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 2011  dicembre 06 Martedì calendario

Camere con vista (sulla creatività) - «Il ricordo di un’immagine non è altro che il rimpianto di un istante»

Camere con vista (sulla creatività) - «Il ricordo di un’immagine non è altro che il rimpianto di un istante». Questo pensiero di Proust attraversò la mente di Franço­is Mauriac durante una visita nella casa di famiglia che l’aveva visto nascere. L’ansia modernizzatrice della madre aveva rivoluzionato tutto, tende, carta da parati, mobili, e ciò che restava era «uno scheletro che non dice più nien­te ». Se ci capita di tornare in luoghi dove sièvissutidabambini,difficilmentesiri­conosce l’abitazione, ancor meno quel­­lachefulanostrastanza. «Tuttelecame­redellavitainfindeiconti/ sonosolocas­setti rovesciati» dice una poesia di Ara­g­on e i loro contenuti galleggiano unica­mentenellamemoria. Inquelcapolavo­rocheè Lacasadellavita , MarioPrazrac­conta il suo appartamento romano di Palazzo Ricci, in via Giulia, ovvero la sto­ria di un esteta che esprime il proprio amore,di marito,di padre,nel segno del collezionista: sceglie per loro, per la mo­glie, perlafiglia,manonvienecapito,ne­gli oggetti come nei sentimenti. Oggi la collezione di Praz sta a Palazzo Primoli, e già nello spostamento se n’è andata molta parte di quella alchimia dolorosa quantoorgogliosachedellaveracasafa­ceva un luogo dell’anima, l’autobiogra­fia non solo artistica. Per una curiosa coincidenza, una grande fotografa, Annie Leibovitz, e una storica illustre, Michelle Perrot, dedica­no alle camere, ai loro contenuti,all’au­ra reale e/o immaginaria che da esse emana, due libri diversissimi eppure si­mili. In Pilgrimage , Pellegrinaggio (De Agostini,pagg.254,euro 50),la Leiboviz compieunviaggioneiluoghidovevisse­roelavoraronoDarwin, Thoreau,Emer­son, Freud, Ansel Adams, Emily Dickin­son. AAmherst,nelMassachussetts,do­ve quest’ultima abitò tutta la vita, scopre che la casa è sì un museo, ma molti degli oggetti stanno in un museo a parte e la Dickinson Room è stata ricostruita a Harvard. A Monk House, la casa di cam­pagna di Virginia Woolf, si rende conto che ben poco è rimasto intatto e molto è stato riadattato. C’è anche un acquario con i pesci e, le spiega la curatrice, spes­so i visitatori chiedono se sono ancora i pesci di Virginia o se è il gatto che fa le fu­sa sulla poltrona è proprio il suo... Ricor­da Michelle Perrot in Storia delle camere (Sellerio, pagg. 414, euro 18) che si deve allaWoolflateorizzazionedi«unacame­r­atuttapersé »,ovverolariflessionesulsi­lenzio delle donn­e nella storia e sulla lo­roassenzadalcampodellacreazionear­tistica. «Che faceva la sorella di Shake­speare? Perché non ha mai scritto nien­te? Ne sarebbe stata capace? Nel Cin­quecento le donne avevano una stan­za? Che uso ne facevano?». Ci sono scrittori-Proust,Kafka,Perec - che hanno fatto della camera il luogo della scrittura. Pascal attribuiva tutte le infelicità dell’uomo «a una sola causa: non sapersene restare tranquilli in una camera».Il Voyage autour de ma cham­bre che Xavier de Maistre pubblica in piena Rivoluzione francese è un’apolo­giadipaceintempodiguerra, l’immagi­nariochedifendeilsuodirittoapettodel reale. Nemmeno un secolo dopo, l’Oblomov del romanzo omonimo di Gonciarov chiude il cerchio nel nome della rassegnazione. Nella storia della cultura occidentale la camera resta un crogiolo di civiltà: la kamera greca, ovverolacamerata, eil cu­biculum romano, una sorta di cabina chiusa, la cellula monastica e la sala del castello,l’alcova e la cuccetta dei vagoni di prima classe, la stanza ammobiliata e la suite del grande albergo... Ancora nel XVII secolo, «le dolcezze di una vita pri­vata » sono, secondo La Bruyere, le uni­che cose di cui un re come Luigi XIV non può disporre. Non c’è intimità, tutto è pubblica rappresentazione. Se è vero che quello è il secolo d’oro del letto,tan­to che l’inventario degli arredi regali di Versailles ne elenca 413 tipi, il termine «camera da letto»compare nei diziona­ri intorno alla metà di quello successivo. Allo stesso modo,sino alla fine del ’700 i bambini non hanno uno spazio pro­prio, specifico, a meno che non si parli dei «Figli di Francia», legittimi e illegitti­mi allevati a corte o dei rampolli della più avvertita aristocrazia europea. Per alcuni versi, scrive Michelle Per­rot, la camera, e quindi la sua storia, rap­presenta «un accesso alla città, un pri­mo passo nell’inclusione, un minimo di democrazia e insieme un’opportunità di ritirarsi in solitudine,che è a un tem­po­protezione e fondamento dell’auto­nomia ». In Pot-Bouille , Émile Zola rac­contalecosiddette chambres de bonnes , le camere per le domestiche che nei ca­se­ggiati parigini degli architetti di scuo­la haussmanniana vengono collocate nei sottotetti, una segregazione sociale daunlato,unaspeculazioneimmobilia­­re dall’altro. Ancora sino al secondo do­po­guerra del Novecento resteranno co­sì, e il bel film Le inquiline del sesto piano uscito quest’anno così lo racconta. Iro­nia della storia, in seguito sarà proprio la speculazione edilizia a trasformarle in studi e mansarde più o meno di lusso, spostandolasegregazionedalcentroal­la periferia. Gli alberghi,ovvero le camere d’albe­ro, meriterebbero un articolo a parte, tanto sono abitate dalla scrittura. Jean-PaulSartrenefaunasortadifilosofiadel­­l’esistenza, «il luogo dell’indifferenza», la negazione della vita privata e quindi della vita borghese. Albert Cossery vive per cinquant’anni nella stessa stanza dell’Hotel Louisiane in rue de Seine e lì muore a 94 anni, più dandy che indiffe­rente, l’ultimo clochard aristocratico della letteratura.