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 2011  dicembre 08 Giovedì calendario

Paolo Villaggio elogia Berlusconi


L’ha capito anche Fantozzi: si stava meglio quando c’era Berlusconi. Eppure il nuovo libro di Paolo Villaggio, oggi in libreria, è stato stampato prima del decreto Torchia Italia: ma evidentemente il vecchio comico genovese possiede doti profetiche. Eppure l’editore Aliberti è uno degli azionisti del Fatto, organo ufficiale dell’antiberlusconismo militante: ma evidentemente in quell’ambientino, nonostante le apparenze illiberali, un qualche spazio per l’anticonformismo esiste.
Eppure l’intervistatore, Luca Sommi, non dimentica mai di rimarcare la propria personale avversione per il Cavaliere ormai caduto da cavallo: ma evidentemente non poteva censurare l’intervistato. Eppure (è il quarto eppure, adesso basta) Villaggio mi sembrava il classico comunista da Harry’s Bar, il radical chic e pure un po’ choc che gioca a fare l’estremista mentre con la coda dell’occhio controlla la filippina che spolvera l’argenteria: ma evidentemente mi sbagliavo, o mi sono perso qualche puntata. Sommi lo lascia a briglia sciolta e vengono fuori cattiverie un po’ su tutti, perfino sui santi (da cui il titolo del libro). A Calcutta incontrò Madre Teresa: dopo averlo fissato «con grande ostilità» (forse intuendo il personaggio) lo affidò nelle mani di una suora che, una volta rimasti soli, interpellata sul carattere della fondatrice rispose sottovoce: «La verità? Una carogna!».
In Africa conobbe l’ex assistente di Albert Schweitzer, altro benefattore di lebbrosi, altro premio Nobel per la Pace, e ne ricavò la seguente confidenza: «Non lo dica in giro, ma Schweitzer era una carogna, cattivissimo». Per Villaggio l’umanità è composta in massima parte da carogne e l’infamante definizione viene appioppata anche a vecchi, gloriosi colleghi di lavoro: «Alberto Sordi era una carogna, Rascel anche. Eduardo era il più stronzo». Si salva, incredibilmente, quasi solo Berlusconi parlando del quale i toni si fanno subito nostalgici, idilliaci. La conoscenza è antica e diretta. «A bordo delle nave Federico C., dove io facevo l’intrattenitore e Fabrizio De Andrè aveva un’orchestra, eravamo tutti genovesi tranne il pianista: era un ragazzo milanese che poi si è montato la testa e ha cominciato ad aprire televisioni, giornali, costruire città. Pensa che quel ragazzo milanese era talmente sveglio che poi è diventato presidente del Consiglio».
Fin qui possono essere d’accorso anche gli avversari: che Berlusconi sia sempre stato un ragazzo sveglio, a parte i giorni delle recenti dimissioni durante i quali somigliava più che altro a un pugile suonato, è difficile da negare. Ma Villaggio insiste: «Se dobbiamo giudicarlo secondo la mentalità americana io lo trovo una persona abbastanza straordinaria». Magari, avrà pensato l’intervistatore, il Berlusconi straordinario per la mentalità americana risulterà un Berlusconi subordinario, subumano, infimo, per la mentalità italiana. Macché, secondo l’intervistato il Cavaliere resta il numero uno anche se valutato con criteri più locali e terra-terra: «Tu hai un milione di euro da far amministrare a qualcuno e devi scegliere tra questi: Rutelli? Vendola? Veltroni? O Berlusconi?». Alla luce di questa domanda retorica, che è la più lampante delle affermazioni, il titolo del libro andrebbe leggermente allungato: «Non mi fido dei santi, ma di Berlusconi sì». La condanna di Villaggio per i professionisti della politica è antropologica e quindi senza appello: «Un politico per avere successo deve essere un uomo mediocre e di bassa cultura. Sono soggetti che prima fanno i portaborse: loschi figuri che stanno a fianco di un senatore stronzo e poi, al momento giusto, zac, lo sgambettano ed entrano a palazzo. Ecco il curriculum dei politici italiani». Impietoso identikit che rimanda a tanti capi e capetti del nostro Parlamento ma guarda caso non all’ex presidente del Consiglio, forse l’unico presidente del consiglio della storia repubblicana a non avere mai, nemmeno da giovane, nemmeno per dieci minuti, portato la borsa ad alcuno.
Il povero Sommi anti-Silvio non sa più che pesci pigliare e a questo punto ripiega su una domanda abbastanza neutra: «Con la caduta del governo il berlusconismo è finito?». La risposta deve averlo raggelato: «Non lo so, ma se fosse così sarei un po’ spaventato. Cosa verrà dopo?». Villaggio spaventato della fine del berlusconismo è una notizia ma forse lo spavento è soprattutto del suo personaggio, un Fantozzi subodorante la mazzata che Monti stava per assestare al ceto medio, agli impiegati, ai lavoratori e ai pensionati, insomma ai fantozziani di tutta Italia, sinistra compresa.

Camillo Langone