Franco Adriano, Italia Oggi 6/12/2011, 6 dicembre 2011
NEI TAGLI DELLA CASTA C’È LA FREGATURA
Se i soldi risparmiati dagli organi costituzionali in queste settimane non verranno scontati dai trasferimenti finanziari dello Stato, per gli italiani sarà l’ennesima fregatura. Le amministrazioni di Quirinale, Consulta, Senato e Camera diranno che hanno tagliato, ma in realtà avranno addirittura più soldi a disposizione da spendere e chi avrà fatto sacrifici li avrà fatti inutilmente.
Sì perchè se è vero che dopo la stretta sui vitalizi voluta dai presidenti Renato Schifani e Gianfranco Fini, i parlamentari non saranno proprio «ridotti alla fame», come sostiene l’onorevole Mario Pepe, tuttavia il rischio che i sacrifici cui si sottoporrano gli eletti sia inutile, al fine del miglioramento dei conti pubblici, c’è eccome. E non è nemmeno l’aspetto più grave. Si è fatto un gran parlare, per esempio, degli affitti esosi del parlamento con la società Milano 90, comprensivi dei servizi e del personale. Ebbene, i 350 licenziamenti richiesti dall’azienda, a seguito della dismissione di palazzo Marini, rischiano di essere un sacrificio inutile per questi lavoratori che guadagnano mediamente 900 euro mensili. A meno che i tagli non tornino alle case statali e dunque alla collettività. Il punto è che gli annunciati sacrifici non si traducono mai nella diminuzione dei trasferimenti finanziari da parte dello Stato. Lo stratagemma usato dagli organi costituzionali nei propri bilanci è dire che si spende meno rispetto all’aumento previsto. Come è avvenuto per il Senato che prevede risparmi nel quadriennio 2011-2014 di circa 120 milioni, ma inserendo in questa cifra che è stata pubblicizzata anche i risparmi già deliberati nel precedente bilancio. Non solo. Si è scritto che nel 2012 lo Stato trasferirà al bilancio del Senato 8 milioni in meno, ma rispetto a quanto previsto inizialmente: meno di quanto pensavo di spendere. Nel caso della Camera, invece, si è approvato quest’anno il bilancio interno tagliando in tre anni 150 milioni di euro, ma la dotazione, cioè la somma che lo Stato dà ogni anno, non diminuisce di un solo euro. Il Quirinale ha chiesto 3 milioni di euro in meno rispetto al 2010 blindando perà la dotazione di 228 milioni di euro per tre anni. Rischiando, così, perfino di vanificare il bel gesto del presidente della repubblica, Giorgio Napolitano di non rivalutare più il suo stipendio, che è di 239.181 euro lordi all’anno, fino alla scadenza del suo mandato. Per i dipendenti del Quirinale (così come per Camera e Senato), poi, quest’anno si è pubblicizzata la stretta previdenziale: potranno andare in pensione di anzianità «a regime» (ci vorrà dunque qualche anno) a 60 anni di età e 35 di anzianità. E se nel Palazzo il numero magico è ancora 35 (e la scorsa settimana un dipendente del Senato è andato ancora a riposo a 51 anni) i 66 anni di vecchiaia e i 42 di contributi della riforma del ministro Elsa Fornero, previsti per gli italiani comuni, sono di là da venire.
È proprio il sistema previdenziale interno (oltre ad un patrimonio immobiliare unico al mondo) a gravare sulle spese nonostante dal 2007 siano stati fatti fuori 374 dipendenti con il blocco del turnover.