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 2011  dicembre 05 Lunedì calendario

NOI DEL SAN RAFFAELE LIBERI DI FARE RICERCA - è

una domanda enorme, sollevata da Francesco Merlo, che riguarda ognuno, in questa nostra Italia declinante e inginocchiata nel fango. Anche se concerne in particolare il San Raffaele, anzi un suo aspetto che continua a passare sotto silenzio, confuso nel fiume melmoso del disastro che ha travolto ma non sradicato la direzione dell´ospedale e non ha finora toccato l´Università (la cui amministrazione è comunque separata e autonoma). Come è possibile che tanto bene reale e virtuale - clinica d´avanguardia, ricerca medica, biologica, psicologica, forse anche filosofica, di grande qualità e soprattutto sovrana nella sua libertà - sia fiorito nell´abbraccio mortale con tanto marciume - se si confermeranno le accuse? Come ha potuto essere fondato, come dice Merlo, non soltanto su "una corruzione enorme", e neppure soltanto, come giustamente sottolinea, sull´accoppiata tutta italiana di Mammona e del Padreterno, ma sul fondamento di quanto di più terribile c´è nei geni del nostro Paese, la confusione mafiosa di Padre e Padrone? Perché questa confusione e la fenomenologia che Merlo descrive sarebbe quanto di più incompatibile ci sia con l´anima profondamente illuminista e radicalmente, direi spietatamente liberale, della ricerca. Anche di quella umanistica, che all´intolleranza per l´ingiunzione senza ragione e per l´oscurità delle logiche consortili aggiunge il tema profondissimo della responsabilità personale di ogni atto e di ogni cosa detta, e la divisa della veglia critica nei confronti delle proprie stesse pulsioni oscure. Allora? Merlo parla di "seduzione", di cui sarebbero stati vittime molti che hanno creduto e sono "caduti nelle panie". Eppure: non ci sarà una sorta di troppo facile giustificazione, in questa immagine delle panie? È questa la domanda che io credo dobbiamo porre a noi stessi. Questo io chiederei a tutti noi, che di questa meravigliosa giovinezza che è la ricerca vera, e di questa vera religione che è l´indagine nelle profondità dell´umano, abbiamo avuto il privilegio di vivere.
A noi, che dal pensiero che scienza e sapienza dell´umano potessero quotidianamente incontrarsi abbiamo ricevuto linfa e nutrimento. E che riconosciamo con dolorosa gratitudine da dove, da chi, ci viene questo pensiero, o almeno la possibilità di metterlo in pratica. Questo chiederei: quanto ha potuto giocare nella nostra ignoranza del lato oscuro il rinvio ingiustificabile del nostro primo dovere, quello di chiedere e dare ragione, sempre? Di chiedere trasparenza, e di applicarla, sempre? Quanto si applica agli altri, agli amministratori, e quanto anche a noi stessi, il detto che non c´è servitù se non volontaria, o almeno che anche l´opacità delle decisioni ultime, dove è subita, è volontaria? Oggi non c´è altra salvezza per questo bene, la ricerca, l´università, l´eccellenza e la libertà, che nella nostra prontezza a scindere il riconoscimento della paternità di un´idea e della sua forza, dall´acquiescenza all´oscurità dei metodi consortili della "padronanza". Scrisse per ben altra occasione Piero Calamandrei che «sotto la morsa del dolore e della vergogna gli indifferentiソ(si sono risvegliati) alla ribellione contro la propria cieca e dissennata assenza». Il risveglio è possibile e può fondarsi già su alcuni fatti. È in corso da quest´estate una discussione che il corpo docente sta facendo sull´avvenire dell´Università. E c´è unanimità sulla difesa della libertà di ricerca e di didattica, che è del resto l´altra faccia dell´eccellenza, sulla necessità di "rinnovare l´identità dell´Università", e infine sull´unità inscindibile con l´ospedale, perché come attuare altrimenti la ricerca di laboratorio, di base e clinica. Ma ci sono altri fatti, di cui occorre che la pubblica opinione sia al corrente. "Facile" - hanno obiettato alcuni - fare buona ricerca avendo una pioggia di denari sempre assicurata, per vie diritte o torte. Falso: non una lira, a quanto mi è dato sapere, viene alla ricerca da altre fonti che i finanziamenti internazionali e (in minor misura) nazionali cui si accede mediante competizione e valutazione. "Comodo" - hanno obiettato altri - far carriera in un posto che si considera una "famiglia", e dove si avanza per fedeltà e non per meriti. Falso. A quanto mi è dato sapere, cioè per quanto riguarda l´Università, non c´è stato mai altro criterio che quello della bravura: in misura molto superiore rispetto a quello che purtroppo avviene nelle università statali. «Malata da sempre, la creatura faraonica di don Verzé» - hanno scritto altri, perché malata di orgoglio luciferino, abitata da "biologi faustiani" e "profeti di un cristianesimo antichiesastico e antidogmatico". Mah, chissà se questa è una malattia. Come «l´ambizione di superare la contrapposizione moderna fra sapere scientifico-tecnico e sapere umanistico-filosofico». Vera, e credo si possa esserne orgogliosi. Una «melassa di libertarismi pseudo agostiniani»? Mah. Quanto "devoto" livore per commentare la frase di don Verzé: «Non cerco credenti, ma pensanti».