Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 06 Martedì calendario

MIX TRA OPERA BUFFA E DRAMMA CHE GUAIO SE PERDE L’EQUILIBRIO


Mercoledì sera c’è la Prima della Scala e ci sarà il Don Giovanni di Mozart: si sprecheranno titoli e valutazioni tipo «La Prima nell’era dell’austerity» (con infiniti commenti sul rinnovato stile, la sobrietà, il loden ecc.) e ci saranno le contestazioni di rito fuori dal teatro, e la sfilata delle autorità e della mondanità, sarà presente questo, sarà assente quello, Tizia sarà inappuntabile e Caia sbracata come una vacca. Tutto normale. La gente – divisa tra un terzo di competenti, un terzo di incompetenti e un terzo di capre – si annoierà fisiologicamente durante il secondo atto che però passerà abbastanza in fretta (tre ore e 15 in tutto) il che parrà un niente dopo le fatiche wagneriane degli anni passati, vere specialità di sua maestà Daniel Berenboim.
La maggioranza del pubblico resterà comunque desta e soprattutto divertita in particolare dalla regia di Robert Carsen, uno di quei tanti originaloidi («geniale », of course) a cui di rispettare le parvenze dell’opera originale gliene frega meno di zero, anzi: farcirà l’opera, da quanto inteso, di vecchie trovate stile «teatro nel teatro» (il fantasma del Commendatore pare che spunterà dal palco presidenziale, speriamo che a Napolitano non gli prenda un colpo) sicché i meno avvezzi diranno «ooohhh» e così alla fine avremo i soliti dibattiti sulla regia, visto che ormai è l’unica cosa di cui si può seriamente discutere. Dovrebbe esserci anche Mario Monti, sì.
Ma stiamo tralasciando i fondamentali, dunque ricominciamo da capo: domani sera il maestro Daniel Barenboim dirigerà il Don Giovanni, alias «Il dissoluto punito» che Mozart rappresentò per la prima volta a Praga il 29 ottobre 1787, quando aveva 31 anni e cioè quattro anni prima di morire.

IL CAST

Il cast è di grande livello: c’è un istrionico Peter Mattei (Don Giovanni) e un’inciccionita Anna Netrebko (Donna Anna) e poi un’autorevole Barbara Frittoli (Donna Elvira) e ancora Giuseppe Filianoti (Don Ottavio) e Bryn Terfel (Leporello) e altri ancora. Stiamo parlando di una delle opere più famose di tutti i tempi (la seconda che Mozart scrisse su libretto di Lorenzo Da Ponte) e a suo modo di un punto di riferimento della cultura occidentale, per quanto mutuato in cento sfumature: la versione mozartiana non ha fatto che cristallizzare con incredibile successo (soprattutto postumo) una versione tra le numerosissime che sono state caricate di valenze sempre nuove e diverse, un po’ come fa lo stesso personaggio di Don Giovanni durante i tre atti.
Anche per questo, guardando a domani sera, tremano i polsi: l’opera è un’alchimia vulnerabile tra il drammatico e il burlesco, una contaminazione – non del tutto compresa, all’epoca – tra l’ordinaria opera buffa italiana e una vena drammatica che già bussava alle porte; far pendere la bilancia dalla parte sbagliata è davvero un attimo, tanto che i liquidatori del Don Giovanni come «opera buffa» andrebbero scaraventati nell’inferno degli artisti assieme a Don Giovanni. Ecco perché tutto rinfranca e tutto preoccupa, a margine di questa nuova produzione: che il regista possa eccedere nel burlesco, che il maestro Daniel Barenboim possa eccedere nel drammatico – com’è nelle sue corde, prevalentemente «tedesche» – e che la somma possa non dare il tutto, cedendo al notorio terrore del «romantico» e restituendoci qualcosa che con gli intenti originari di Mozart non abbia semplicemente a che fare.

GLI INFERI

Figurarsi, già accadde a suo tempo: l’opera in origine si concludeva con lo sprofondamento di Don Giovanni negli inferi – in consonanza con l’attacco dell’ouverture, del resto – ma poi il finale fu cambiato come meglio di chiunque ha spiegato Charles Gounod nel 1890: scrisse che i brani musicali che seguono l’inghiottimento del libertino «appaiono fuori luogo dal punto di vista drammatico» e dunque «Che un genio come quello di Mozart non abbia rinunciato a questo epilogo posticcio la dice lunga sul bisogno del pubblico di allora di avere una conclusione morale esplicita».
Ecco: siamo in tempi di crisi e anche il nostro pubblico, forse, ha bisogno di conclusioni morali esplicite. Di ciò è legittimo essere terrorizzati, perché il vero Don Giovanni mozartiano è un personaggio che piacerebbe più senz’altro a un Berlusconi che a un Mario Monti. C’è il rischio che ne facciano strame. Anche del vero Don Giovanni, voglio dire.

Filippo Facci