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 2011  dicembre 05 Lunedì calendario

Bersani tira il fiato ma il Pd è in affanno - Dopo una giornata al cardiopalmo, Pierluigi Bersani tira il fiato due minuti prima di entrare nello studio di Fabio Fazio, quando lo informano che Monti ha appena estratto il coniglio dal cilindro, la mini-patrimoniale sui capitali «scudati» fatti rientrare in Italia

Bersani tira il fiato ma il Pd è in affanno - Dopo una giornata al cardiopalmo, Pierluigi Bersani tira il fiato due minuti prima di entrare nello studio di Fabio Fazio, quando lo informano che Monti ha appena estratto il coniglio dal cilindro, la mini-patrimoniale sui capitali «scudati» fatti rientrare in Italia. Insieme all’annuncio che ora l’Italia è favorevole ad aumentare le tasse sulle transazioni finanziarie e la tracciabilità del contante sopra i mille euro, questa è la prova che le invocazioni del Pd hanno fatto breccia. E dire che fino alla notte di sabato, dopo aver visto Monti, il leader del Pd esclamava stizzito «e che ne so, che ne so?» quando gli si chiedeva se nella manovra sarebbe entrata un accenno di patrimoniale. Detto ciò, considerata la botta sulle pensioni e le cose non digeribili di «una manovra molto dura e non del tutto equa», le concessioni non bastano a rasserenare il partito in ambasce e il suo segretario. Il quale non a caso per due volte, prima ad un convegno e poi da Fazio, batte sul tasto del governo solo «di transizione» e indica il traguardo del voto come orizzonte politico per fare le altre dieci riforme che servono al paese. Ma dalle tre alle otto di sera, quando il consiglio dei ministri è in corso, va in scena un’operazione a tenaglia su tutti i fronti, pubblici e privati, twitter, agenzie, telefonate ai più alti livelli, per indurre il premier a infilare nella manovra quello che 24 ore prima non compariva: una patrimoniale per indorare la pillola al mondo di riferimento della sinistra. Una campagna che la dice lunga sui timori di tenuta di fronte al proprio elettorato, con la Camusso che attacca il governo «che fa cassa sui poveri» e Vendola che sfotte «il fascino discreto della borghesia». Sarà dura, ammettono ai piani alti del Pd, dove non sfugge la partita che si è aperta nel sindacato, con la Cgil pronta a mobilitarsi e la Cisl che invece chiede concertazione. «Chi rischia di uscirne peggio è il Pd», nota Giuliano Pisapia, «perché così facendo Monti ferisce Bersani e se questo governo durerà, la situazione può diventare anche più grave per il centrosinistra», chiarisce il socialista Nencini. E nel giorno del giudizio, anche se dice «non sono pentito» della scelta di non aver chiesto le urne dopo l’uscita di Berlusconi, le piaghe dei sacrifici sociali messi nero su bianco esplodono subito. E la rabbia dei vertici Pd, incerti se il governo esaudirà le loro richieste, è lampante: a cominciare da Bersani che se la prende con la Lega, «non si azzardi ad accendere le polveri che ci ha messo sotto i piedi». E per tutto il giorno, il pressing dello stato maggiore è incalzante, tutti chiedono più equità, da Veltroni a Ignazio Marino, dalla Bindi e Franceschini fino ai sindaci e ai governatori come il toscano Rossi. Ma alle nove di sera lo scenario si rasserena. Con Fazio che gli legge le notizie in diretta, Bersani apprezza