FABIO POLETTI, La Stampa 6/12/2011, 6 dicembre 2011
Erika: “La mia famiglia merita pace” - Dietro al cancello grigio sfila un paio di volte. Impossibile non notarla: la tuta fucsia griffata bucherebbe qualsiasi nebbia, figuriamoci questa foschia leggera che accarezza le colline verdissime con i maneggi e le ville e la comunità di recupero di don Mazzi
Erika: “La mia famiglia merita pace” - Dietro al cancello grigio sfila un paio di volte. Impossibile non notarla: la tuta fucsia griffata bucherebbe qualsiasi nebbia, figuriamoci questa foschia leggera che accarezza le colline verdissime con i maneggi e le ville e la comunità di recupero di don Mazzi. Ci sono fotografi che la aspettano dalle sei del mattino: Erika passa con un mezzo sorriso, poi ripassa tirandosi la treccia, poi ancora con altri ragazzi. Chi le vuole male la chiama «la principessa». Lei sembra solo l’attrice molto consumata di una tragedia andata in onda a febbraio di dieci anni fa, 97 coltellate al fratellino e alla madre alla quale ora assomiglia in modo spaventoso in un villino di Novi Ligure, cittadina tranquilla e assai rassicurante se non fosse per quello che hanno fatto lei e l’altro, Erika e Omar. Omar ogni tanto va in televisione. Erika ci va con una lettera che don Mazzi legge in diretta: «Lasciatemi in pace a me e alla mia famiglia». Quel che resta, perché oramai della famiglia De Nardo è rimasto solo un padre premuroso aggrappato all’ultimo affetto che gli è rimasto, malgrado tutto. Di Erika che ieri nel suo primo giorno di libertà totale non ha avuto nemmeno il coraggio di andare oltre al cancello della comunità dove vive da mesi e dove sogna di continuare a vivere, si sa tutto. Si sa della sua laurea in Filosofia con 110 e lode con una tesi su Socrate, della foto che tiene sul comodino con il fratellino e la mamma che sorridono, mica come l’ultima volta che li ha avuti davanti. E poi si sa della sua passione per i cavalli e per i pony che scorrazzano liberi nella comunità dove vivono venti ragazzi difficili da recuperare - molto difficili, nessuno quanto lei - rinchiusi da un cancello grigio e si spera dal tormento delle loro coscienze. Qualcuno dei venti ospiti assediati da fotografi e televisioni fa la faccia un po’ così. Don Mazzi va a un programma del pomeriggio per dire che «fuori dalla comunità c’è un assedio mediatico che non fa il bene di nessuno». Poi giura che lei non uscirà oggi, forse domani, magari con il padre pronto a venirla a prendere, giusto per non spegnere i riflettori. Solerti vigili urbani controllano i sentieri attorno alla comunità. Come se ci fosse qualcosa da nascondere. Come se non fosse tutto così ordinario, come ieri, come domani. Si sa che Erika rimarrà a fare volontariato nella comunità di Don Mazzi, qui o chissà dove. Lei lo scrive nella lettera che il sacerdote legge in tv: «Sono contenta di continuare a maturare e ad aiutare gli altri. Continuerò il mio percorso comunitario e ti prego di dire alla stampa di non contattare me né la mia famiglia che merita un po’ di pace, di essere lasciata in pace». Dopo decine di foto che la ritraggono sorridente mentre gioca a pallavolo, l’altra sua grande passione, nella comunità si intravede un campo accanto alla piscina. Dopo decine di lettere, vere o verosimili spedite ai giornali, adesso Erika finalmente libera, vorrebbe essere libera davvero: «Voglio affrontare una nuova vita da costruire giorno per giorno». Giovanni Mazzi, nipote del sacerdote e coordinatore per il Nord di tutti i centri Exodus, si sforza di dipingere Erika uguale a tutti gli altri: «Un conto è finire la pena, un conto è quello che ti porti dentro. Nessuno dei nostri ragazzi ha finito il percorso». Il calendario della normalità dei venti ragazzi di Sedana di Lonato passa anche attraverso le feste di Natale da trascorrere in famiglia. Lo stesso sarà per Erika con suo padre. Dove, non si sa. Difficile che sia ancora a Novi Ligure. Anche il padre vive altrove, vicino ma altrove, in città dicono con un’altra compagna. Erika attraverso don Mazzi confida che il padre si occupi più di se stesso che di lei. A questo ci pensano i ragazzi della comunità che non la mollano un momento, quasi avesse bisogno di protezione. Dall’alba quando suona la sveglia alla colazione in comune, ai lavori casalinghi fino alla cura dei cavalli. A cercare quella normalità che Erika quando faceva parte di «Erika ed Omar» non aveva. A distanza ora si mandano lettere velenose. Giovanni Mazzi spera che smettano di fare pure questo: «Meno sono in contatto meglio è per tutti. Loro due hanno scritto pagine molto brutte. Spero che adesso ne scrivano di belle».