Fabrizio D’Esposito, il Fatto Quotidiano 7/12/2011, 7 dicembre 2011
PELUFFO, IL COMUNICATORE SERIALE DI LACRIME E SANGUE
Paolo Peluffo in meno di un mese ha fatto un balzo di 150 anni. Da comunicatore dell’Unità d’Italia, con tanto di libro firmato a quattro mani con Giuliano Amato (dicono però che Peluffo l’abbia scritto tutto lui), a pianificatore delle campagne di stampa del premier Mario Monti. Non per negare un certo profilo risorgimentale del Professore di Palazzo Chigi ma c’è differenza tra lo sbarco dei Mille e i mille euro di pensione da bloccare ai poveri cristi. Gli occhiali della storia non sono quelli della politica. Chissà se Peluffo ha sempre gli stessi, di occhiali.
L’altra sera il neosottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’informazione e alla comunicazione, in sostanza, accorciando, lo stesso ruolo che fu di Paolino Bonaiuti, era in bella mostra nel pubblico di “Porta a Porta”. In prima fila. Un onore che tocca ai portavoce dei politici ospiti di Vespa, comprese le soventi inquadrature. Peluffo è stato il regista della maratona di martedì sera in tv. Sembrava una Telethon della crisi economica con testimonial del governo tecnico. Monti da Vespa. Passera e Grilli sempre da Vespa, in terza serata però. Catricalà a la Fornero da Floris a “Ballarò”, su Raitre. Una strategia studiata in ogni minimo dettaglio , come si dice in questi casi. A Palazzo Chigi, raccontano, Peluffo nei giorni scorsi è stato chiaro con Monti e il resto della squadra: “Dobbiamo comunicare coprendo quanto più pubblico possibile”. Al bando, quindi, sobrie conferenze stampa come avrebbe desiderato il sobrio Monti e via all’invasione simultanea nei talk della politica-spettacolo della Seconda Repubblica. Buttando il cuore oltre l’ostacolo più indigesto: andare da Vespa, simbolo della continuità berlusconiana. Monti si è fatto convincere a una condizione. Arrivare con abbondante anticipo e avere una lezione accelerata dallo stesso Vespa. Un po’ di insicurezza, ma senza emozione, manifestata fino a qualche secondo prima di andare in onda. A Vespa: “Normalmente io guardo lei?”. E Vespa: “Sì, aiuta la conversazione”. All’uscita tutti soddisfatti, anche se molti hanno notato una cosa interpretata come un campanello d’allarme: nessuno ha applaudito in studio. Del resto dire la verità in un talk-show modello Vespa è un evento eccezionale , tra bugie e propaganda. La verità fa male, in genere. È una sorta di anti-comunicazione per antonomasia. Da martedì, come ha scritto Mario Ajello sul “Messaggero”, è diventata neocomunicazione. Merito di Peluffo. Quarantottenne dalla carriera prodigiosa. Normalista nel senso della Normale di Pisa l’uomo-immagine di Monti è un colto filosofo e letterato che poco più che ventenne decide di scendere qualche gradino accademico e di mischiarsi tra i giornalisti. Al “Messaggero” di Roma, per la precisione. Grazie a uno stage. Segue la Banca d’Italia e il mestiere ingrana. Altroché. L’allora governatore lo nota e nel 1993 se lo porta con sé a Palazzo Chigi. Affinità da “Normalisti”, un vero club esclusivo. Anche Ciampi deve chiedere sacrifici dopo Tangentopoli. Peluffo matura una gavetta specifica in lacrime e sangue. Quando Ciampi va via, torna al “Messaggero”. Al rientro se la passa male, dirottato su un inserto economico. Almeno così raccontano da quelle parti. Ma non per il lavoro in sé. Durante il governo Ciampi, il suo editore Caltagirone (nonché suocero di Casini) gli avrebbe chiesto più volte un incontro con il premier. Invano. Ci sarebbe un motivo ideologico nel no all’editore: Peluffo detesta le cordate, le lobby, i clan che a suo dire hanno soffocato, strangolato, spolpato il Paese. Insomma non farebbe mai come Gianni Letta con il faccendiere Gigi Bisignani, giusto per rendere l’idea. Che poi, oggi, Caltagirone sia vicinissimo al Guardasigilli Paola Severino è un’altra storia. I governi, anche tecnici, sono sempre compromessi di potere.
Per fortuna che c’è Ciampi. Che nel ‘96 va a fare il ministro e se lo riprende come portavoce. Poi lo mette in sicurezza nominandolo dirigente generale del ministero dell’Economia. Ad appena trentatré anni. Non fa in tempo a godersi la nuova medaglia che la Patria e Ciampi chiamano di nuovo. Il Colle più alto, stavolta. Quando Ciampi è capo dello Stato tra i quirinalisti si sparge una voce: se è il potente Gifuni a riferire il pensiero del presidente allora è una versione tendente a sinistra; se è Peluffo il contrario, a destra. Ma il prodigioso Paolo, che accumula croci al merito, cavalierati, incarichi vari, per merito ovviamente perché, ribadiamo, è persona coltissima, non è di destra. Anzi, appena ventenne, venne a Roma per i funerali di Enrico Berlinguer. Semmai è un moderato che parla malissimo di Berlusconi, negli ultimi tempi. Nell’aprile del 2006, pochi giorni prima del congedo di Ciampi dal Quirinale, viene nominato consigliere della Corte dei conti. Ma il suo impegno vero diventano le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il successore di Ciampi, Napolitano, apprezza tantissimo il suo lavoro nel comitato ufficiale, rimasto orfano proprio di Ciampi che si dimette. Il resto è cronaca. Forse proprio Napolitano segnala a Monti questo quarantottenne dal curriculum già vasto e lunghissimo. Senza contare i libri scritti.