Ettore Livini, la Repubblica 9/12/2011, 9 dicembre 2011
Da aspiranti baby-pensionati a lavoratori a vita (o quasi) in poco meno di due ore. C´è un´intera generazione di italiani - i 2,7 milioni di occupati tra i 55 e i 64 anni - che non dimenticherà facilmente domenica 4 dicembre 2011
Da aspiranti baby-pensionati a lavoratori a vita (o quasi) in poco meno di due ore. C´è un´intera generazione di italiani - i 2,7 milioni di occupati tra i 55 e i 64 anni - che non dimenticherà facilmente domenica 4 dicembre 2011. Alla mattina si sono svegliati sereni, preoccupati solo dei regali di Natale e convinti di essere alla soglia del meritato ritiro dopo decenni di lavoro. Alle otto di sera la manovra Salva-Italia ha messo sottosopra la loro vita. Rivoluzionando il loro calendario esistenziale. «Io mica l´ho capito subito», racconta Michele Covelli, 55 anni e 2.052 bollini Inps all´attivo. Non ci ha messo molto però. La mattina dopo ha preso i giornali, consultato le tabelle sul ribaltone previdenziale targato Mario Monti e gli è venuto un colpo: «Ho lavorato 39 anni e sei mesi, ero convinto da luglio 2012 di dare l´addio all´ufficio e godermi l´esistenza con mia moglie». E invece in mezza giornata l´asticella della sua pensione si era alzata a luglio 2014. Roba da leccarsi i baffi rispetto ai drammi dei dannati della classe ´52 come Mario di Castelvetro Piacentino cui - come recita la mail che ha inviato a Repubblica.it - «hanno rubato cinque anni di vita (leggi pensione, ndr) in un pomeriggio». Lo spread, Frau Merkel e la lotta per il salvataggio dell´euro hanno per ora un po´ offuscato il loro dramma. La rivoluzione copernicana varata in manovra è destinata però a cambiare per sempre la vecchiaia degli italiani. E, di riflesso, il mondo del lavoro nel nostro paese. «I più giovani hanno capito da tempo che almeno fino a 70 anni dovranno rimboccarsi le maniche», dice Pietro Garibaldi, ordinario di economia politica presso l´Università di Torino. I 2,7 milioni di Dorando Petri della previdenza, crollati a un passo dal traguardo, invece no. «Obiettivamente è una fascia di persone che aveva aspettative troppo alte e che ora dovrà resettare da zero la propria esistenza», conferma Gianpiero Dalla Zuanna, professore di Demografia all´ateneo di Padova. «Un cambio di prospettiva in grado di provocare disagi anche gravi», anche per Massimo Livi Bacci, docente della stessa materia a Firenze. C´è chi sognava la briscola al bar del paese, chi il pomeriggio al parco con i nipotini, chi il lavoro in nero, chi le gite con gli amici in bicicletta. Tutto cancellato il 4 dicembre quando si sono resi conto che invece della pensione anticipata li aspetta un futuro da «lavoratori maturi», come li classifica il sociologo Alessandro Rosina. O da «mancati pensionati», come scherza Covelli. Il problema è che né loro né l´Italia sono pronti a questo choc. «Intendiamoci, dal punto di vista demografico non siamo davanti a una decisione strampalata», spiega Livi Bacci. L´età media degli uomini italiani è cresciuta negli ultimi trent´anni da 70 a 79 anni, quella delle donne da 77 a 84. E le aspettative di Covelli & C. «sono state costruite spesso sulle spalle di altre generazione, per cui - più che di una penalizzazione - si tratta di una perequazione», dice Dalla Zuanna. Sarà. Chi è finito nel tritacarne però fatica a farsene una ragione. «Eppure - assicura Rosina - non dovrebbe essere difficile, visto che il lavoro dopo i 60 anni allunga la vita». Carta canta: «Tutti i test cognitivi confermano che chi tiene impegnato il fisico e la mente dopo questa soglia d´età invecchia meno e vive meglio». E - fatto non secondario - guadagna di più visto che «lo stipendio da lavoro è in ogni caso maggiore di un assegno previdenziale», come assicura Garibaldi. Certo «si può rimanere attivi anche giocando a tennis a Capalbio», ride Livi Bacci. La generazione dei dannati della classe ´52 e dintorni, però, può consolarsi: passato lo choc del brutale annuncio di domenica, la vita dei mancati pensionati, in teoria, non è poi male. Peccato, appunto, per l´"in teoria". Nella pratica, infatti, l´Italia deve costruire dal nulla un nuovo quadro economico e normativo per adeguarsi ai lavoratori over 65 e rendere meno gravoso l´imprevisto tempo supplementare della loro vita professionale. La questione è lapalissiana. A 65-70 anni si rende meno che a 40. E non si possono certo passare ore in occupazioni troppo gravose. E non a caso negli altri paesi europei per i "nonni in ufficio" esistono regole ad hoc. Una è sorprendente: «L´apice della produttività di un dipendente è tra i 50 e i 60 anni - spiega Garibaldi -. Superata questa boa anagrafica in diverse nazioni lo stipendio inizia a scendere, anche per incentivare le aziende a tenere occupati i lavoratori». La contropartita («oggi in Italia non funziona così», dice Rosina) è la formazione permanente. «Bisogna combattere l´obsolescenza professionale investendo sulla preparazione del capitale umano - aggiunge il professore delle Cattolica di Milano -. Conviene anche al datore di lavoro». Terzo capitolo, importantissimo, l´uscita soft. «Il modello di welfare per gli ex baby pensionati l´abbiamo già sotto gli occhi - spiega Dalla Zuanna -. Sono gli artigiani e i liberi professionisti. Loro mollano poco alla volta. rallentano i ritmi, prendono in laboratorio i figli. E l´addio alla vita professionale, quando arriva davvero, è molto più indolore». Ergo: serve gradualità. «Bisogna imparare a utilizzare il part time, ridurre l´orario di lavoro giornaliero un´ora alla volta o spalmarlo su meno giorni alla settimana», suggerisce Garibaldi. Tenendo conto che, una volta stabilite le regole, bisogna prevedere le eccezioni. «Ci sono mestieri e professioni usuranti che da soli accorciano di qualche anno la prospettiva di vita di chi li esercita. E questa gente non può certo rimanere al lavoro fino a 70 anni», ricorda ad esempio Livi Bacci. Alla fine hanno tutti da guadagnarci. Lo Stato paga meno pensioni e forma una terza età più sana (risparmiando così pure sul sistema sanitario). La generazione indignata dei mancati pensionati, male che vada, arriverà alla pensione più ricca di quanto sarebbe ora. I giovani perché non pagheranno più di tasca loro assegni previdenziali da nababbi ai loro padri, bruciando un pezzo del proprio futuro. Tutto è bene quello che finisce bene. L´unico problema, adesso, è spiegarlo a Michele, Mario e al girone infernale dei nati nel 1952.