Paolo Bianchi, Libero 5/12/2011, 5 dicembre 2011
IL NUOVO PAOLO GIORDANO È UNA RAGAZZA DI GENOVA
Ricapitoliamo. I venti-trentenni italiani sarebbero una generazione sfigata, col futuro ipotecato, prospettive oscure, spada di Damocle del fallimento, entusiasmo zero, propensione ad autoestinguersi. Svuotati. Depressi. Disperati. Poi ti trovi fra le mani un romanzo come La teoria del caos, di Sara Boero, 26 anni, da Genova Sampierdarena (Salani editore, pp. 219, euro 13). Ma cavolo, i sociologi, pensi. Per non parlare dei critici letterari. Li leggeranno, i libri, ti chiedi? O parlano per partito preso, come quello, come si chiama, quello del giornalone borghesone che scrive in un modo che non si capisce niente. Che alla fine dell’articolo (se ci arrivi, alla fine) dici: Boh! Ma come sarà questo libro? Allegro o triste? D’azione o fermo? Muto o parlato? Grosso o piccolo? Niente, non ti ha detto niente. Tutto fumo, niente arrosto.
La teoria del caos di Sara Boero, e lo diciamo subito così non ci pensiamo più, è una storia d’amore impossibile ma non disperato, nella Genova di oggi, tra Tra Miriam, brava ragazza che poi diventa medico e Evan, un compagno delle superiori che cresce grande e grosso ma con un trauma, e diventa una specie di psicotico, però simpatico. Ci voleva tanto? Per arrivarci abbiamo letto il libro, perché nemmeno dalle note di copertina si capiva niente. «Un romanzo per una generazione alla ricerca della felicità». «Uno stile abile e disinvolto, per un romanzo vero, originale e sincero». Perché scrivono queste cose? La copertina di un libro non è la scatola di un detersivo o dei fiocchi d’avena, perbacco.
Torniamo a noi. Evan è un personaggio fuori di testa, vive chiuso in casa, ha ereditato dei soldi, ma è vittima dei suoi disturbi mentali. Boero ha però il dono della leggerezza, che è il contrario della superficialità, e usa degli artifici narrativi e oseremmo dire poetici, per traghettare con successo la storia verso un finale credibile. State attenti al personaggio della signora clochard che regala le mele ai passanti (presa dalla realtà, a Genova esiste davvero). Il titolo non è che c’entri molto, con il libro. Fa pensare a qualcosa di scientifico, ma qui siamo nel campo del fantastico, quasi nel favolistica. A pag. 157 c’è una frase secondo noi bellissima: «La felicità è una droga e la solitudine anche». Fa pensare a un altro bel titolo, La solitudine dei numeri primi, applicato con enorme successo a un altro romanzo, quello di Paolo Giordano (anche quello scritto a 25 anni). Eppure, a leggerli vicini, il libro di Giordano appare meno autentico di quello di Sara Boero. Di certo, meno brillante. Perché lei non è in classifica? Lo sa il diavolo.
Lei è una ragazza carina e minuta, non cerca di sembrare una modella, come fanno con risultati spesso ridicoli molte sue coetanee. Non si rifugia dietro personaggi di gotica problematicità, alla Viola Di Grado. Non usa trucchi né effetti speciali per buttare fumo in faccia al pubblico. Anche nello stile di scrittura, molto limpido, tende alla semplicità come punto d’arrivo, riuscendo così a comunicare sentimenti complessi. Nella vita studia giornalismo «per prendere una laurea», ma non si fa illusioni sul pezzo di carta. Lavora già da anni. Ha scritto libri per ragazzi, almeno quattro, pubblicati con successo. Quando si è trattato di fare il cosiddetto salto di genere, ha avuto qualche difficoltà. Forse perché il mercato è già saturo. Questo non è un libro per ragazzi, è un libro «anche» per ragazzi, e può essere letto benissimo nelle scuole superiori. Ma è un libro adulto, con tematiche grandi e fondamentali: parla delle disillusioni della vita, delle cose che non si realizzano, dei sogni, che s’infrangono, della morte. Lo fa con una grazia speciale, senza patetismi e senza retorica, quindi non alla Alessandro D’Avenia di Bianca come il latte, rossa come il sangue, per capirci.
Particolare da tenere presente: a Sara Boero piace moltissimo l’autore inglese Joe Lansdale, un maestro nella rivisitazione della letteratura detta di genere, come il giallo e la fantascienza, e un eccellente autore televisivo. Ci dimostra che la scrittura di molti giovani sotto i trent’anni è frutto di una contaminazione tra vari modi di comunicare. E quando è filtrata con intelligenza, non dà luogo a pasticci ma a opere molto ben riuscite.
Paolo Bianchi