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 2011  dicembre 09 Venerdì calendario

In questi giorni tutti fanno la fila per dare la «pagella» alla manovra del governo Monti, che però sino ad oggi ha avuto buoni «voti» dall’unico valutatore che conta di questi tempi: il mercato

In questi giorni tutti fanno la fila per dare la «pagella» alla manovra del governo Monti, che però sino ad oggi ha avuto buoni «voti» dall’unico valutatore che conta di questi tempi: il mercato. Che sembra averlo premiato non tanto per il merito della manovra, ma per la serietà di chi la proponeva e la credibilità delle iniziative in essa contenute. I tempi di tagli proposti da una parte e recuperati dall’altra o di manovre fumose con numeri incomprensibili che cambiavano ogni due per tre sembrano finiti e il mercato sembra apprezzarlo. L’altro «voto» per il governo Monti verrà in questi giorni dai tedeschi che, se saranno convinti da Angela Merkel che «la manovra Monti dimostra che gli italiani sembrano oggi disponibili seriamente a fare sacrifici», le consentiranno di varare iniziative per salvarci da un default e così salvare l’euro (o almeno di non opporsi ad esse quando siano prese dalla Banca centrale europea). In questa fase è poco utile dare «voti» alla manovra del governo (peraltro elaborata a tempi di record), mentre può servire fare qualche domanda che possa magari aiutare nelle fasi successive. Eccone qualcuna. Uno. Le pensioni. Al di là della contestata scelta di bloccare la crescita per inflazione delle pensioni sopra i mille euro (che oggi vale come una addizionale Irpef del 5 per cento), efficace sul piano del risparmio per lo Stato ma indubbiamente negativa per i consumi e la crescita, e da molti giudicata iniqua, la manovra è intervenuta anche sull’età pensionabile. Questa è l’unica parte del provvedimento in grado di stimolare l’economia se spinge più persone a lavorare. È stata scelta la strada di innalzare l’età pensionabile, non congelando le pensioni di anzianità (che resteranno sino al 2018), ma creando «incentivi» a lavorare più a lungo. Il lavoratore che potrebbe andare in pensione perché ha lavorato più di 42 anni e non ha ancora 65 anni verrebbe incentivato a continuare a lavorare (o disincentivato a smettere). L’idea solleva però una domanda di fondo: dato che il datore di lavoro deve accettare la decisione del lavoratore, come evitare il fenomeno cosiddetto della «selezione avversa», in base al quale i lavoratori più produttivi se ne vanno in pensione perché comunque subito dopo continuano la attività con la partita Iva (come hanno sempre fatto) e il datore di lavoro è obbligato a tenersi i lavoratori meno produttivi fino a 70 anni? Non sarebbe stato più produttivo eliminare tout court le pensioni di anzianità, dicendo che nessuno va in pensione prima dei 65 anni? E il risparmio ottenuto non si sarebbe potuto investire in una maggior fascia di esclusione dal blocco dell’inflazione che di gran lunga è la manovra più dura? Inoltre, sempre per ridurre l’iniquità del blocco dalla inflazione, non si poteva modulare la durata del «blocco» (per esempio, invece di due anni per tutti, un solo anno per le pensioni da mille a 2 mila euro al mese, due anni per quelle da 2 a 3 mila e tre anni oltre i 3 mila?) o anche penalizzare ulteriormente le pensioni più alte (per esempio quelle dei dirigenti aziendali) che sono state in passato molto più favorite dal sistema retributivo di quelle più basse? D ue. Le privatizzazioni. Perché si è scelta la via complessa e difficile di puntare solo sulla cessione del patrimonio immobiliare e non anche sulla cessione totale di Enel/ Eni/Finmeccanica? La storia insegna quanto sia difficile cedere gli immobili dello Stato, soprattutto quelli occupati dove oggi il budget dell’ente è basato su affitti a valori nettamente inferiori al mercato. Invece, come già scritto in questo quotidiano, la cessione di Enel/Eni/Finmeccanica è a) auspicabile per prepararle ai profondi mutamenti nei loro settori in conseguenza della recessione mondiale b) un modo facile per ottenere 30 miliardi (tutta la manovra) c) tutt’altro che una «svendita dei gioielli di famiglia» perché i dividendi che danno allo Stato oggi non compensano il costo di un debito a livelli molto più alti del passato, per uno Stato che rischia di fallire e che (s)vende i propri gioielli come una famiglia sull’orlo della bancarotta T re. L’evasione fiscale. A parte la ovvia domanda del perché non abbassare la soglia dell’utilizzo del contante al di sotto dei mille euro (300 o 500), viene in mente un altro quesito di fondo. In Italia l’accertamento è visto come una minaccia perché la giustizia fiscale è imperfetta e gli studi di settore pure. Ma i controlli sono necessari e non è accettabile che negli ultimi due anni si siano drammaticamente ridotti del 50 per cento con il risultato che l’evasione sembra in aumento e che il lavoro nero a settembre 2011 ha raggiunto livelli stratosferici. Come non è accettabile che l’Agenzia delle entrate abbia poche e sempre meno risorse (capacità di 100 mila accertamenti contro 4 milioni di partite Iva). In Inghilterra (dove le tasse si pagano) i funzionari del fisco sono più numerosi che da noi e spesso un’impresa ha un funzionario che la conosce bene e con il quale può interagire per discutere e chiarire, senza che sorga il dubbio dell’esistenza di un rapporto malsano. La domanda è: è previsto di dare all’Agenzia delle entrate un obiettivo aggressivo di riduzione del 20 per cento dell’evasione fiscale in tre anni (25 miliardi l’anno di maggiori entrate) che la spingerebbe a fare più accertamenti e ad avere più risorse, sfruttando la tecnologia, incrociando le banche dati ecc. Le stime per potere dare questi obiettivi non mancano dato che per esempio l’Istat nel valutare il Prodotto interno lordo fa delle stime sul sommerso per categoria e regione e chi ha vissuto trasformazioni di grandi organizzazioni pubbliche e private conosce i risultati che si possono ottenere con obiettivi aggressivi e ben articolati, risorse adeguate e misure trasparenti dei risultati. Q uattro. La crescita. L’idea di una manovra sulla crescita prevede l’investimento di parte delle risorse ottenute con l’aumento della tassazione in soggetti economici che le utilizzano per fare crescere l’economia. Quella attuale ha scelto come soggetto principale la categoria degli imprenditori prevedendo una riduzione delle imposte (Irap), maggiorata per le imprese che assumono giovani e donne. Ci saranno molti imprenditori che useranno questa riduzione dei propri costi per investire in crescita ed assumere lavoratori. Ma la fase di crisi cui andiamo incontro e la bassa capitalizzazione delle milioni di piccole imprese italiane fa temere che una grande parte di queste risorse verrà intascata sotto forma di maggiori profitti (o minori perdite) dei loro proprietari. E allora perché non rivolgersi a un altro soggetto economico e cioè i consumatori di reddito più basso? Si può concepire di usare i maggiori proventi dalle misure 1,2 e 3 per mettere più soldi (100 euro) in tasca ai redditi più bassi, aumentando la fascia di esenzione Irpef per i soli lavoratori dipendenti? Ad essi si potrebbero aggiungere i lavoratori «assimilati» secondo la definizione di Pietro Ichino (le partite Iva che hanno un solo cliente, come un giovane softwarista che lavora per l’azienda di informatica a progetto e non il dentista/avvocato/idraulico che hanno molti clienti e spesso evadono le tasse)? Se nelle prossime settimane il governo Monti risponderà in maniera convincente a queste (ed altre) domande e affinerà la manovra che sembra avere passato con «voti» positivi il test del mercato, allora forse avremo un programma di governo che riceverà una buona «pagella» anche dai suoi cittadini che applaudiranno al come ha realizzato la difficilissima missione di combinare austerità, crescita ed equità.