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 2011  dicembre 05 Lunedì calendario

L’ABISSO DI QUEL PADRE: «VIVO PER LEI»

Come rumore di fondo c’era un brusìo, un vociare continuo. Andò avanti così per tutta la sera. Davanti alla caserma dei carabinieri di Novi Ligure c’è un prato rettangolare, come un piccolo campo da calcio. Trecento persone erano rimaste ferme ad aspettare nel gelo.
Il male assoluto aveva bisogno di una certificazione. Arrivò con il passaparola di un maresciallo, «li hanno arrestati», che rimbalzò fino alle ultime file. Si spense ogni voce. Il prato venne invaso da un silenzio nel quale galleggiavano sgomento, paura, ancora incredulità. La gente se ne andò veloce, consapevole di essere testimone di un evento da rimuovere al più presto, l’epilogo ancora più atroce del più atroce delitto della storia d’Italia.
Nel cortile della caserma apparve un uomo stretto in un Loden blu, che osservava quella ritirata con espressione spaesata. Era Francesco De Nardo, l’ingegnere della Novi, socio del Lions cittadino, persona conosciuta e rispettata che ogni tanto parlava alle tivù locali delle ultime novità dell’azienda dolciaria che in questo angolo di Piemonte dava da vivere a molti. Era anche lui la vittima del delitto, il marito di Susy Cassini, il genitore del piccolo Gianluca, al quale aveva promesso che la domenica seguente lo avrebbe portato a Milano per vedere l’Inter. Ma al tempo stesso era anche il padre di Erika, la ragazza che insieme al fidanzato Omar aveva ucciso il sangue del suo sangue. Qualcuno scrisse che in quel preciso istante, quando gli avevano detto che era stata lei, a compiere quel massacro, l’ingegnere di Novi Ligure era diventato l’uomo più solo e disperato del mondo. Non c’erano altre definizioni, per dire della posizione pazzesca nella quale si trovava, del pozzo di dolore nel quale era stato gettato.
Naturalmente il rumore di fondo che giungeva da Novi Ligure si estese al villaggio globale italiano. Nel marzo del 2001 costrinse i magistrati a chiedere un silenzio stampa sulla vicenda, ed era la prima volta che accadeva per vicende non legate al terrorismo. La voglia di sapere e di guardare del pubblico e dei media, forse, era meno riconducibile alla curiosità e più allo sgomento. In quella villetta era accaduto l’indicibile, a differenza della vicenda di Pietro Maso senza neppure un vero perché, fatto che a tutt’oggi resta il vero grande mistero mai esplorato di Novi Ligure.
Le domande suscitate da quel sangue erano tante, tutte legittime. Quell’orrore era vicino a noi, un germoglio sbocciato in famiglie normali, uguale a tante. Uguali, magari, alle nostre. «Abbiamo perso la sicurezza degli affetti» scrisse Giuseppe De Rita.
Ma l’interesse era quasi tutto per lei, per Erika, per questa figura di figlia diabolica, e di riflesso per il padre, vittima e padre della carnefice. Il 6 marzo 2001 Francesco De Nardo incontrò alcuni giornalisti nel cortile del Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino. Stretto nello stesso Loden blu di quella sera, contestò con garbo la definizione di uomo più solo e disperato sulla faccia della terra. «Io ho Erika, e devo continuare a vivere per lei». Si allontanò, e una volta certo di non essere seguito, attraverso le sbarre di una finestra al pianterreno passò all’assistente sociale un pacchetto. Dentro c’erano due libri di scuola. E in quel gesto c’era già tutto. La vita doveva continuare.
L’ingegnere di Novi Ligure, magari perché era l’unica via per sopravvivere, ha scelto sua figlia nel solo modo possibile. Decidendo di guardare avanti, rinunciando ad affacciarsi sull’orlo dell’abisso. Ci sono decisioni che devono essere prese subito, e sono definitive. Le intercettazioni ambientali in carcere rimandano colloqui al limite della banalità, come va a casa, come stanno le tartarughe del giardino. Quando la casa venne dissequestrata, De Nardo riverniciò da solo le pareti ancora imbrattate del sangue della moglie, di suo figlio. Qualcuno ha letto in questo atteggiamento una forma di espiazione da chissà quali colpe. Nelle poche telefonate con alcuni giornalisti era quasi costretto a giustificarsi. Nella mia vita è passato un tornado, diceva, e io cosa posso fare, posso solo rimettermi in piedi, dedicarmi a chi ha bisogno di me, lo so che per voi è difficile da capire.
Su questo aveva ragione, l’unico enigma di Novi Ligure è diventato questa figura di padre, un borghese sempre gentile nei modi e nei toni, granitico in una scelta di vita quasi monastica, centrata tutta sul bene di una figlia che per il resto d’Italia era un diavolo moderno. Non tutti hanno approvato questo suo schierarsi con Erika, proteggerla per aiutarla, in apparenza senza farsi domande, sopportando l’implicita accusa di praticare la rimozione come una medicina per se stesso. Non tutti hanno valutato cosa ha vissuto e continua vivere quest’uomo. Il prezzo da pagare, per lui, è stato una ulteriore solitudine.
A suo modo Francesco De Nardo è diventato un personaggio per contrasto, per la sua integrità, rifiutando ogni ribalta pubblica, cercando di tutelare sua figlia da ogni clamore. In dieci anni ha saltato «al massimo» due colloqui in carcere, riferiscono psicologi e assistenti sociali. Agli avvocati ha sempre dato disposizioni draconiane nei contatti con i media, lasciando filtrare disappunto ogni volta che qualcosa filtrava dalla nuova vita di Erika. Uno di loro lo racconta «addolorato e furioso» quando nel 2009 Matrix mandò gli interrogatori di Erika. E le recenti comparsate di Omar tornato in libertà lo hanno fatto stare malissimo, come avverrà anche oggi per una giornata che dovrebbe chiudere, illuminandola per l’ultima volta, una storia che tutti vorrebbero dimenticare.
La nuova lettera di Erika segna invece l’inizio di un tempo supplementare affatto piacevole, quello del commercio delle epistole dei due ex fidanzati. E solleva legittime domande sul percorso fatto finora in carcere, visto che le comparsate televisive di Omar non dovrebbero essere, per lei, il primo motivo di rabbia e preoccupazione. Ma almeno quelle poche righe dimostrano voglia di ribellarsi a un destino pubblico, all’esposizione di se stessi alla quale si è consegnato il suo complice, una volta espiata la pena.
Nel rifiuto annunciato del rumore di fondo che verrà c’è almeno l’adesione di Erika alla scelta dell’unico essere umano che non l’ha mai abbandonata, l’unico che si è sempre rifiutato di considerarla un mostro. L’ingegner Francesco De Nardo oggi ritroverà una ragazza diventata donna in carcere, che undici anni fa diede 97 coltellate a sua moglie e al suo Gianluca. Una figlia che gli ha preso tutto, ma è tutto quel che gli rimane.
Marco Imarisio