Morya Longo, Il Sole 24 Ore 8/12/2011, 8 dicembre 2011
GLI AUTOGOL CHE HANNO ACUITO LA CRISI DELL’EURO
«Dalle diverse conversazioni abbiamo avuto l’impressione che molti leader europei non abbiano ancora capito quanto sia grave la situazione». È con queste parole che un non precisato funzionario del governo tedesco ha gettato ieri nuove tensioni sui mercati finanziari: gli investitori hanno iniziato a temere che il vertice europeo di venerdì possa essere l’ennesimo buco nell’acqua. Le vendite ieri su Borse e titoli di Stato sono partite per questo: i mercati sono ormai stanchi di vertici non risolutivi. Di proclami senza sostanza. E hanno paura perché più volte, in passato, i leader europei hanno preso decisioni che alla fine hanno avuto un unico effetto: peggiorare la situazione. Anche solo per motivazioni tecnico-giuridiche.
«Il Sole 24 Ore» ha contato quattro clamorosi autogol degli ultimi mesi: decisioni che avevano un obiettivo, ma che – per ragioni tecniche – hanno raggiunto effetti opposti. Il primo è di giugno, quando l’Irlanda ha ristrutturato i bond subordinati bancari calpestando i diritti di molti obbligazionisti. Il secondo è del 21 luglio, data del secondo salvataggio della Grecia. Il terzo è del 26 ottobre, quando l’Autorità bancaria europea ha chiesto 106 miliardi di ricapitalizzazioni agli istituti di credito. Il quarto è recentissimo: del 3 novembre. Quando il duo Merkel-Sarkozy ha rotto il tabù dell’inviolabilità dell’euro. Non c’è la controprova, ma in tanti sono convinti che questi autogol abbiano causato, o almeno amplificato, il crollo dei mercati. I calcoli del «Sole 24 Ore» lo confermano: nei 15 giorni successivi a quelle date, gli spread italiani sono mediamente saliti del 38% (il che equivale a 125 punti base medi), quelli spagnoli del 28% (cioè 92 punti base) e quelli francesi del 44% (42 punti base). Peggio ancora gli indici bancari in Borsa. Ecco la storia di quattro autogol. Nella speranza che non si ripetano.
3 NOVEMBRE
La gaffe dell’euro-rottura
L’incubo peggiore per chi eroga un prestito è ovvio: che il credito non gli venga mai restituito. La coppia Merkel-Sarkozy all’inizio di novembre ha "inventato" un altro incubo: che il credito venga restituito in una valuta diversa, e molto più debole, di quella in cui è stato erogato. È questo – secondo Morgan Stanley – l’effetto "boomerang" della reazione franco-tedesca alla proposta dell’allora premier greco Papandreou di indire un referendum sulle misure d’austerità imposte dall’Europa. Era il 3-4 novembre, durante il G20 di Cannes. I due leader dissero: il referendum andrà a decidere sulla permanenza o meno della Grecia nell’euro. «In quell’occasione – scrive Morgan Stanley in un report – Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno rotto il tabù secondo il quale nessun Paese sarebbe mai potuto uscire dall’euro. Questo ha creato ulteriori condizioni per la fuga degli investitori dall’Europa».
Ecco perché. Mettiamoci nei panni di una banca internazionale che ha erogato credito a un’impresa italiana o greca. «Se uno di questi paesi dovesse uscire dall’euro – spiega un top banker di una banca inglese – il credito che ho erogato mi verrà restituito, anche parzialmente dopo una ristrutturazione, in euro oppure in lire o dracme? Questo per la mia banca è un’incertezza enorme, inaccettabile». Lo stesso discorso vale per tutti gli investitori che hanno comprato titoli di Stato italiani o spagnoli: resteranno in euro oppure si svaluteranno in lire e pesetas? Non solo: «Se un Paese abbandona l’euro – scrive Morgan Stanley – si pone il problema della completa fungibilità tra le valute. Un euro depositato in una banca greca, rimane fungibile con un euro messo in una banca italiana, francese o tedesca?» La conseguenza di questa incertezza è ovvia: fuga dai titoli di Stato, fuga dai depositi bancari. autogol pieno.
26 OTTOBRE
Lo scivolone dell’Eba
Anche la decisione dell’Eba (European banking authority) del 26 ottobre è da molti considerata un autogol. L’Eba il 26 ottobre scorso (ma in realtà la decisione era nota sin dall’estate) ha chiesto alle banche di aumentare il capitale per una cifra in grado di compensare le perdite ipotetiche in bilancio sui titoli di Stato: i vari BTp degli Stati in crisi dovevano essere calcolati in bilancio al loro valore di mercato del 30 settembre e, senza che questo incidesse sul conto economico, le banche dovevano aumentare il capitale per riportarsi su coefficienti patrimoniali accettabili.
Questo ha messo di fronte alle banche europee, sin dall’estate, tre opzioni. Uno: seguire i consigli dell’Eba e aumentare il capitale. Due: vendere i titoli di Stato dei Paesi in crisi (bisognava però farlo entro il 30 settembre). Tre: ridurre il credito a imprese e famiglie per raggiungere comunque i coefficienti patrimoniali richiesti. Insomma: nella migliore delle ipotesi l’Eba ha rafforzato le banche, nella peggiore ha creato ulteriori presupposti per le vendite sui mercati e per la recessione economica. È anche per questo che la stessa Eba ha per ora bloccato il tutto: una nuova decisione sarà annunciata oggi pomeriggio. Speriamo non si tratti di un altro autogol.
21 LUGLIO
Polizze Cds in fumo
Il 21 luglio scorso l’Europa festeggiava: i Governi dell’Unione, riuniti a Bruxelles, avevano finalmente trovato l’accordo per salvare la Grecia. «Il nostro obiettivo è di fermare il rischio contagio», esultava il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy. «Abbiamo eliminato il rischio contagio», assicurava l’allora premier italiano Silvio Berlusconi. Peccato che nei 15 giorni successivi le banche italiane abbiano perso in Borsa il 25%, quelle francesi il 21%, quelle spagnole il 18%. Peggio ancora è andata allo spread, cioè alla forbice tra i rendimenti decennali italiani e quelli tedeschi: dai 283 punti base del 20 luglio, lo spread italiano è salito fino ai 416 punti base del 5 agosto. I politici festeggiavano, ma in realtà c’era ben poco per gioire: da Bruxelles stavano servendo ai mercati la prima euro-polpetta avvelenata.
Il 21 luglio a Bruxelles è infatti passato un messaggio ben preciso: da un lato gli investitori privati possono partecipare al salvataggio della Grecia (incassando «volontariamente» una perdita sui titoli di Stato), ma dall’altro la Grecia non finisce in default veramente. Insomma: del default ci sono solo gli effetti (la perdita sui bond), ma non tutte le conseguenze legali. Questo ha spiazzato quegli investitori che, per proteggersi dal crack greco, avevano acquistato credit default swap (Cds): speciali polizze assicurative che fanno scattare i risarcimenti proprio in caso di insolvenza. Per loro la beffa è stata evidente: i risarcimenti non sono scattati, perché il default greco in senso tecnico non c’è stato. Ovvio che il timore degli investitori si sia allargato: se una decisione analoga fosse presa da Italia, Spagna o Portogallo, anche i loro Cds non servirebbero a nulla. Ovvia la reazione: vendere a piene mani anche titoli di Stato di Italia, Spagna e Portogallo.
GIUGNO-AGOSTO
La beffa del cent irlandese
L’Irlanda ha fatto più o meno lo stesso. Un bel giorno il nuovo Governo di Dublino ha partorito un’idea geniale: se per legge si abbattono i debiti delle tanto travagliate banche, si risolve il problema. E così ha fatto: Bank of Ireland ha proposto una ristrutturazione su 18 obbligazioni subordinate (gli investitori recuperavano solo il 20% in contanti oppure il 40% in azioni). Chi non accettava, aveva condizioni ancora peggiori: otteneva il rimborso di un centesimo per ogni mille euro investiti.
Questo avrà certamente risolto i problemi delle banche irlandesi. E anche quelli dello Stato irlandese, che – guarda caso – da agosto ad oggi ha più che dimezzato lo spread dei titoli di Stato sui Bund tedeschi. Peccato che questa decisione abbia creato un effetto boomerang non solo tra gli investitori (ci sono risparmiatori italiani che hanno perso tutto con i bond irlandesi), ma anche tra le banche di tutta Europa. Pochi giorni fa Moody’s ha per esempio messo sotto osservazione, per un possibile declassamento, il rating dei bond subordinati di 87 banche di 15 paesi europei (17 sono italiane), citando tra i motivi proprio il caso irlandese. Dopo che l’Irlanda ha rotto il tabù (abbattere unilateralmente il capitale delle obbligazioni subordinate senza passare per il default), per Moody’s qualunque altro Stato potrebbe in teoria fare lo stesso. Morale: l’agenzia di rating ritiene meno affidabili i bond subordinati di tutta Europa. L’Irlanda agisce, il resto d’Europa subisce. E la crisi peggiora.