavoro e l’abito mentale che serve al Paese – «Vado dal sarto e ritiro un abito», provo a congedarmi così ieri, alle quindici, da un mio amico
Il sarto, il lavoro e l’abito mentale che serve al Paese – «Vado dal sarto e ritiro un abito», provo a congedarmi così ieri, alle quindici, da un mio amico. «Hai chiesto se è aperto? Adesso, è aperto?» mi chiede perplesso. «Che domande fai? Non ha mai saltato un sabato e una domenica, certo che è aperto. Per non esserci deve solo avere la febbre a quaranta» è la mia risposta. Abruzzese della provincia di Chieti, per la precisione di Gissi, paese di "zio Remo" Gaspari, l’ex ministro dc scomparso di recente nella casa di famiglia in cui era nato, un secondo piano senza ascensore, Giuseppe Cirulli fa il sarto a Roma da sempre, è arrivato a diciassette anni e ora ne ha settantacinque. Nella sua bottega, in via Anemorense, quartiere Trieste, c’è tutti i sabati e tutte le domeniche, mattina e pomeriggio, salute permettendo. Le sole eccezioni sono i giorni di Pasqua, Natale, Capodanno e due-tre settimane intorno a Ferragosto. Anche ieri c’era, in perfetta forma. Lo guardo e mi vengono in mente gli occhi e la mimica con cui mi ha raccontato, più volte, perché è venuto a Roma e perché fa il sarto. Il racconto, più o meno, è il seguente: «Mia madre mi diceva, tu in paese non ci devi restare, imparati un mestiere e vai a Roma, fai il sarto, vedrai che ci azzecchi». Giuseppe, a modo suo, ci ha «azzeccato». Ricordo una telefonata di qualche tempo fa: volevo solo annunciare una mia visita, lui invece aveva voglia di parlare. Mi fa: «È passato di qui il presidente, Carlo Azeglio Ciampi, un altro affezionato cliente, e mi ha detto: Giuseppe, lavori troppo, però fai bene». Sa che cosa ho risposto? «Dobbiamo lavorare, e non c’è bisogno che lo dico a lei presidente, perché così il cervello si mantiene sempre in moto». Cirulli Giuseppe, anni settantacinque, in servizio permanente effettivo nella sua bottega, sabato e domenica, mattino e pomeriggio inclusi. Nelle mani e nelle gambe, ma soprattutto nella testa di questo artigiano, mezzo abruzzese e mezzo romano, c’è la sintesi di quella voglia di fare e di quello spirito di dedizione e di riscatto che uomini e donne hanno avuto, in Italia, nel dopoguerra. Uno spirito che abbiamo smarrito, negli anni, e dobbiamo invece impegnarci a ricostituire in fretta. Cirulli direbbe: il lavoro è il mio riposo. Lui, forse, non lo sa, ma l’abito mentale che servirebbe oggi al Paese, per ripartire, è proprio il suo. roberto.napoletano@ilsole24ore.com