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 2011  dicembre 09 Venerdì calendario

La festa per il Don Giovanni c´è stata, con dieci minuti di applausi, lanci di fiori, osanna ai cantanti e un incasso record di 2 milioni e 390 mila euro (l´8% in più dello scorso anno), soltanto un po´ guastata da qualche fischio alla regia di Robert Carsen, che ha reso omaggio alla Scala con un allestimento tutto giocato sul teatro nel teatro, e anche (meno prevedibile) per la direzione di Daniel Barenboim, che ad alcuni è parsa cupa e poco gioiosa

La festa per il Don Giovanni c´è stata, con dieci minuti di applausi, lanci di fiori, osanna ai cantanti e un incasso record di 2 milioni e 390 mila euro (l´8% in più dello scorso anno), soltanto un po´ guastata da qualche fischio alla regia di Robert Carsen, che ha reso omaggio alla Scala con un allestimento tutto giocato sul teatro nel teatro, e anche (meno prevedibile) per la direzione di Daniel Barenboim, che ad alcuni è parsa cupa e poco gioiosa. Tanto che il maestro, un po´ contrariato al suo ingresso in camerino alla fine dello spettacolo, a bocce ferme non ha risparmiato le critiche a chi, al suo arrivo sul podio prima del secondo atto, gli ha urlato «Troppo lento» (secondo i rumors si tratterebbe di un loggionista, storico fan di Muti). «Queste proteste si verificano in Italia, ma anche in Germania» ha spiegato Barenboim, che era al suo primo 7 dicembre come direttore musicale scaligero e che non è mai stato contestato a un´inaugurazione (qualche dissenso c´era stato per il Simon Boccanegra di Verdi). «Io sono liberale e penso che chiunque abbia il diritto di esprimere la propria opinione. Ma non si viene a teatro per gridare. Se al ristorante mangio male, non vado in cucina a urlare al cuoco che il cibo è cattivo: magari do una mancia più piccola e non torno più». Una provocazione alla quale, dice, non si deve mai rispondere: «Ma se avessi voluto, avrei detto a quel signore: ora può andarsene perché il secondo atto non sarà più veloce» ha raccontato con arguta ironia. Resta per lui la soddisfazione di aver affrontato un´opera italiana di Mozart in Italia, come era suo desiderio, e di aver avuto tra gli ospiti il capo dello Stato Giorgio Napolitano (col quale ha pranzato prima dello spettacolo e che ha devoluto alla West-Eastern Divan, fondata da Barenboim e dal palestinese Edward Said, 900 mila dollari del Premio David, uno dei più importanti riconoscimenti israeliani, destinato a uomini politici, di scienza e di cultura) e il premier Mario Monti, habituée della Scala. «I politici, anche se non amano la musica, devono partecipare a eventi come la "prima" scaligera, perché devono essere d´esempio per i cittadini». E già pensa al futuro, nel segno di Wagner: il Siegfried nel novembre 2012, il Lohengrin del prossimo 7 dicembre con la regia di Claus Guth e, tra i cantanti, Anja Harteros, René Pape e Jonas Kaufmann, fino all´esecuzione di tutta la Tetralogia nel 2013. Ma la sorpresa più grande sarà Rossini (forse il Barbiere), nell´estate del 2016 per un mini-festival in tre titoli, come annuncia il sovrintendente Stéphane Lissner. Moderna e piena di trovate, la regia di Carsen ha diviso il pubblico dei loggionisti e dei vip (molto critico Francesco Saverio Borrelli, entusiasta Cesare Romiti). Ma lui, il canadese che alla Scala ha già realizzato bellissimi spettacoli come Dialogues des Carmelites, Kat´ja Kabanova, Candide e Alcina, glissa sui fischi («Non li ho sentiti») e preferisce sottolineare ancora la sua idea del Don Giovanni: «Volevo svelare la personalità del libertino, e mostrarlo come lo specchio di ciò che gli altri personaggi hanno dentro di sé. È energia pura, nel bene e nel male, e trascina anche gli altri». Il 7 dicembre? «Una cosa straordinaria perché rappresenta la cultura di un paese. ma io sentivo soprattutto la pressione di essere all´altezza di questo capolavoro di Mozart e Da Ponte».