Nino Sunseri, Libero 5/12/2011, 5 dicembre 2011
TAGLI LINEARI COME CON TREMONTI COSÌ IL FEDERALISMO VIENE UCCISO
Addio al federalismo. La manovra varata ieri da Monti azzera gli spazi di autonomia finanziaria di Regioni e Comuni chiudendo definitivamente la porta a qualunque ipotesi di riforma dello Stato. Non a caso dal Parlamento di Vicenza Umberto Bossi ha dissotterrato antichi gonfaloni di battaglia. “Indipendenza” titolava a tutta pagina la Padania. Il segno che la speranza di fare del Nord-est la Baviera italiana è ormai tramontata. Non resta eventualmente che la secessione. Ma è una strada, obiettivamente, un po’ impervia. D’altronde che il vento fosse mutato si era già intuito con l’istituzione del ministero alla Coesione territoriale affidata a Fabrizio Barca, economista formatosi in Banca d’Italia, figlio di Luciano, uno dei grandi capi del vecchio Partito comunista. Aveva preso il posto del ministero delle Riforme istituzionali guidato da Bossi. Una ragione in più per la Lega per passare all’opposizione
Che il governo Monti non credesse più nella riforma l’aveva fatto capire chiaramente il titolare dei Rapporti con il Parlamento Piero Giarda. «Gli interventi sul federalismo fiscale hanno perso il loro connotato originale di autosufficienza», aveva detto, «tenendo conto che gli enti ricchi avrebbero dovuto pagare per quelli poveri. Una parte di questi contenuti ideali si è un po’ persa nella sequenza di interventi che hanno fatto perdere di vista l’obiettivo finale di autonomia».
La manovra di ieri ha messo in pratica queste parole. Ci sono, infatti, cinque miliardi di tagli nei confronti di Regioni, Comuni, Province. Sono tagli lineari che non fanno nessuna distinzione tra virtù e peccato. Addio costi standard e incentivi a sindaci e governatori ad adeguarsi alle realtà amministrate meglio. Tutto finisce in soffitta. Tutti verranno trattati alla stessa maniera e dovranno arrangiarsi. Quanti avevano protestato con Tremonti che utilizzava gli stessi metodi adesso avranno tempo e modo di riflettere sulle loro parole. La manovra prevede tagli per un miliardo quattrocento milioni ai Comuni, 500 milioni alle Province e poco più di tre miliardi alle Regioni. Inoltre l’Imu (la nuova tassa che sostituirà l’Ici) verrà incassata direttamente dallo Stato. Insomma del federalismo non c’è più traccia. L’Ici già nel nome portava il segno del federalismo essendo l’Imposta comunale sugli immobili. Ora cambia nome e natura. Come tutti gli altri tributi verrà incassata direttamente a Roma che poi si preoccuperà di girare le risorse sul territorio. Si tratta solo di capire che cosa farà il nuovo governo se dovessero ripresentarsi le emergenze del passato: il buco al Comune di Catania e a quello di Roma. Per non parlare delle emergenze rifiuti a Napoli e a Palermo. Da queste macerie si salva solo una piccola traccia: le Regioni potranno trattenere una parte delle accise sui carburanti destinati ai mezzi pubblici così da limitare i tagli ai trasporti.
C’è tuttavia una novità che potrebbe produrre frutti interessanti. La caduta del federalismo, infatti, sembra aver travolto, finalmente, anche le Province. Il decreto, infatti, prevede di tenerle nominalmente in piedi per evitare le lungaggini della riforma costituzionale. Tuttavia ad amministrarle non saranno più presidenti, giunte e consiglieri. Si trasformeranno in consorzi di Comuni. I municipi nomineranno un collegio di dieci persone con il compito di gestire questi enti intermedi. Sicuramente un passo avanti sulla strada dello smantellamento.
Nino Sunseri