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 2011  dicembre 07 Mercoledì calendario

ASSOLTO STASI, IL PERSEGUITATO DAGLI OCCHI DI GHIACCIO


Per la giustizia Alberto Stasi è innocente. Non ha ucciso Chiara Poggi la mattina afosa del 13 agosto 2007, nella sua casa di via Pascoli a Garlasco. Alberto Stasi, da tutti descritto come il biondino dagli occhi di ghiaccio, ieri sera se n’è andato dal Tribunale di Milano con la seconda e piena assoluzione in mano. Sulla sua testa pendeva una richiesta di condanna a trent’anni per l’omicidio della ragazza che lui ha sempre detto di amare. E con la quale non c’era mai stato uno screzio. Mai una lite, mai uno scontro in quattro anni di fidanzamento. Fu lui a trovarla assassinata in fondo alla scala buia, quel lunedì d’estate piena. Fu lui a dare l’allarme. E su di lui, fin da subito, caddero gli occhi del sospetto. Forse perché Garlasco era andata quasi tutta in vacanza. Scriviamo “quasi”tutta e non tutta. Qualcuno era rimasto. Ma gli occhi degli inquirenti si piantarono immediatamente e soltanto su di lui. La tesi dei magistrati fu chiara fin dall’inizio e quel che più colpiva e inquietava era che essa si reggeva su una conclusione aprioristica, piuttosto che su un approccio investigativo serio. La tesi dei pm di Vigevano era questa: «È stato lui. Adesso cerchiamo le prove».
Le prove? La sola prova trovata dimostrava che Stasi era innocente: mentre Chiara moriva lui era a casa sua a scrivere al computer. Un alibi incontrovertibile. Impossibile da scalfire. Poteva bastare. Invece ci si è ostinati a sostenere che era l’unico colpevole possibile. Perché? La serie di argomentazioni portate scrivono le pagine più miserabili della storia giudiziaria, in quanto si reggono su ipotesi e supposizioni. Talvolta perfino contraddittorie.
Argomentazioni che per quattro anni hanno recitato così: Stasi è un freddo, quando trova Chiara morta e chiama i soccorsi non si dispera a sufficienza, dunque è stato lui. Stasi non si è abbastanza sporcato le scarpe nell’attraversare la scena del delitto: stessa cosa è accaduta ai due carabinieri intervenuti subito dopo, ma se questi avessero infilato i calzari, forse le protezioni si sarebbero macchiate come si deve. Invece Stasi non aveva sufficientemente allarmato i militari della presenza del sangue in casa: e lo ha fatto apposta per indurre gli investigatori a compromettere la scena del crimine. Argomenta così l’accusa. E aggiunge che il suo computer, intasato di materiale pornografico, poteva essere il movente del delitto. Perché se Chiara avesse scoperto quelle schifezze, si sarebbe di sicuro arrabbiata e lui, per timore di essere smascherato, sarebbe anche stato disposto ad ammazzarla. Tutto per via dell’elevata considerazione che il biondino dagli occhi di ghiaccio aveva di se stesso. Ovviamente l’omicidio, la mattina del 13 agosto, sarebbe stato da lui commesso nonostante l’assenza di una qualsiasi lite nelle ore e nei giorni precedenti. Ma Alberto Stasi è anche un tipo che non trasuda simpatia. È rimasto zitto a studiare il processo, invece di presentarsi davanti alle telecamere per giurare la sua innocenza e piangere la morte di Chiara. Per forza, è freddo e distaccato: insiste l’accusa. Dunque ha ammazzato.
È stato lui e non serve guardare altrove, neppure nella Garlasco solo apparentemente vuota. L’assassino non può che essere lui e prima o poi le prove salteranno fuori. Già al processo di primo grado, invece, di prove di colpevolezza non ne sono state portate. Per scrupolo il gup di Vigevano Stefano Vitelli, prima di pronunciare sentenza, ha ordinato di rifare le indagini rivelatesi lacunose. I risultati dei nuovi esami hanno però dato ragione a Stasi: stando a quattro perizie lui aveva detto la verità. Assolto in primo grado. Assolto in secondo. Una sentenza difficile da ribaltare davanti a una eventuale corte di Cassazione. Eppure Alberto Stasi era già stato condannato dalla piazza. Per quale ragione? Forse proprio per quel suo contegno e quel modo di mostrarsi distaccato. Per quell’aria da bocconiano laureato a pieni a voti che ha osato trovare lavoro, nonostante il processo d’appello ancora in corso. Per il modo di vestire elegante nonostante il lutto, perfino per la montatura degli occhiali e perché ieri, ascoltando il verdetto ha pianto un po’ e invece non doveva, com’era successo in assise. Oppure, se proprio era sua intenzione lacrimare, allora sarebbe stato meglio disperarsi. Per tutto ciò, Alberto Stasi, anche da innocente assolto due volte e scagionato da tre giudici, continuerà a essere guardato con gli occhi del sospetto. E a cambiare le cose non servirà la Cassazione.

Alessandra Mori