Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 06 Martedì calendario

Bersani ha un piano: votare ad aprile - Bersani ha un piano, che per brevità potremmo riassumere co­­sì: il governo faccia il lavoro spor­co fino a Natale, dopodiché è me­glio che si tolga dai piedi e «venga restituita la parola agli elettori»

Bersani ha un piano: votare ad aprile - Bersani ha un piano, che per brevità potremmo riassumere co­­sì: il governo faccia il lavoro spor­co fino a Natale, dopodiché è me­glio che si tolga dai piedi e «venga restituita la parola agli elettori». Cioè, in questo caso, ai partiti: che hanno ingoiato a malincuore il governo Monti e ora già pensa­no all’occasione migliore per far­lo cadere. Per Bersani votare a marzo significa incassare due ri­sultati: la leadership della coali­zione di centrosinistra e un grup­po parlamentare di «nominati», cioè di fedelissimi. È per questo che il segretario ha un piano: un piano per far cadere il governo. «Non c’è nulla di cui preoccu­parsi, adesso non succede nien­te », assicura un giovane e autore­vole dirigente del Pd. «Questa ma­novra la votiamo, anche senza Di Pietro e contro Vendola, anche se la Cgil fa lo sciopero generale... Chiederemo qualche modifica che probabilmente non avremo, e la voteremo così come abbiamo promesso a Napolitano. Con l’emergenza non si scherza.I pro­blemi verranno dopo, a gennaio, a febbraio...». Il parlamentare democratico, che preferisce restare anonimo, appartiene alla corrente riformi­sta del partito: intendendo per ri­formisti tutti quelli che- da Veltro­ni a Letta - non hanno apprezzato la deriva neofrontista di Bersani e considerano indigeribile, e so­prattutto fallimentare, la prospet­tiva di un’alleanza con i soli Ven­dola e Di Pietro. Quanti sono i ri­formisti nel gruppo parlamenta­re del Pd? Molti, più della metà, so­stiene il deputato: perché il grup­po l’ha fatto Veltroni e, nonostan­te le defezioni e i cambi di corren­te, «la maggioranza di noi è pron­ta ad appoggiare il governo Monti fino alla fine della legislatura». Che siano maggioranza o no, di certo i riformisti non hanno le stesse idee del segretario. Per Ber­sani oggi il governo tecnico è una scelta obbligata, ma non per que­­sto è la preferita. Si è piegato ai de­sideri del Quirinale ma non ritie­ne di aver firmato nessuna cam­biale in bianco. Fino a Natale Monti ha campo libero: la coper­tura di Napolitano è completa e, osservano i bersaniani, questo di­venterà un vantaggio, perché in nome dell’unità nazionale quiri­nalizia il Pd conta di riuscire a fronteggiare l’opposizione dei sindacati, di Vendola e di Di Pie­tro. Ma dopo Natale la situazione cambia. A gennaio sapremo se la situazione finanziaria si è rassere­nata quel tanto che basta per ren­dere meno pressante l’emergen­za; e sapremo se si terrà il referen­dum elettorale. La tentazione di farlo saltare, non con una riforma condivisa, che oggi appare diffici­le, ma con lo scioglimento delle Camere è fortissima in entrambi i maggiori partiti, e Bersani sa che su questo punto cruciale potrà avere qualche aiuto da Alfano. L’ideale, per il segretario del Pd, sarebbe proprio un’intesa biparti­san che sciolga la supermaggio­ranza con la stessa agilità con cui è stata formata. In questo caso né il Quirinale né l’opinione pubbli­ca ( ammesso che a gennaio sia an­cora così favorevole al governo) avrebbero molto da obiettare, e Monti dovrebbe fare le valigie. Nel Pd (e nel Pdl) c’è chi pensa l’esatto contrario: e cioè non sol­tanto che il governo Monti debba durare fino al 2013, ma che que­sto tipo di maggioranza, nelle for­me e con gli aggiustamenti più op­portuni, potrebbe presentarsi agli elettori per proseguire il suo lavoro anche nella prossima legi­slatura. È una minoranza per ora sparuta, e soprattutto silenziosa, ma costituisce il più insidioso ne­mico di Bersani: domani potreb­b­ero ritrovarsi su questa linea per­sonalità diverse e influenti come Veltroni e Renzi. Quanto a D’Alema, chi lo fre­quenta assicura che non ha affat­to abbandonato la sua vecchia idea: riforma elettorale «alla tede­sca » e alleanza con l’Udc nel 2013, con relativa spartizione di Palazzo Chigi e Quirinale. En­trambi gli obiettivi hanno biso­gno di tempo, ed è per questo che il presidente del Copasir è stato il più attivo a convincere Bersani nel via libera a Monti e oggi è il più impegnato a tenerlo calmo. Gli os­servatori, tuttavia, si chiedono fi­no a quando Bersani si farà tratte­nere da D’Alema, e che cosa acca­drebbe in caso di rottura. «Nei mo­menti topici- ricorda un senatore del Pd - D’Alema e Veltroni han­no sempre trovato l’accordo». E questo non sarebbe certo il primo segretario che fanno fuori.