PAOLA JADELUCA, la Repubblica Affari e finanza 5/12/2011, 5 dicembre 2011
Cheung Yan la regina dei cartoni rischia di riciclare i bond spazzatura - «Se fossi stata una casalinga avrei indossato vestiti di WalMart, lì la qualità è buona
Cheung Yan la regina dei cartoni rischia di riciclare i bond spazzatura - «Se fossi stata una casalinga avrei indossato vestiti di WalMart, lì la qualità è buona. Ma sono una donna in carriera e devo vestire per apparire come tale»: è rimasta celebre questa dichiarazione alla stampa di Cheung Yan, la donna più ricca della Cina. Sempre con un enorme diamante all’anulare e abiti griffati, ha costruito il suo impero su quanto di più povero esista al mondo, i cartoni. La regina dei cartoni, così la chiamano, e lei non sembra affatto aversela a male. Anzi. In piena corsa all’economia sostenibile, al rispetto dell’ambiente, con la Cina che sta cavalcando la green economy, può andare oltremodo fiera del suo business, basato sul riciclo della carta. Forse è questo a conferirle la giusta dose di sicurezza da non curarsi dei warning degli analisti, che negli ultimi tempi la vogliono vicina al crac, prossima a venir spazzata via dalla crisi internazionale, come uno dei tanti pezzi di carta che l’hanno resa ricca e famosa. Un’intuizione geniale la sua. Nei parchi e per le vie delle metropoli del Dragone c’è ancora chi va in giro a raccattare carta e bottiglie di plastica usate da portare al macero in cambio di pochi spiccioli. Lei ha capovolto la prospettiva, ha trasformato l’accattonaggio in un grande affare. A 25 anni era già famosa perché riciclava carta e cartoni. Ma la grande svolta è avvenuta nel 1990, quando è andata in Usa, come hanno fatto tanti altri connazionali appena le frontiere hanno iniziato ad aprirsi. Lì ha aperto uno stabilimento, raccogliendo carta usata dall’America a pochi soldi, portandola in Cina per riciclarla, a basso costo, e trasformarla in cartone per il packaging dei migliaia di prodotti Made in China che invadono il mondo. La vera idea è stata quella di sfruttare le navi container che tornavano vuote dagli Usa, dove avevano attraccato piene zeppe di esportazioni cinesi. L’anello debole della logistica è diventato la chiave del suo successo, il perno della creazione di valore. Container dopo container la Nine Dragons Paper, come si chiama il gruppo da lei guidato, è diventato il numero uno della Cina, tra i primi a livello mondiale. Fino alla quotazione alla borsa di Hong Kong, nel 2006, che ha proiettato Cheung Yan al primo posto nella classifica dei ricchi cinesi. Negli ultimi anni, con la crescita vertiginosa dei consumi interni, le navi merci hanno iniziato a fare la spola tra i due continenti piene in entrambi i sensi. Ma Cheung Yan ha saputo giocare d’anticipo. E nel 1995, tornata a Hong Kong, è stata tutta un’ascesa. Cinquantaquattro anni e un patrimonio personale di 5,6 miliardi di dollari americani secondo quanto riportato da Hunrun, il prestigioso magazine lifestyle cinese, figura tra le donne più influenti del mondo. La classifica appena pubblicata dal Financial Times, "The top 50 women in world business", la vede quest’anno al 24mo posto: ma indipendentemente dalla posizione specifica, figura in tutte le classifiche dei magazine internazionali ormai da diversi anni. «Cheung Yan è una delle icone della Cina moderna, un paese dove fino all’avvento di Mao le donne erano in totale schiavitù. Nel giro di una sessantina di anni il modello si è capovolto, il Dragone sembra evolversi verso una forma di società quasi matriarcale, dove il driver di aggressività, di voglia di affermarsi dei cinesi, sconosciuto in Europa, nelle donne assume la doppia dimensione di riscatto dalle origini povere e contemporaneamente di affermazione del ruolo femminile, è il modello delle "madri tigre"», racconta Riccardo Monti, executive director e responsabile Asia di Value Partners, la società di consulenza aziendale fondata da Giorgio Rossi Cairo, tra le prime italiane a mettere radici in Cina e Singapore. "L’inno di guerra della madre tigre" è il libro di Amy Chua figlia di immigrati cinesi in Usa, elegante docente di diritto internazionale nella esclusiva Yale Law School che ha fatto scandalo in America e poi nel resto del mondo, con il racconto della disciplina ferrea e metodi anche crudeli di educare i figli, che fanno delle cinesi madri superiori rispetto alle madri occidentali. Considerati i risultati, i metodi "confuciani" funzionano, i cinesi sparsi per il mondo collezionano lauree e master prestigiosi e le donne, in particolare, scalano i posti di vertice politici e imprenditoriali. E’ stato Mao a gettare la prima pietra di questa rivoluzione rosa, con la frase che ha fatto storia: «le donne tengono sulle spalle metà del cielo». Mao, che con la politica del Grande Balzo in avanti aveva mandato gli studenti in campagna e i contadini nelle fabbriche, proiettando verso una società fondata sull’azzeramento di ogni gerarchia sociale. Un sogno democratico che si è arenato sugli scogli di carestie, persecuzioni e lavori forzati. Ma che ha contribuito a temprare la cultura dei cinesi, dotati di uno spirito di adattamento senza pari. Sul quale la riforma di Deng Xiao Ping ha innestato una grande vocazione all’imprenditorialità. In questo scenario, sono nate tutta una serie di leggi e iniziative finalizzate a promuovere la presenza delle donne, nelle carriere pubbliche come nel mondo imprenditoriale privato. Della gioventù di Cheung Yan si sa poco, e lei non ama raccontare il suo passato. E’ figlia di un tenente dell’Armata Rossa, secondo quanto racconta il New York Times, un legame che secondo il magazine avrebbe favorito il business di famiglia. Membro del National Committee of the Chinese People’s Political consultive conference, Cheung Yan ricopre secondo il Who’s Who China una sfilza infinita di cariche, compresa quella di vicepresidente dell’associazione delle imprese cinesi all’estero. E’ anche presidente della Camera di commercio del Guandong, dove è nata e cresciuta, la prima e più grande regione industrializzata della Cina, a sud, di fronte a Hong Kong. E Zhang Yin è il nome originario in cantonese, il dialetto di questa regione, da lei poi cambiato in Cheung Yan. «Le imprese cinesi devono essere più flessibili nel loro approccio ai mercati stranieri, come lo sono state le imprese straniere quando sono venute in Cina: dovrebbero pensare a una alternativa alle fusioni e acquisizioni all’estero, che consenta loro di raggiungere il target e contemporaneamente di colmare il gap con l’occidente: marketing efficace, strategie basate sull’acquisizione di quote minoritarie e joint venture con partner locali possono rivelarsi un metodo utile in molte situazioni», è il succo del discorso che ha tenuto a settembre alla conferenza dei Ceo cinesi, a Pechino, una delle voci più ascoltate in questa fase di turbolenze che obbligano la Cina a grandi ripensamenti di fronte all’economia occidentale che va al rallentatore. Presidente e fondatrice dell’impero di famiglia, Cheung Yan è affiancata dal secondo marito, che ricopre la carica di Ceo, e dal figlio, ventiseienne, executive manager. Con pugno di ferro ha tenuto testa alle denunce di sfruttamento del personale, che negli ultimi tempi sono sempre più frequenti in Cina. Ora, con la stessa fermezza cerca di tenere testa a una minaccia: S&P ha annunciato di voler declassare a junk bond le azioni del gruppo. La causa: i forti debiti che graverebbero sul gruppo messi a rischio dalla contrazione delle attività delle piccole e medie imprese cinesi, principali clienti di Nine Dragons Paper. Un warning lanciato a inizio anno e che ha fatto crollare le azioni. Citi, che inizialmente era stata più morbida, nell’ultimo report di Novembre le assegna un "alto rischio di default". Cheung Yan sembra non curarsi di questi allarmi. Ha dato il via a un piano di massicci investimenti per l’innovazione, che gravano non poco sui conti, e promette che il 2012 sarà l’anno della grande svolta: «Le vendite sono cresciute del 35,9% nell’ultimo anno finanziario che si è chiuso a giugno, ma la compagnia non riposa sugli allori: dal 2012 passeremo a un nuovo stadio di crescita e di espansione», ha dichiarato al Financial Times. Secondo gli esperti potrebbe giocare d’anticipo ancora una volta. Lo smaltimento dei rifiuti e l’inquinamento sono diventati una tale emergenza in Cina da aver spinto il governo a mettere in primo piano la rivoluzione verde. E tutto ciò che volge alla green economy potrà contare sicuramente sul sostegno pubblico.