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 2011  dicembre 05 Lunedì calendario

SOLTANTO LA GIUSTIZIA NON PAGA MAI LA RIFORMA SALTA ANCHE QUESTA VOLTA


Prendiamo atto che la giustizia non è ritenuta un problema «economico» di questo Paese, come pure ritiene la maggior parte degli osservatori: tanto che negli interventi prioritari preannunciati dal Governo non c’è traccia di interventi seri in questa direzione, o meglio: non c’è traccia di interventi, e si conferma perciò il sospetto che il ministro Paola Severino – amica di tutti e di nessuno – sia stata nominata anche per la sua propensione a non rompere le scatole. Per problema «economico» riferito alla giustizia, giova ripeterlo, s’intende quel meccanismo che scoraggia chiunque voglia tentare di investire in Italia e può bloccare o congelare qualsiasi iniziativa in qualsiasi momento, questo per via di inchieste spesso paludose (con sequestri cautelari senza apparenti limiti di tempo, soprattutto) che possono bruciare tempo e miliardi e sono il terrore di qualsiasi azienda,come molti report stranieri purtroppo segnalano: l’irresponsabilità e l’imprevedibilità della giustizia penale italiana, in questo senso, sono un must decisamente unico in Occidente. Ma non è tutto qui, anzi. Il Paese, come lo stesso Mario Draghi ha più volte riconosciuto, ha smesso di crescere anche per la lentezza della giustizia civile: «La durata dei processi ordinari di primo grado supera i mille giorni e colloca l’Italia al 157esimo posto su 183 nelle graduatorie stilate dalla Banca Mondiale», disse da Governatore della Banca d’Italia. Ed è arduo pensare che una banca possa finanziare una piccola azienda – magari poco conosciuta, come tutte le piccole aziende – senza una un sistema giudiziario che dia affidamento e che garantisca sentenze in tempi ragionevoli. È una delle ragioni per cui – si dice sempre – piove sempre sul bagnato e le banche prestano soldi a chi magari non ne ha bisogno. Sono tutte cose che il neo ministro Paola Severino saprà di sicuro, compreso il dettaglio che negli anni Ottanta, secondo l’Istat, una procedura fallimentare durava in media quattro anni e ora ne dura più di nove: eppure il Guardasigilli ha liquidato la questione, all’apparenza, dicendo che «la riforma dei codici non è realizzabile» per via della durata limitata del governo. Non è certo un problema di soldi, visto che lo Stato italiano per la giustizia spende già ora 70 euro per abitante (dati del Consiglio d’Europa) quando la Francia ne spende 58 a parità di giudici e cancellieri. Né siamo è disposti a credere che Paola Severino non voglia intervenire sul problema dei troppi avvocati italiani – che tendono a moltiplicare durata e numero delle cause, per come sono strutturate le loro parcelle – perché è lei stessa un avvocato. Le ragioni sono certamente politiche, pardon, di volontà tecnica, o meglio ancora: manca una volontà sia tecnica che politica.
In parole povere: se è vero che in nessun altro Paese del mondo accade così tanto che la magistratura abbia sempre l’ultima parola, e sequestri cantieri, condizioni l’economia, giudichi se stessa, non paghi mai per i propri errori, riempia ogni vuoto o incertezza legislativa, beh, la questione pare troppo rognosa perché il governo Monti voglia sobbarcarsi anche questa. Meglio fingere che il tema non riguardi l’economia e la ripresa del Paese. Meglio, come ha fatto il ministro, soffermarsi su pezze improbabili come il famigerato braccialetto elettronico per i carcerati (opzione che risolve poco, perché approvare e mettere a punto un’applicazione su larga scala richiederebbe comunque un sacco di tempo e soldi) e pazienza se nel complesso le misure alternative ipotizzate dal ministro riguarderebbero solo i condannati in via definitiva, cioè 37 mila persone su 68 mila detenuti: con 28 mila persone in attesa di giudizio che invece rimarrebbero in carcere. Paradossale, invero. Ma forse sono faccende da politici.

Filippo Facci