Alberto Arbasino, la Repubblica 5/12/2011, 5 dicembre 2011
GLI SFRENATI ANNI DELLA PROSPERITÀ AMERICANA
Dopo tanti vari giri, sembra davvero che la mostra più bella e simpatica sia «Youth and Beauty», ovvero Gioventù & Bellezza nell´arte degli Anni Venti americani. L´età del charleston e di Francis Scott Fitzgerald, con liberazione dei corpi belli dai tabù sessuali repressivi. Forse metafora emblematica di qualche aspirazione ideale, in una società di massa appena toccata da una prosperità recentissima, però con preoccupazioni per gli eventuali oltraggi al pudore, anche al night-club. Siamo al poco frequentato Brooklyn Museum, ma con un eccellente catalogo di Teresa A. Carbone, edito da Skira-Rizzoli.
Molti nudi e molte foto, preferibilmente di fiori libidinosi, calle nere nella pittura qui trionfale di Georgia O´Keeffe; e bei corpi non quali ritorni alla tradizione o avanguardie del gusto, bensì repliche alle industrializzazioni e burocratizzazioni, reazioni ai consumismi collettivi. Gran «body language» tra sfrenatezze e self-control, trasgressioni intelligenti e ritorno all´ordine. Ponti di Brooklyn, lampi vertiginosi fra grattacieli notturni, rami e fronde, vedute di officine con metallurgici epici, sculture e saloni "Art Déco", bagnanti, lesbiche abbigliate da lesbiche contro i moralismi sul Pozzo della solitudine. Pittura eccellente: Charles Demuth, Marsden Hartley, George Bellows, Edward Hopper, Thomas Hart Benton, Romaine Brooks, Grant Wood... E il "precisionismo" minimalista e calligrafico del ricchissimo Gerald Murphy che in Costa Azzurra ignora ogni puritanesimo protestante e si intrattiene con Cole Porter, Fitzgerald, Hemingway...
Spettacolose foto di Stieglitz, Steichen, Imogen Cunningham. Ritratti giovani di Gloria Swanson, Clara Bow, Anita Loos, che ancora negli anni Sessanta venne con un gruppetto amico a Broadway per il lungo Strano Interludio di O´Neill; e a colazione veniva amorevolmente accudita da Diana Vreeland, non solo "terribile" direttrice di Vogue.
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Sulla copertina del catalogo c´è un magnifico ritratto, molto rinascimentale, del giovane Paul Cadmus, poi operoso (credo) nell´area delle riviste muscolari e atletiche. Lo si deve (nel 1928) a Luigi Lucioni, di Malnate (Varese). Chi ne sa qualcosa? Mi rimangono in mente le discussioni con Giorgio Bassani, che voleva assolutamente chiamare «Malnate» un personaggio dei Finzi Contini, mentre inutilmente gli spiegavo che in «ate» finiscono le località, mentre i cognomi lombardi terminano in «ati». E qui, a proposito di Finzi, andando nel ソ59 in métro da Boston a Harvard con un giornale italiano, un autorevole anziano si presentò: professor Finzi, docente di fisica appunto all´Università. Io dissi che a Roma conoscevo l´avvocato Finzi de Barbora, legale di attori e registi. E il professore: «Purtroppo è mio cugino, ma non gli parlo più. Quando un Finzi - che è un Finzi - si aggiunge un qualunque predicato, non si può tollerare».
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All´opposto del Brooklyn Museum quasi deserto - malgrado l´attrattiva di una immensa installazione: un albero gigantesco cresce sotto la maggior cupola con le radici in un pianoforte - al MoMa pare ogni giorno un Evento. Nonostante i 25 dollari del biglietto (18 per giovani e vecchi), non sarà certamente la retrospettiva di de Kooning ad attrarre folle così smisurate. Si tratta piuttosto di un Must: anche chi ha poco tempo, tipo i turisti di passaggio, va solo lì. E nelle sale, effettivamente, si trova il meglio del Novecento. Ma l´astrattismo decostruito e decentrato dell´action painting di de Kooning non appare molto interessante o attraente, in questa sua monumentale retrospettiva.
Dopo vari bianchi-e-neri e figure femminili con influssi di Matisse, infatti, e dopo alcune scomposizioni astratte alla Kandinskij, ecco numerose ciccione deformi e ghignanti con grottesche dentiere sperse. Parecchi «Senza titolo». O «Senza numero». Accanto a sculture nere e lucide, luttuose, tipo dei Rodin fecali. E nei dipinti, azzurri acidi, gialli sbaffati, rosa grassocci e obesi, citrini da brivido.
A tratti, finalmente, poche spatolate si semplificano, in linee curve da graffitari con intenzioni decorative, nei vuoti crescenti. Che scoperta, in tarda età, e con la malattia, la bellezza dei vuoti, che si (e ci) alleggeriscono. Fondi bianchi, abitati da scarsi tratti, senza accumuli. Anni Ottanta: le opere più belle. Ma poi, verso l´uscita dal MoMa, lavori altrui consistenti in scritte: «L´art est inutile, L´art est pas art, L´art est mon cul». (Una «ultima provocazione di... »? Devastante? Vibrante?).
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Risulta così preferibile una retrospettiva di Roberto Matta, meno affollata, in ogni senso. Per strutturazione e organicità, malgrado le esplosioni localizzate di colori - viola, rosso, grigio, blu - in quadroni immensi. Con una sapiente regìa di musei spagnoli, Valencia e Bilbao: per il centenario della nascita. «Vivi, vivido e vivace!», si diceva una volta. E in questa nuova Pace Gallery, i visitatori appaiono competenti e attenti, per niente casuali o turistici.
Si è qui nel nuovo quartiere delle gallerie d´arte, all´estremo West delle ventesime strade, ovvero Chelsea, mentre anni fa tutte le arti abitavano le vie trasversali di West Broadway, a Soho. Ma ora verso Broome e Spring gli affitti sono diventati altissimi, e i turisti vi si ammassano per i negozi di scarpe e giubbotti cheap.
Dunque le già storiche gallerie come Paula Cooper e Mary Boone e Gagosian e tante altre si sono riaperte nuovissime quasi sulla riva dell´Hudson River, a cui le ventesime tendono. E nelle vetrine si possono guardare i contenuti anche dalla strada. In una Pace attigua, ecco una Breve Storia della Lampadina Elettrica, con opere illustri prevalentemente pop: da Arman e Bacon e Beuys e Calder fino a Dine e Lichtenstein e Oldenburg e Rauschenberg e Rosenquist, passando per Picasso e Man Ray... Che antologia sorprendente: ci sono "tutti".
Lampadine rattrappite, ammuffite, raggrinzite, gigantesche e pendule, "out" per l´ecologia, o in un secchio pop... Ecco: l´oggetto diventa medium e media, grazie alla semplicità della forma, e alla forza rivoluzionaria della funzione.
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Promenade! Fra la 22, la 23, la 24, la 25...
In una Gagosian, due grandi curve metalliche di Richard Serra, analoghe alle sue installazioni enormi al Guggenheim di Bilbao. In un´altra Gagosian, gli apparenti espressionismi astratti di Andreas Gursky, su fondo nero o blu: ispirati dalle visuali aeree diurne e notturne in un viaggio ad altissima quota da Dubai a Melbourne, specialmente sopra Bangkok, che dà il nome alla serie. Biancori smorti periferici. Da classificare accanto all´action painting di Matta, de Kooning, e altri. Come Richard Pousette-Dart, anche lui storicizzato qua accanto.
Da Ileana Sonnabend, una serie di autoritratti di una bambinona o bambinaccia sgraziata, Anh Duong, in pose scomposte e in stile piuttosto fra Schad e Dix.
Accanto, una «Scopophilia» di Nan Goldin: una serie di fantasie guardonistiche e apparentemente fotografiche su nudi d´arte al Louvre torvamente manipolati per il sogghigno dei conoscitori.
Derivate soprattutto da foto, anche le Trabeazioni di Roy Lichtenstein, da Paula Cooper: cornicioni dall´antichità classica alla Manhattan premoderna, in quanto «riformulazioni meccaniche e antinaturalistiche della tradizione paesaggistica romantica». Naturalmente, nel suo abituale precisionismo da cartoon. Anche a pois.
Ed ecco televisori in sommarie svelte linee. Paesaggini in miniatura uso presepio sotto normalissimi sgabelli. Origini espressionistiche di fotografe non bravissime, con smorfie di vecchi grotteschi, grattacieli storti, e perfino Schönberg. Uno sguincio espone (sarà arte, o no?) una collezione di incongrui Balenciaga vintage, appesi tra pareti di mattoni fortemente rudi. E presso Carolina Nitsch, sempre in West 22nd Street, foto e installazioni di funghi e uccelletti del belga-svedese Carsten Höller, «per creare un senso di incertezza e movimento e spaesamento con multiple interpretazioni». Come nella sua contemporanea mostra a New Museum. E in varie altre città, fra cui Roma.
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Eccoci quindi al nuovissimo New Museum, dove una fila si accalca, forse per provare le interpretazioni multiple. Siamo sulla Bowery, all´altezza di Prince Street, lì accanto c´è la nuova sede di Sperone Westwater. E la ex - sala del celebrato Amato Opera Theater, ora «out of business» e «for sale», ma dove decenni fa ci si divertiva parecchio, giacché il signor Amato cantava e suonava in tante parti operistiche, oltre a vendere i biglietti e le bibite.
Tutt´intorno, vetrine di botteghe più creative che le installazioni nelle gallerie. Collages di scarpe e di mutande. Allestimenti di bigodini multipli. Carpenteria artistica, con riproduzioni di telegrammi, vasi, cere, conchiglie. Tende già usate, con mascherine carnevalizie smesse. Accumuli di nuvole su tv in fila, o su dvd. Trionfi di parallelepipedi monocromi. Monotoni? Come sonoro, un orgasmo continuo, o un gocciolio di sciacquone.
Al New, tutto un Höller, con indecisioni e spaesamenti davanti agli stessi funghi giganti da fiaba boschereccia e alle stesse foto di uccelletti veri, che svolazzano in gabbia fra trilli registrati, all´ultimo piano. Ove lentamente gira una giostra di specchietti e lampadine. E si apre un tubone sdrucciolo e forse pericoloso da parco infantile, per scivolare giù e alterare o alternare potenzialmente gli stati mentali, anche riconsiderando se stessi in un corridoio mobile (sostiene la presentazione).
«Poter tornar bambini, - giocare coi balocchi, - felici come allor... E riascoltare - la voce della mamma»... Sugli ascensori, una faccia ordinaria continua a ripetere, dagli schermetti: «Penso lo stesso (o penso il contrario) di quanto mi dici». Troverà marito? Se lo chiedono.
La bruttezza della gente! Le arti all´incrocio fra celebrità e mercato! La noiosità di un grande contenitore di pillole, una scultura di perspex con scalette interne, coccodrilli e balene di plastica, tra flash di neon. Per esplorare i limiti della percezione sensoriale, bisognerebbe sdrucciolare nel tubone fino al pianterreno; e lì si forniscono a grandi e piccini degli occhialoni che capovolgono la realtà in 3D. Dietro una parete di cristallo e una con segnaletica stradale, i giovani esaminano e commentano le patacche bianche sulla cappella rossa di funghi alti due metri e tagliati a metà. In mezzo al cammino, fra «swinging curve» e «atomium slide house» e «giant psycho tank», una troupe televisiva giapponese molesta o inibisce le percezioni e le meditazioni e i sentori.