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 2011  dicembre 06 Martedì calendario

"I miei giorni nelle mani dei pirati somali" - Gli occhi nascondo ancora la paura. Si è salvato, è libero, ma una parte della sua vita è rimasta lì

"I miei giorni nelle mani dei pirati somali" - Gli occhi nascondo ancora la paura. Si è salvato, è libero, ma una parte della sua vita è rimasta lì. Davanti alle coste della Somalia. «L´ho giurato: non supero più i confini del Mediterraneo», ci dice con un groppo alla gola. «Due mesi fa, con la nave, siamo scivolati lungo l´Africa occidentale. Mi è bastato sentire il clima che cambiava, gli odori che arrivavano da terra. Le gambe hanno cominciato a tremare, non reggevo più la ruota del timone. Di colpo, sono tornato laggiù, a Eye, sulla punta del Corno d´Africa. Mi sono sentito morire». Mario Albano oggi ha 60 anni, 40 trascorsi sui mari del mondo. L´11 aprile del 2009 la sua vita è cambiata. Navigava, come vice comandante, a bordo del Buccaneer, un rimorchiatore d´altura di 70 metri della Micoperi, società armatoriale di Rimini. Stavano rientrando a Suez e poi a Ortona. Con lui c´erano altri 9 italiani, 5 romeni e un croato. Assaltati dai pirati somali sono rimasti prigionieri per 4 mesi: 123 giorni e 123 notti che tornano incessanti come un incubo. Capisce molto bene cosa hanno provato i 21 marinai della Rosalia D´Amato rilasciati dopo sette mesi di prigionia e proprio domenica rientrati a Procida, accolti da fuochi d´artificio, abbracci e lacrime. Per la prima volta, chiuso nella sua casa di Itri, sulle montagne dietro Formia, racconta in questo diario la sua Odissea del terrore. 11 aprile, ore 2.30. «È la vigilia di Pasqua, entriamo nel Golfo di Aden. Forse tra una settimana siamo a casa. Ma siamo preoccupati. Abbiamo gettato catene lungo la fiancata e passato il grasso sulle paratie. È il solo modo per impedire l´arrembaggio da parte dei pirati». 11 aprile, ore 14. «C´è molta tensione a bordo. Ogni nave che incrociamo è un tuffo al cuore. Siamo allarmati da un peschereccio che ci incrocia a prua. Non ha reti in acqua. Un barchino veloce si stacca e punta su di noi. Siamo troppo lenti, ci hanno raggiunto, sono una ventina, armati, sparano. Rientriamo tutti dentro, in coperta. Sento i colpi degli Ak-47 che si schiantano sulle pareti di ferro». 14 aprile, ore 20. «Ci siamo dovuti arrendere e ora siamo alla fonda davanti alle coste somale. I pirati sono in quindici. Tutti giovani, sulla trentina. Ci hanno divisi in tre gruppi. In coperta e giù in sala macchine: dobbiamo controllare i generatori, per l´aria condizionata, l´energia elettrica e i serbatoi dell´acqua. Facciamo turni di sei ore. Siamo costretti a stare seduti, per terra». 10 maggio, ore 8. «È quasi un mese che siamo bloccati qui. L´armatore sa tutto. Abbiamo contatti sporadici ma è già stata comunicata la richiesta di riscatto. Stanno per finire le riserve di cibo. C´è solo un pirata che parla inglese. È lui che chiama il mediatore. Ci dice che presto tutto si concluderà». 13 maggio, ore 13. «La tensione è alle stelle. È arrivato un nuovo capo di un nuovo gruppo. Ha lo sguardo che fa paura. L´armatore ha offerto un riscatto di 500 mila dollari. Il pirata si è infuriato. Vuole 30 milioni. Ha strappato un fucile dalla mani di uno dei carcerieri. Voleva ucciderci con una sventagliata. Gli altri pirati si sono avventati su di lui, c´è stata una lotta, lo hanno disarmato. Ma è furibondo, giura che ci ammazzerà. Lo hanno rispedito a terra». 4 giugno, ore 11. «Il nostromo dà segni di follia. Ha affrontato un pirata urlando, lo hanno picchiato. Lo accusano di aver contaminato l´acqua potabile con quella di mare. Si è solo sbagliato. Il capo di uno dei gruppi, quello con la faccia terribile, ha fatto un cappio e lo ha messo in bella mostra in coperta. Lo vediamo penzolare dalla plancia. Lo tengono lì come memoria». 7 giugno, ore 16,30. «È tornato il capo del gruppo. Uno dei tanti. Perché i gruppi sono almeno quattro, ognuno con il suo capo e i suoi vice. E tutti alzano il prezzo del riscatto. Più tempo passa, più arrivano i pretendenti, più è difficile individuare il vero interlocutore. Quello cattivo ha afferrato il nostromo e gli ha infilato la testa nel cappio. Ha stretto la corda e ha tirato un po´. Una scena surreale. Mi ha fissato negli occhi e si è passato la mano sulla gola come un coltello. Ci ucciderà uno alla volta, dice». 14 luglio, ore 10. «Ci hanno razziato tutto. Anche i vestiti. Siamo riusciti a nascondere qualche oggetto, vestiti, radioline, pc, gioielli. Li usiamo come merce di scambio: ci danno delle informazioni. Sappiamo che le trattative sono riprese. Questa volta con lo Stato. A terra c´è solo deserto. Alte dune di sabbia e un container, sulla spiaggia, che i pirati usano come deposito». 23 luglio, ore 12. «Il piano di rivolta è messo a punto. Abbiamo deciso di riprenderci la nave. Tutti sono disposti a battersi. Ma sarebbe un suicidio, dovremmo sparare e uccidere. Non siamo guerrieri ma soprattutto eroi. Rinunciamo». 5 agosto, ore 17. «I pirati sono diventati 70. C´è molta agitazione, dicono che siamo ad un passo dall´accordo. È arrivato anche un funzionario del governo somalo. Sta trattando gli ultimi dettagli prima della liberazione. Siamo esausti: ormai beviamo l´acqua dei radiatori e quella raccolta dai pozzi a terra». 9 agosto, ore 14.30. «Siamo liberi. Così dicono. Ci caricano su un barchino e ci avviciniamo alla nave militare San Giorgio. Serviamo ancora come ostaggi. A metà strada arriva un altro barchino. Si scambiano qualcosa. Torniamo indietro. Ci ordinano di salpare e iniziamo a risalire lungo la costa. I pirati scendono a gruppi ogni dieci miglia. Li riconoscerei ovunque. Sono facce che non si scordano. Una in particolare. Sono sicuro: tra i pirati c´era anche un infiltrato dei nostri servizi. Se lo incontrassi lo ringrazierei. Ci ha salvato la vita: ha dissuaso le forze speciali dal fare un blitz. Se lo avessero tentato questo diario oggi non esisterebbe».