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 2011  dicembre 05 Lunedì calendario

Smat e CapAmiacque i campioni dell’oro blu - L’acqua italiana inizia la nuova vita postreferendum nel tradizionale caos amministrativo, si è persa ogni traccia dell’Authority e del regolamento tariffario, e con davanti un compito da brividi: dimostrare che anche in versione "pubblica", come sancito dal voto degli italiani, il servizio idrico può essere fatto bene, con profitto per i cittadini e in modo efficiente

Smat e CapAmiacque i campioni dell’oro blu - L’acqua italiana inizia la nuova vita postreferendum nel tradizionale caos amministrativo, si è persa ogni traccia dell’Authority e del regolamento tariffario, e con davanti un compito da brividi: dimostrare che anche in versione "pubblica", come sancito dal voto degli italiani, il servizio idrico può essere fatto bene, con profitto per i cittadini e in modo efficiente. A guardare la fotografia di gruppo del passato, c’è poco da essere ottimisti. I 320mila chilometri di acquedotti e le fognature tricolori sono stati gestiti fino ad oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, dagli enti locali e dalle loro municipalizzate. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: una rete inestricabile di tubi che perde per strada 47 litri di acqua ogni 100 imbrigliati alla fonte, due rubinetti del sud su 10 da cui esce un getto non depurato, il 10% delle case non collegato da servizio fognario (in arrivo a inizio 2012 ci sono le sanzioni Ue), il 15% delle fogne che non passa da un depuratore e gli investimenti tagliati di due terzi rispetto a venti anni fa, prima delle legge Galli. Ogni regola però ha le sue eccezioni. E anche nell’acqua di Stato, per fortuna, esistono campioni di eccellenza che si muovono controtendenza: riducono le perdite delle reti, migliorano con costanza il servizio ai cittadini. E alla fine riescono persino a fare profitti, il volano necessario per finanziare gli investimenti in un settore che nei prossimi trent’anni avrebbe bisogno di 66 miliardi di lavori per avvicinarsi agli standard di qualità europei. Affari & Finanza ha scelto tre di questi esempi, due al nord (la Smat di Torino e CapAmiacque della provincia di Milano) e uno al sud (l’Acquedotto Pugliese) per farsi spiegare dai loro vertici i segreti del servizio pubblico che funziona. E provare a capire se e come, in futuro, si potranno trasformare queste eccezioni nella regola generale. Politica e affari. Lucia Quaglino, ricercatrice dell’Istituto Bruno Leoni, uno dei think tank più liberisti d’Italia, non ha dubbi: il peccato originale dell’acqua pubblica in Italia e una delle cause prime della sua inefficienza è «il conflitto di interesse tra il gestore e il controllore». Gli enti locali spesso vogliono poltrone, pretendono assunzioni. «E visto che i tempi elettorali e della gestione del consenso sono più brevi dei risultati degli investimenti sulla rete idrica preferiscono rimandare qualche lavoro piuttosto che far crescere le bollette», racconta Alessandro Ramazzotti, presidente del gruppo Cap Holding che tramite la controllata Amiacque gestisce 184 comuni nell’hinterland milanese, con 113 milioni di ricavi e quasi 2 di utile nel 2010. Come si sono difesi i tre "campioni"? «La risposta è la crescita dimensionale. Se fai capo a duetre comuni la pressione per una gestione antieconomica è forte e il tuo potere negoziale come manager è ridotto al minimo» dice Paolo Romano, numero uno della Smat, il gioiellino dell’acqua piemontese che per il Bruno Leoni è «efficiente» come una buona azienda privata. La Smat oggi fattura 248 milioni, lavora con 284 comuni, investe tra i 70 e i 90 milioni l’anno con 14 milioni di profitti. «Avere tanti referenti per assurdo ci ha reso più liberi spiega l’ad Abbiamo potuto chiudere una decina di aziende, ridisegnando tante strutture nate nell’era in cui all’acqua pubblica si guardava solo come a una realtà in grado di creare posti di lavoro». Stesso discorso all’Acquedotto Pugliese. La «forte copertura politica» garantita dal Nicki Vendola all’ad Ivo Monteforte ha consentito di ridurre del 40% i dirigenti, eliminare investimenti che «erano cattedrali nel deserto» ed eliminare gli allacci abusivi che in altri tempi, per non perdere consenso sul territorio, sarebbero stati tollerati. «Il segreto è far capire alla politica che l’efficienza taglia i costi e permette di fare investimenti sul territorio dice Ramazzotti Noi con 150 milioni previsti in un triennio siamo tra le prime stazioni appaltatrici in Lombardia e per l’87% facciamo lavorare aziende locali». Alla fine a beneficiarne è l’utente. La rete Amiacque perde solo 14 litri d’acqua su 100. L’Acquedotto Pugliese in tre anni ha tagliato del 15% a 34 litri le sue. Regole certe. Grande insomma è bello e svincola dall’abbraccio soffocante degli enti locali. Ma non basta. Tagliati i rami secchi e messa a punto una governance a prova di ingerenze politiche, bisogna trovare i mezzi per fare gli interventi necessari sulle nostre fatiscenti reti idriche e fognarie. E dopo il referendum, per assurdo, i campioni dell’acqua pubblica sono ancora più in difficoltà di prima. «Il problema numero uno è l’assenza di un’Authority che garantisca la corretta gestione del servizio, aiuti a stabilire la congruità delle tariffe e lo stato degli investimenti», dice Ramazzotti. Il settore pubblico soprattutto per quest’ultima voce è sempre stato meno efficiente dei privati mandando in porto solo il 50% dei lavori pianificati per non mettere pressione alle tariffe. Il problema si è acuito ora con la crisi dei debiti sovrani. La liquidità è poca. Raccogliere capitali sul mercato è molto costoso in termini di tassi. E ogni centesimo che c’è in cassa vale davvero oro. Non è un caso, ad esempio se l’Acquedotto Pugliese malgrado Vendola sia stato in prima fila nella guerra per il referendum non ha ancora eliminato dalle sue bollette il rendimento del 7% sul capitale cassato in teoria al voto («i nostri profitti vanno per statuto a finanziare i ceti più deboli e i lavori sulla rete», assicurano comunque a Bari). «Finanziarsi adesso è complicatissimo ammette Romano A cosa serve un rendimento certo del capitale del 7% se poi in banca ti prestano soldi solo se paghi l’8%?» Ci sarebbero i fondi della Bei. Che per i loro vincoli di destinazione calzano a pennello con le esigenze infrastrutturali degli acquedotti di casa nostra. «Ma l’incertezza giuridica tiene lontani i capitali della Ue di cui oggi avremmo bisogno come il pane», dice Ramazzotti. A Torino hanno avuto la prova provata di questa diffidenza: «Subito dopo il referendum sono arrivati di gran carriera in Piemonte i supervisori della Banca europea degli investimenti con l’intenzione di ritirarci i 200 milioni che ci avevano già garantito. Ma per fortuna siamo riusciti a convincerli di avere le risorse per andare avanti», racconta Romano. La brutta politica, insomma, va lasciata fuori dalla porta. Ma quella alta deve essere in grado di dettare regole precise. La ricetta per il futuro. Smat, CapAmiacque e Acquedotto Pugliese, malgrado la nebbia normativa, hanno i mezzi per provare a pensare ancora un po’ più in grande. «Il legame con il territorio è importante», dice Ramazzotti. Il gruppo torinese però sta lavorando per ampliare la sua offerta a nuovi comuni e ha in ballo l’ambizioso progetto dell’acquedotto in Val di Susa. In casa Amiacque si studia il percorso per sviluppare sinergie con la Metropolitana Milanese, gestore (pure lei efficiente) dell’acqua del comune di Milano. In molti sperano che Acquedotto Pugliese possa allargare i confini geografici del suo business facendo servizio idrico che funziona in aree delicate come Campania, Calabria e Sicilia. «Il male dell’acqua italiana è stata da sempre la polverizzazione conclude Ramazzotti ci sono province che arrivano a avere fino a 123 gestioni separate. Realtà che è impossibile far funzionare davvero». «Bisogna uscire dalle logiche di campanile e allargare i confini oltre i limiti degli attuali ambiti territoriali ottimali per arrivare almeno a gestioni regionali». Queste tre società dimostrano che si può fare chiedendo tariffe ragionevoli ai cittadini. «Dove le cose non funzionano, al di là dei problemi dimensionali la colpa spesso è della latitanza di un ente di controllo che ci obblighi a fare gli investimenti necessari», dice Romano. Le bollette magari saliranno un po’, ma alla fine i 66 miliardi di investimenti necessari ai nostri acquedotti vanno trovati. Se non li si paga in bolletta si pagheranno attraverso il calderone indistinto della fiscalità generale. «In fondo i nostri prezzi sono molto più bassi della media europea», ricorda il numero uno della Smat. L’acqua pubblica insomma inizia a prendere le misure con il suo futuro. Senza troppi timori reverenziali nei confronti dei privati che del resto in diversi parti d’Italia non hanno dato proprio grandi esempi di efficienza. In fondo non siamo soli. In Germania il servizio lo garantiscono i Laender. E la Francia, culla dei colossi privati del settore, ha già rinazionalizzato per manifesta inefficienza il servizio di Parigi e di Grenoble.