Marco Gorra, Libero 7/12/2011, 7 dicembre 2011
ANCHE I METALLICA CREDONO AL CRAC DELL’EURO
Finché a scommettere sul crollo dell’euro sono algidi finanzieri in grisaglia e bombetta la cosa ha ancora un suo perché. Quando però a farlo sono quattro tamarri di mezza età coi tatuaggi e le chitarre triangolari, allora significa che la situazione è seria. Ed è appena successo: i Metallica hanno deciso di anticipare dal 2013 alla prossima estate il tour in Europa perché – parola del manager Chris Burnstein – «devi chiederti qual è il miglior momento per fare che cosa e dove». In altre parole: gli alfieri del metal non si fidano della moneta unica europea e, dovendone incassare nel medio periodo, puntano a farlo finché questa ha un qualche valore. Pertanto, le date in Germania, Austria e in quattordici altri Paesi dell’eurozona saranno anticipate di una dozzina di mesi.
La notizia è rilevante perché, a dispetto delle apparenze, dietro la sigla Metallica si cela una multinazionale che macina milioni di dollari all’anno ed adotta pratiche di business all’avanguardia. Per capirsi, il cachet della band viene pagato parte in dollari e parte in valuta locale, e la proporzione tra le due viene stabilita nei mesi precedenti il concerto a seconda dell’andamento del mercato valutario. Qualora poi le fluttuazioni delle Borse lo suggeriscano, la band convertirà il proprio compenso in derivati finanziari a tasso fisso. In ogni caso, il prezzo dei biglietti sarà stabilito anche in base alle evoluzioni dei mercati, in modo da mettere al riparo il gruppo da eventuali perdite dovute a repentini ed imprevisti scossoni borsistici.
Ora, musicalmente i Metallica saranno bolliti finché si vuole (il recente e non riuscitissimo album con Lou Reed ne è una prova schiacciante), ma quanto a senso degli affari bisogna lasciarli stare. Se in carriera hanno messo insieme cento milioni di dischi venduti e guadagni a nove zeri un motivo ci sarà. Dai tempi della battaglia legale contro Napster, i quattro hanno dimostrato di avere parecchio fiuto. «Nei prossimi anni», spiega ancora Burnstein, «il dollaro si rafforzerà e l’euro si indebolirà: quindi bisogna trarre vantaggio dalla situazione suonando in Europa finché è redditizio». «Un dollaro debole», fa eco l’ex tour manager di Rolling Stones e Police Bill Zysblat, «è il massimo della vita per il rock and roll americano». D’altronde, conclude Burnstein, «i Metallica sono un bene d’esportazione americano esattamente come la Coca Cola, e dunque cercano il miglior mercato su cui puntare».
Gli autori di Master of puppets non sono i soli a fare ragionamenti di un certo tipo. I re del funky rock Red hot chili peppers, pur di anticipare le date europee, hanno cancellato all’ultimo mezzo tour già programmato negli Stati uniti. «Il 75% dei nostri guadagni viene dai concerti», hanno spiegato agli imbufaliti fan per giustificarsi. Dopo l’Europa, i quattro californiani affronteranno una lunga tranche latinoamericana: le previsioni danno cambio favorevole col dollaro (il manager della band parla di «valuta alle stelle», presumibilmente fregandosi le mani).
Così, un occhio all’accordatura e uno alle quotazioni di Borsa, Metallica e compagnia suonante programmano la strategia di mercato. Una volta che l’Europa sarà definitivamente rubricata alla voce “investimenti infruttiferi”, l’ufficio marketing ha già messo gli occhi sui prossimi mercati: oltre alla citata America latina, ci sono anche il Sudest asiatico e l’Oceania. Qui le valute sono in forte ascesa da qualche tempo. Durante l’ultimo tour i Metallica hanno fatto tappa in Australia non limitandosi a suonare nelle solite Sidney e Melbourne, ma aggiungendo anche una data a Perth, città lontana da ogni rotta convenzionale ed incredibilmente costosa per organizzarci un concerto di tale portata. Eppure, i quattro metallari col fiuto per gli affari a Perth ci sono andati. Perché è laggiù – mica da noi – che ci sono i quattrini.
Marco Gorra