Il Sole 24 Ore 5/12/2011, 5 dicembre 2011
ADDIO ALLE PENSIONI DI ANZIANITÀ
Contributivo pro rata per tutti dal 1° gennaio 2012. Abolizione del sistema delle quote, legate alla somma di età anagrafica e contributiva, per le pensioni di anzianità: le uscite anticipate restano possibili solo con 42 anni di contribuzione per gli uomini, e 41 anni per le donne, con penalizzazione di tre punti l’anno della componente retributiva maturata prima del 1995 nei casi di pensionamento prima dei 62 anni di età. Immediato innalzamento a 66 anni (67 anni nel 2022) della soglia di vecchiaia per gli uomini e a 62 per le donne, che dovrà rapidamente salire a 66 anni entro il 2018 (allo stesso livello dei maschi) e che per tutti i lavoratori sarà agganciata a un sistema flessibile fino a 70 anni di età. Soppressione dal prossimo anno del meccanismo delle finestre. La riforma delle pensioni targata Fornero-Monti è stata messa nero su bianco e varata ieri dal Governo insieme al decreto sulla manovra.
Un pacchetto organico, che dovrebbe garantire subito 3-3,5 miliardi di risparmi (almeno 15 miliardi a regime) e che prevede anche il blocco totale per il 2012 e il 2013 delle perequazioni per gli assegni sopra i 935 euro (due volte il minimo). L’indicizzazione all’inflazione continuerà a essere garantita, totalmente fino a 467,42 euro (il "minimo"), e parzialmente tra questa soglia i i 935 euro. Aumenteranno progressivamente anche le aliquote dei lavoratori autonomi, che con ritocchi dello 0,3% l’anno saliranno al 22 per cento.
Previsto anche lo stop ai trattamenti privilegiati: su tutti gli aderenti ai fondi speciali Inps (piloti, dirigenti d’azienda, elettrici e via dicendo) scatterà dal 1° gennaio 2012 un contributo di solidarietà (dallo 0,3% all’1% a seconda degli anni di contribuzione) e tutti gli assegni dovranno essere armonizzati alle nuove regole. Allo stesso modo tutte le Casse di previdenza autonome, comprese quelle dei liberi professionisti, dovranno adottare entro marzo 2012 le misure necessarie per garantire l’equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni. Parallelamente nascerà il nuovo ente previdenziale unico: nell’Inps confluiranno Enpals e Inpdap.
Per quanto riguarda l’importo dei trattamenti, sarebbe confermato il primo adeguamento dei coefficienti di trasformazione nel 2013 ma il moltiplicatore per il calcolo dell’assegno contributivo varrà anche per i settantenni.
Quello messo a punto dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero, è insomma un intervento a tutto campo, che punta a chiudere l’eterno cantiere delle pensioni almeno per alcuni anni aprendo la strada a soli due canali di uscita: la «pensione di vecchiaia ordinaria» e la «pensione anticipata», che sostanzialmente sostituisce le «anzianità». Il cuore del piano organico è rappresentato dall’adozione del contributivo pro rata per tutti e dal superamento dei pensionamenti di anzianità con il contemporaneo innalzamento della soglia di vecchiaia.
Proprio nel nuovo requisito di vecchiaia che per i lavoratori dipendenti uomini sale dal 2012 da 65 a 66 anni (66 anni e sei mesi per gli autonomi), viene di fatto assorbito il prolungamento di un anno del pensionamento collegato alla finestra mobile introdotta un anno fa dal Governo Berlusconi che ora scompare. A questa nuova soglia viene agganciato un sistema flessibile per consentire le uscite tra i 66 e i 70 anni di età, che, per effetto dell’adozione del sistema contributivo pro rata, premierà chi posticiperà il più possibile il pensionamento. A questo dispositivo dovranno allinearsi le donne dal 2018: il requisito salirà a 62 anni dal prossimo anno per poi crescere di un anno ogni 18 mesi. In ogni caso per tutti i lavoratori nel 2022 l’asticella del pensionamento non potrà essere più bassa dei 67 anni. Questa scadenza è stata fissata anche con una funzione di clausola di salvaguardia per evitare che l’avvio della nuova era del contributivo pro rata per tutti possa premiare in forma indiretta, almeno nei primi anni, i lavoratori con una fetta retributiva consistente.
Con l’altro canale di uscita, quello della pensione anticipata, si può accedere ai trattamenti solo con 42 anni di contribuzione e non più 40 anni +1 (a prescindere dall’età anagrafica), che restano per validi per le donne. La bozza d’ingresso approdata ieri al Consiglio dei ministri, in particolare, fissa le uscite anticipate a 42 anni e un mese nel 2012, 42 anni e due mesi nel 2013 e 42 anni e tre mesi nel 2014. Una scalettatura su cui il Governo ha lavorato fino all’ultimo. Già nel corso del confronto di ieri mattina con le parti sociali l’Esecutivo, secondo i sindacati, avrebbe lasciato intendere di avere l’intenzione di consentire alle lavoratrici private i pensionamenti anticipati con 41 anni di contribuzione, quindi un anno in meno rispetto agli uomini. La pensione anticipata "piena" sarebbe però garantita solo ai lavoratori con almeno 62 anni di età: sotto questa soglia anagrafica, anche se in possesso del requisito dei 42 anni di contribuzione scatterebbe una penalizzazione del 3% per ogni anno di anticipo rispetto al sessantatreesimo anno di età. I soli a godere di una corsia preferenziale saranno i lavoratori impiegati in attività usuranti che resteranno agganciati all’attuale meccanismo delle "quote", anche se da quota "94" si dovrebbe salire subito a "97".
Tornando alla vecchiaia, per ottenere la pensione occorrerà essere in possesso di almeno 20 anni di contribuzione e l’importo del trattamento dovrà risultare non inferiore a 1,5 volte quello dell’assegno sociale per il conseguimento del quale dal 2018 sarà necessario un anno in più.
Tutto confermato per il meccanismo che aggancia il momento dell’effettivo pensionamento alla speranza di vita: l’eventuale incremento dell’età pensionabile resterà di tre mesi sulla base della tabella di marcia prevista dalle misure adottate negli ultimi due anni dal Governo Berlusconi. Davide Colombo, Marco Rogari • IN SINTESI - IN SINTESI
CONTRIBUTIVO
Il sistema di calcolo contributivo della pensione viene esteso a tutti dal 1° gennaio 2012, con il metodo pro rata. Se il calcolo contributivo è più favorevole, continua però ad applicarsi
il retributivo
ANZIANITÀ
Il decreto abolisce – di fatto – le pensioni di anzianità, quelle che attualmente erano previste con il sistema delle quote.
Dal prossimo anno si potrà accedere solo alla pensione di vecchiaia o a quella anticipata con 42 anni di contributi
PENSIONE ANTICIPATA
Dal prossimo anno l’unica possibilità di uscita anticipata riguarda chi ha raggiunto
42 anni di contributi. Se l’uscita avviene prima dei 62 anni si applica una penalizzazione del 3% per ogni anno di età
prima dei 62 anni
FINESTRE
Scompare il sistema delle finestre, per la decorrenza della pensione. Il momento in cui si maturano i requisiti è anche quello di pensionamento (ciò spiega, a esempio, perché l’età della vecchiaia è passata da 65 a 66 anni)
DONNE SETTORE PRIVATO
Dal 2012 le donne del settore privato potranno accedere alla pensione di vecchiaia con 62 anni; poi, con aumenti progressivi, fino ad arrivare a 66 anni nel 2018.
Si applica l’incremento
derivante dall’aumento
della speranza di vita
VECCHIAIA
Dal prossimo anno la pensione di vecchiaia si raggiungereà al compimento dei 66 anni (lavoratori dipendenti) e 66 anni e 6 mesi per gli autonomi. Si applicano gli incrementi legati alla speranza di vita: nel 2022 l’età dovrà essere almeno a 67 anni
RIVALUTAZIONE
Dal prossimo anno la pensione di vecchiaia si raggiungereà al compimento del 66 anni (lavoratori dipendenti) e 66 anni e 6 mesi per gli autonomi.
Si applica l’incremento derivante dall’aumento della speranza di vita
AUTONOMI E CASSE
Crescono le aliquote dei lavoratori autonomi, fino al 22% (0,3% all’anno). Le casse professionali devono adottare misure per garantire l’equilibrio finanziario.
Arriva un contributo di solidarietà per i Fondi speciali • DIRIGENTI, PILOTI E TELEFONICI, PRELIEVO SUGLI ASSEGNI - Un contributo di solidarietà variabile tra lo 0,3% e l’1% sui pensionati dei fondi speciali Inps e dello 0,5% per chi è ancora al al lavoro. A far scattare dal 1° gennaio 2012 il prelievo nei confronto di piloti, dirigenti d’azienda, trasportatori, elettrici, telefonici e l’intervento sulle CaSse autonome dovrebbe essere il piano pensioni Fornero-Monti varato ieri dal Consiglio dei ministri. Un intervento che fa parte della strategia anti-privilegi, all’insegna di equità, rigore e crescita, fortemente voluta dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Strategia che prevede anche l’armonizzazione alle nuove regole previdenziali di tutti i regimi pensionistici, compresi quelli delle alte cariche dello Stato e dei magistrati, sulla falsariga di quanto già deciso autonomamente dal Parlamento con l’adozione del metodo contributivo pro rata.
Prevista una stretta anche per le Casse previdenziali autonome dei professionisti. Il piano prevede l’obbligo di adottare entro il 31 marzo 2012 misure per assicurare l’equilibrio tra entrate contributive e spese per prestazione. Altrimenti, scatta il contributivo pro rata e un contributo di solidarietà dell’1% per il biennio 2012-2013 (si veda il pezzo a fianco).
Nell’ambito della stessa strategia andrebbe collocato l’intervento che punta ad aumentare al 22% entro il 2018 le aliquote contributive a carico dei lavoratori autonomi con ritocchi annuali dello 0,3 per cento.
Il contributo di solidarietà rientrerebbe nel pacchetto di misure all’insegna dell’equità. La bozza d’ingresso approdata ieri al Consiglio dei ministri prevede un prelievo a carico degli iscritti e dei pensionati dei fondi speciali Inps con trattamenti differenziati rispetto agli altri lavoratori dipendenti o con gestioni in rosso.
Per i pensionati il contributo di solidarietà sarebbe dello 0,3% con un anzianità contributiva tra 5 e 15 anni, dello 0,6% con 15-25 anni di contributi e dell’1% con oltre 25 anni di contribuzione.
Ad essere esentate dalla stretta sarebbero solo le pensioni 5 volte inferiori al minimo Inps e gli assegni di invalidità e inabilità. Per gli iscritti al fondo volo e gli ex fondi trasporto, elettrici, telefonici e Inpdai, il prelievo sarebbe dello 0,5% a prescindere da contributi ed età anagrafica.
Secondo il piano preparato dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero, anche le Casse di previdenza dei professionisti dovranno operare una stretta.
Nuovi interventi dovranno essere adottati subito anche per armonizzare i vari regimi della previdenza obbligatoria. In altre parole tutti i sistemi di pensionamento si dovranno adeguare alle nuove regole della rifroma Fornero-Monti. Il ministero del Lavoro terrà comunque conto «delle rispettive peculiarità – si legge nella bozza d’ingresso del decreto – ed esigenze dei settori di attività nonché dei rispettivi ordinamenti».
Confermati i ritocchi alle aliquote dei lavoratori autonomi, oggi al 20,3 per cento. Ogni anno le aliquote saliranno dello 0,3% per giungere al 22 per cento nel 2018. Un’operazione che nei prossimi mesi potrebbe essere seguita da altri interventi simili visto che l’obiettivo del Governo è giungere ad una progressiva armonizzazione delle aliquote per poi tentare un loro riallineamento verso il basso.
Infine, una stretta si preannuncia anche sui trattamenti che riguardano i liberi professionisti.
Se le rispettive Casse (si veda l’articolo a fianco) non varevanno misure per portare in equilibrio a 50 anni i saldi previdenziali entro il prossimo marzo, scatteranno sanzioni: estensione del pro-rata contributivo e quota di solidarietà dell’1% a carico dei propri iscritti pensionati.
D.Col.
M.Rog. • GLI ALTRI ISTITUTI
Solidarietà
Scatta il contributo di solidarietà variabile tra lo 0,3% e l’1% sui pensionati dei fondi speciali Inps e dello 0,5% per chi è ancora al lavoro. Il prelievo si attua dal 1° gennaio 2012 nei confronto di piloti, dirigenti d’azienda, trasportatori, elettrici, telefonici. Per i pensionati la solidarietà è dello 0,3% con un anzianità contributiva tra 5 e 15 anni, dello 0,6% con 15-25 anni di contributi e dell’1% con oltre 25 anni di contribuzione. Esentate le pensioni 5 volte inferiori al minimo Inps e gli assegni di invalidità e inabilità. Per gli iscritti al fondo volo e gli ex fondi trasporto, elettrici, telefonici e Inpdai, il prelievo è fisso allo 0,5% per cento.
Ritocchi alle aliquote
Aumentate al 22% entro il 2018 le aliquote contributive a carico degli autonomi con ritocchi annuali dello 0,3.
Casse professionali
Obbligo di adottare entro il 31 marzo 2012 misure per assicurare l’equilibrio del saldo previdenziale. Altrimenti, scatta il contributivo pro rata e un contributo di solidarietà dell’1% per il biennio 2012-2013 • CASSE, IN TRE MESI SALDI IN ORDINE - Se le Casse di previdenza professionali non adotteranno – entro il prossimo mese di marzo – misure per assicurarsi saldi previdenziali positivi su un arco temporale di 50 anni, allora anche per loro scatterà la "scure" del contributivo pro-rata e del versamento di una quota "temporanea" di solidarietà dell’1%, per gli anni 2012 e 2013, a carico dei rispettivi pensionati.
Lo prevede l’articolo 24, comma 19 della manovra varata ieri e che fino all’ultimo ha mantenuto il riserbo sulla possibilità che le misure in materia previdenziale avessero anche un riverbero sulle discipline autonome delle Casse di previdenza professionali.
«In considerazione dell’esigenza di assicurare l’equilibrio finanziario delle rispettive gestioni» – si legge nella norma – in conformità ai decreti legislativi 509/1994 e 103/1996, questi enti adottano, «entro e non oltre il 31 marzo 2012, misure volte ad assicurare l’equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni pensionistiche secondo bilanci tecnici riferiti ad un arco temporale di cinquanta anni».
Le delibere in materia dovranno essere sottoposte all’approvazione dei ministeri vigilanti, che si dovranno esprimere entro trenta giorni dalla loro ricezione. «Decorso il termine del 31 marzo 2012 senza l’adozione dei previsti provvedimenti, ovvero nel caso di parere negativo dei ministeri vigilanti, si applicano, con decorrenza dal 1° gennaio 2012»: le disposizioni sull’applicazione del pro-rata agli iscritti alle relative gestioni; un contributo di solidarietà, per gli anni 2012 e 2013, a carico dei pensionati nella misura dell’1 per cento.
Il saldo previdenziale, cioè il rapporto tra entrate per contributi e spese per prestazioni è il primo campanello d’allarme della "solvibilità" degli enti. Quando il risultato si fa negativo, il secondo baluardo diventa il saldo corrente, cioè la relazione tra totale entrate e totale uscite. Quando anche questo matura il segno meno, si passa a intaccare il patrimonio.
Sinora le regole per i bilanci tecnici-attuariali delle Casse prevedevano una visione a 30 anni. Ma anche dopo il varo di riforme più o meno incisive, il saldo previdenziale delle Casse disciplinate con il Dlgs 509/94 (le colleghe del 103/96 nate già con sistema contributivo sono in equilibrio strutturale) va dal primo disco rosso dei medici attorno al 2020, al 2034 di ingegneri-architetti, al 2035 degli avvocati (solo i farmacisti sono in equilibrio sino alle soglie del 2060). In ogni caso, allo stato attuale, praticamente nessun Ente è in grado di assicurare, per mezzo secolo, il segno più al rapporto versamenti-prestazioni. Laura Cavestri • DONNE, DA GENNAIO LA «VECCHIAIA» ARRIVA A 62 ANNI - Pensione di vecchiaia subito a 62 anni per poi salire a 68 anni entro il 2008 e trattamento anticipato solo con 41 anni di contribuzione. Con questo esito si è chiusa la partita sotterranea tra Governo, sindacati e forze politiche sulla previdenza delle donne. Nella sua stesura originaria, il piano dell’Esecutivo prevedeva un immediato innalzamento della soglia di vecchiaia a 63 anni e di quella contributiva per gli assegni anticipati a 42 anni. Ma ieri, anche per effetto dei rapidi giri di tavolo con le parti sociali e i partiti, i due requisiti sono stati ritoccati verso il basso dal Governo.
Sul fronte dell’anzianità, che con la riforma si trasforma in pensione anticipata, il cambiamento è limitato: la soglia di 40 anni contribuzione, prevista fin dal varo della legge Dini, sale automaticamente a 41 anni per effetto del prolungamento del pensionamento collegato alla finestra unica. Finestra introdotta dal governo Berlusconi che ora con la riforma Fornero-Monti scomparirà. I pensionamenti anticipati saranno possibili solo con questo canale. Tra l’altro chi opterà per uscite prima del compimento dei 62 anni (che potrebbero poi diventare 63 anni) dovrebbe subire penalizzazioni del 3% sulla parte retributiva per ogni anno di anticipo.
Un po’ più complesso il meccanismo per l’innalzamento del requisito di vecchiaia. Viene anzitutto abbandonato il percorso messo a punto dal governo Berlusconi che prevedeva la crescita della soglia partendo da 60 anni nel 2014 per arrivare a 67 anni nel 2026. Con le nuove regole si parte subito con un aumento di due anni (uno per effetto della finestra mobile), da 60 a 62 (sei mesi in più per le lavoratrici autonome), già dal 1° gennaio del 2012. È poi previsto un rapido allineamento alla nuova soglia di vecchiaia degli uomini (66 anni), che dovrà essere realizzato nel 2018 facendo salire l’asticella di un anno ogni 18 mesi. A quel punto per le donne varrà in toto il sistema flessibile attivato per tutti gli altri lavoratori: possibilità di uscita tra i 66 e i 70 anni con assegni sempre più robusti, anche grazie all’adozione del metodo di calcolo contributivo pro rata. Nel 2022 poi la soglia minima di vecchiaia delle lavoratrici, come quella degli uomini, dovrà salire a 67 anni.
Ad essere interessate dalle nuove misure previste dal piano Fornero-Monti saranno almeno 50mila lavoratrici. Il casellario degli attivi Inps indica quest’anno 77.370 iscritti con 60 anni di età. Di queste lavoratrici, nate prima del «baby boom», circa 55mila hanno già superato i 20 anni di versamenti contributivi e quindi a gennaio avrebbero potuto presentare la richiesta per il pensionamento. Ma ora con le nuove regole la gran parte di questa "platea" rischia di non potere accedere rapidamente alla pensione. A queste lavoratrici andrebbero sommate anche le oltre 6mila dipendenti pubbliche che hanno già dovuto posticipare l’uscita per effetto dell’innalzamento a 65 anni del requisito di vecchiaia.
Sulla decisione di accelerare notevolmente il processo di innalzamento di vecchiaia delle lavoratrici private già nei giorni scorsi ha espresso diverse perplessità l’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Critici anche i sindacati che però possono mostrare una moderata soddisfazione per la decisione di ritoccare verso il basso i nuovi requisiti di uscita per la vecchiaia e i trattamenti anticipati. Davide Colombo, Marco Rogari • SOPPRESSI L’INPDAP DEBUTTA IL SUPER INPS - Inpdap ed Enpals, gli ultimi due enti che erano sopravvissuti alla razionalizzazione dell’anno scorso, sono soppressi e le loro funzioni sono trasferite all’Inps. La manovra varata ieri dal Governo Monti chiude così, con poche righe inserite in un decreto legge, una partita iniziata nel lontano 2007, con la mini-riforma delle pensioni di Prodi e Damiano e che avrebbe dovuto garantire risparmi strutturali per 3,5 miliardi con l’accorpamento di diversi enti minori. Un piano che ha vissuto momenti alterni, sempre osteggiato da diversi ambienti sindacali e che si è trascinato tra improbabili piani industriali e progetti di sinergia dei principali servizi comuni fino a quando, lo scorso anno, con un altro decreto, si decise la fusione di Ipost in Inps e di Ipsema e Ispesl in Inail.
Ora il colpo di spugna arriva sull’ultimo colosso della previdenza nazionale, l’Inpdap, il cui bilancio 2011, stando ai preventivi resi noti in primavera, è proiettato su un disavanzo ancora in crescita, verso quota 10,4 miliardi che l’istituto avrebbe dovuto coprire con 8,4 miliardi di anticipazione dal bilancio dello Stato e altri 2 miliardi con avanzi di gestione. Nel 2009 l’anticipo era stato per 6,2 miliardi e nel 2008 di 5,6. Lo squilibrio dei conti Inpdap parte da lontano ed ha una ragione piuttosto semplice: il blocco del turn-over nella Pubblica amministrazione. Una stretta sulle nuove assunzioni e una pressione su pensionamenti (forzosi per chi ha 40 anni di contributi) che ha messo l’istituto su un piano inclinato. È un fatto che se nel 2007 il rapporto tra lavoratori e pensionati era di 1,53, nel 2012 scenderà a 1,10.
Quando un anno fa il Governo decise di battere un nuovo colpo sul piano di razionalizzazione degli enti previdenziali l’Inpdap fu protagonista attivo e incorporò l’Enam. E prima ancora, all’inizio del 2010, all’istituto guidato da Paolo Crescimbeni vennero trasferite le gestioni previdenziali di tutto il personale militare.
L’operazione interessò oltre 350mila persone già iscritte negli elenchi contribuenti dell’Istituto e che facevano parte delle forze di polizia ad ordinamento militare (Guardia di Finanza e Carabinieri) e delle forze armate (Esercito, Marina e Aeronautica). Con quell’operazione l’Inpdap, oltre alla liquidazione di 15mila nuove pensioni l’anno, si sarebbe trovata a gestire tutte le altre prestazioni collegate, dal calcolo degli assegni e ai riscatti, necessari per consentire l’aggiornamento delle posizioni assicurative. Furono due buon passi avanti nella direzione, auspicata da molti, di rafforzamento dell’Istituto in quello che sarebbe potuto diventare il terzo polo previdenziale, quello dedicato a tutto il mondo del pubblico impiego, al quale si sarebbero dovuti associare, secondo un progetto proposto dallo stesso Crescimbeni, anche i dipendenti di tante società che erogano servizi pubblici e ora iscritti nelle gestioni Inps. Quel piano, tuttavia, non ebbe alcun seguito, mentre si rafforzarono, con le fusione, i due poli raccolti attorno a Inps e Inail.
Con il decreto di ieri Inps diventa davvero Super-Inps, un colosso che aggiunge ai suoi 25.500 addetti attuali altri 7mila dipendenti in arrivo da Inpdap e circa 350 da Enpals, il piccolo istituto di previdenza dei lavoratori dello spettacolo. Soprattutto, arrivano in Inps, circa 2,6 milioni di pensionati iscritti all’Inpdap e altri 3,5 milioni di lavoratori, vale a dire tutto il mondo del pubblico impiego; mentre dall’Enpals arrivano circa 300mila iscritti attivi e 60mila pensionati.
Come era avvenuto con la soppressione di Ipost il decreto assicura il destino dei due direttori generali degli istituti. Si dovrà dunque gestire il trasferimento degli altri incarichi dirigenziali mentre sul fronte delle tecnologie si dovrà gestire il complesso piano di integrazione dei sistemi. I passaggi di consegne, e le chiusure dei bilanci, saranno accompagnati da decreti dei ministri del Lavoro e della Pubblica amministrazione e la semplificazione.
D.Col.
M.Rog. • I PUNTI CHIAVE
L’intervento
Il decreto legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri, con la cancellazione di Inpdap ed Enpals, va a completare un progetto avviato nel 2007 e proseguito a fatica nel corso degli anni: solo l’anno scorso vennero soppressi, per farli confluire in Inps e Inail, Ipost, Ipsema e Ispesl
Le conseguenze
Nel nuovo perimetro Inps verranno inseriti circa 2 milioni e mezzo di pensionati che erano iscritti all’Inpdap (istituto proiettato su un disavanzo di crescita a 10,4 miliardi) e altri 3 milioni e mezzo di lavoratori attivi; in più si aggiungeranno circa 300mila lavoratori attivi e 600mila pensionati dell’Enpals, l’istituto di previdenza dei lavoratori dello spettacolo • STRADA STRETTA PER L’USCITA ANTICIPATA - Nella previdenza «a due vie», ordinaria o anticipata, disegnata dalla nuova riforma, il dato chiave per capire se si potrà salire sul primo binario o bisognerà attendere l’assegno di vecchiaia è la data di ingresso al lavoro. A regime, il discrimine dovrebbe attestarsi in genere attorno ai 25 anni: chi ha iniziato prima, e ha versato i contributi con regolarità, potrà utilizzare la prima via, che permette di lasciare il lavoro dopo 42 anni di contributi (42 anni e 3 mesi dal 2014), gli altri dovranno attendere l’età minima per l’uscita di vecchiaia: età che dal 2012 si alza a 66 anni, ed a 66 anni e mezzo nel caso dei lavoratori autonomi.
La nuova architettura previdenziale, che entra in vigore da gennaio (con possibilità, per chi matura i requisiti prima, di farselo certificare), elimina i bizantinismi che fino a oggi hanno complicato il calcolo, comprese le finestre «mobili» che ritardano di un anno l’uscita dei dipendenti e di 18 mesi quella degli autonomi.
Per preventivare il proprio futuro previdenziale, occorre ora tenere conto solo di due fattori: i requisiti (42 anni e 3 mesi di contributi per l’anticipata, 66 anni di età per la vecchiaia dei dipendenti, 66 e 6 mesi per gli autonomi), e l’impatto degli incrementi automatici legati alla speranza di vita, che la riforma non abroga. Secondo le previsioni della Ragioneria generale, gli incrementi periodici chiederanno un anno in più dal 2022, due anni in più dal 2031 e imporranno ulteriori passaggi d’anno nel 2040 e 2052. Il tutto vale dal 2012 per gli uomini e le donne del pubblico impiego, e dal 2018 (con avvicinamento graduale) anche per le lavoratrici del settore privato.
Qualche esempio aiuta per iniziare a districarsi nelle nuove regole (con l’avvertenza che la tabella a fianco, come quella pubblicata nella pagina precedente e riferita alle donne del settore privato, ipotizza per uniformità che l’ingresso al lavoro sia avvenuto sempre al 1° gennaio): un lavoratore nato nel 1955, se ha iniziato a lavorare a 18 anni, matura i requisiti nel 2015, dopo aver accumulato 42 anni e tre mesi di contributi. Attenzione, però: se deciderà di andare in pensione, subirà un taglio del 9% (3% per ogni anno inferiore a 63), che potrà essere evitato aspettando fino al 2018. La penalizzazione diventa ancora più pesante per chi ha iniziato prima: entrando al lavoro a 14 anni, si matura il diritto ad uscirne a 56, ma la sforbiciata sarà del 21 per cento.
Le dinamiche del sistema, però, porteranno la tagliola a scattare sempre meno nel tempo. Fra un ventennio, a meno di impreviste inversioni nell’aspettativa di vita, occorreranno più di 44 anni di contributi per il pensionamento «anticipato», per cui la penalizzazione potrebbe scattare solo nei confronti di sceglie questa strada avendo iniziato a lavorare prima della maggiore età. Gianni Trovati • LO STOP ALLE RIVALUTAZIONI «SALVA» GLI ASSEGNI LEGGERI - Il freno alla rivalutazione delle pensioni è il cuore dei «sacrifici» che nella conferenza stampa di ieri sera hanno spinto alla commozione il ministro del Lavoro Elsa Fornero. Anche per questa ragione la spiegazione della misura non è stata del tutto lineare, ma la convergenza fra il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi e i testi (non definitivi) della manovra diffusi ieri indicano una rotta chiara: l’indicizzazione, cioè il meccanismo che rivaluta gli assegni per far loro tenere il passo dell’inflazione programmata, è garantita in formula piena per le pensioni minime, e in misura dimezzata per quelle fino a due volte il minimo. Per chi supera questa soglia, nulla.
La tabella qui a fianco misura le conseguenze del provvedimento, dettato dalla congiuntura critica della finanza pubblica, in base agli indicatori utilizzati quest’anno (quelli del 2012 non sono ancora stati diffusi dal ministero del Lavoro). Nel 2011 la pensione minima si è attestata a quota 6.077 euro all’anno, cioè poco sopra i 467 euro al mese, e il tasso di rivalutazione è stato dell’1,4 per cento.
Nel 2012, spiegano le bozze della manovra e il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, la rivalutazione piena sarà garantita solo per chi non supera il minimo, e sarà al 50% per chi riceve un assegno superiore al minimo ma inferiore al suo doppio (la forbice, con i dati 2011, si attesterebbe fra 6.077 e 12.153 euro all’anno). La norma si riferisce espressamente all’«importo complessivo» dei «trattamenti pensionistici», per cui la rivalutazione dovrebbe essere azzerata per chi supera queste soglie. Tradotto in cifre: una pensione da 13mila euro all’anno rimarrebbe invariata nel 2012, un assegno da 10mila euro otterrebbe un’indicizzazione da 70 euro anziché 140, mentre il trattamento minimo continuerebbe a ricevere gli 84 euro (sempre annui) di aumento che erano previsti anche dalle vecchie regole. Numeri un po’ più generosi per la fascia fra 6.077 e 12.153 euro arriverebbero invece dalla rivalutazione piena fino ai trattamenti doppi rispetto al minimo, come il termine «salvate» usato da Monti in conferenza stampa potrebbe indicare.
Il punto è che il meccanismo scritto nei testi diffusi ieri colpisce le pensioni appena superiori al trattamento minimo più duramente rispetto agli assegni più corposi.
Non è solo una questione di «utilità» marginale, in virtù della quale ogni euro è prezioso per chi ne ha pochi. Il confronto infatti va condotto con le previsioni della manovra-bis di Ferragosto, che aveva già messo in campo una dieta piuttosto ferrea per le rivalutazioni, con tagli crescenti al crescere dell’assegno. In pratica, per il 2012 le pensioni superiori a 31mila euro all’anno avrebbero avuto diritto a un incremento fisso, da 178,7 euro, a prescindere dal loro importo complessivo; una pensione da 20mila, invece, ne avrebbe ottenuti 278. Se il testo finale confermerà il meccanismo illustrato ieri, la stretta sulle rivalutazioni costerà in termini di mancati incrementi l’1,4% a un assegno annuale da 15-20mila euro, e lo 0,2 per cento a uno di 80mila. Il problema si può evitare solo se la versione finale del provvedimento tutelasse la prima quota di pensione a prescindere dagli importi complessivi percepiti dal pensionato: una misura più lineare, che però chiederebbe una copertura finanziaria.
G.Tr.