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 2011  dicembre 04 Domenica calendario

Il professore che dirige la fabbrica delle parole - Niccolò Tom­maseo fir­mò il con­tratto per il suo primo diziona­rio a 54 anni, Nicola Zingarelli a 52, Ma­rio Cannella a 50

Il professore che dirige la fabbrica delle parole - Niccolò Tom­maseo fir­mò il con­tratto per il suo primo diziona­rio a 54 anni, Nicola Zingarelli a 52, Ma­rio Cannella a 50. Pa­rafrasando Cormac McCarthy, verrebbe da dire che il vocabo­lario è una faccenda per vecchi. «Per diver­samente giovani »,corregge l’uomo che or­mai da un ventennio sovrintende alla fab­brica delle parole, cioè lo Zingarelli. Oggi il professor Cannella va per i 72 e, benché pensionato, nella sua casa-bottega di Vi­mercate, alle porte di Milano, fa a tempo pieno il lessicografo di mestiere, per cui può entrare subito in argomento: «Mestie­re rimanda al latino ministerium , servi­zio, e quindi a minister , servitore, la stessa origine di ministro ». Il suo servizio all’Ita­lia, che comporta mediamente 10-12 ore di lavoro al giorno, è appunto questo: rive­dere ogni anno circa 15.000 delle oltre 143.000 voci che riempiono le 2.720 pagi­ne del dizionario edito dalla Zanichelli, il più vecchio fra quelli che vengono aggior­nati ogni 365 giorni, essendo stato pubbli­cato per la prima volta a dispense dal 1912 e poi in volume dal 1922.E,soprattutto,ag­giungervi dalle 1.200 alle 1.500 nuove pa­role. Insomma, a partire dallo Zingarelli 1994 è lui la Cassazione del neologismo. Cannella è nato a Trieste, dove ha fre­quentato il liceo classico Dante Alighieri, stessa sezione, la B, di Claudio Magris, che era un anno più avanti. S’iscrisse a Giurisprudenza, ma poi passò a Lettere e Filosofia, «perché volevo indagare ciò che sta a monte del diritto, la parola, che non a caso nei testi giuridici ha un’importanza fondamentale: basta spostare una virgola per cambiare una legge».Sconcerto dei ge­nitori. Tentativi,vani,di dissuaderlo.«For­se c’entrava l’inquietudine tipica di noi tri­estini citata da Giorgio Strehler in una commemorazione del poeta Umberto Sa­ba, quella che ci spinge a cambiare, a non accontentarci mai, ad andarcene dalla no­­stra città, quasi che la bora, oltre ai capelli, scompigliasse anche l’animo». Dopo la laurea in letteratura italiana, il professor Cannella raggiunse a Milano la sua futura moglie, Donatella Cappellari. Pochi anni d’insegnamento nella scuola media e nei corsi cosiddetti delle 150 ore, lezioni serali ad adulti dai 18 ai 70 anni, «utenti medi e medio bassi del vocabola­rio che per primi mi hanno obbligato a essere chiaro e comprensibile». Poi, nel 1978, il grande salto: docen­te all’Università di lingue estere n. 1 di Pechino, dove cercavano un temerario che redigesse il primo di­zionario italiano-cinese. «Portai con me la famiglia. Restammo là fino al 1980, senza mai ritornare in Ita­lia. Sensi di colpa? Guardi, se li ho, non me li ricordo. Per mia figlia Francesca, che aveva appena 5 anni, fu uno shock. Dalla scuola materna in zona Città Studi, si ritro­vò in un asilo col pavimento di terra battu­ta. In sei mesi aveva già imparato la lingua locale. Ma rimosse di colpo l’esperienza cinese al rientro in Europa, dopo un viag­gio di 12 giorni sulla Transiberiana, quan­do, arrivata a Vienna, vide le vetrine dei ne­gozi addobbate per il Natale». Dei due inverni trascorsi a Pechino con 20 gradi sotto zero, a stento mitigati da una stufa di ghisa nella stanza assegnata­gli dall’ateneo, Cannella ricorda i guanti («me li toglievo solo per scrivere») e le ce­ne con Piero Ostellino, corrispondente del Corriere della Sera : «Noi gli preparava­mo la pasta e fagioli e lui ci raccontava quello che non potevamo sapere». Mao Tse-tung era morto da tre anni. «Cinque dei professori con cui lavoravo proveniva­no dai campi, dove li avevano mandati “a rieducarsi fra le masse”durante la Rivolu­zione culturale. Come base di riferimento utilizzai lo Zingarelli del 1970. Allora non usciva tutti gli anni. Lo consultavo a tappe forzate, 100 pagine al mese. Alla fine, guar­dando la copertina, mi dissi: io qui ci vo­glio entrare ».Di quell’esperienza gli resta il dizionario italiano-cinese, il primo al mondo, e per molti anni l’unico; milioni di ideogrammi che cominciano con13 let­tere dell’alfabeto latino: Mario Cannella . Che doti sono richieste al lessicografo? «Occhio, orecchio, cervello, estro. L’oc­chio serve a cogliere le novità nella lettura di qualunque testo, dall’articolo di gior­nale al cartellone pubblici­tario. L’orecchio dev’esse­re sempre teso quando si ascoltano la radio, la televi­sione o una conversazione. Il cervello è la sede della ca­pacità logica nel costruire le voci del dizionario. L’estro soccorre nella crea­zione di esempi adeguati che spieghino le parole». Perché nel Tommaseo la definizione di casa consta di 29.381 caratte­ri, cioè quasi due volte e mezzo la lunghezza che avrà quest’in­­tervista, mentre nello Zingarelli cura­to da lei si ferma a 5.610? «Quella era la lingua letteraria, scritta. Po­chi la parlavano. Il Tommaseo la infarciva di citazioni. E si allargava parecchio nelle definizioni: a proposito del mestiere di les­sicografo, per esempio, scrisse che era po­co pagato. In compenso la voce cane co­minciava così: “Quadrupede noto”». Giulio Nascimbeni mi ripeteva spes­so: «L’unico libro in cui troverai sem­pre qualcosa di nuovo è il dizionario ». «Aveva ragione. Non è solo un luogo di do­mande e risposte, bensì un viaggio nello spazio e nel tempo». Suppongo che lo conosca a memoria. «Credo che neppure Pico della Mirando­la sarebbe arrivato a questo traguardo». Mirònico . Che mi risponde? «Dev’essere un lemma specialistico». «Detto di acido organico complesso contenuto sotto forma di sale potassi­co nei semi della senape nera». «Ecco, lemma chimico. Più vado avanti e più so di non sapere,come diceva Socrate». Vaglia davvero tutte le nuove parole? «Certo. A volte mi capita di ascoltarle per radio, mentre sono in auto, per cui racco­mando a mia moglie di ricordarmele appe­na arriviamo a casa. I neologismi sono di due tipi: quelli lessicali, cioè vocaboli che prima non esistevano, e quelli semantici, che acquistano nuovi significati col muta­re dei tempi. Prenda navigare : oggi si navi­ga anche in montagna, basta avere con sé uno smartphone e collegarsi a Internet». Ho letto che le idee migliori le vengo­no sulle cime dolomitiche. «Mentre cammino o mentre pedalo in Val Badia, sì. Ma anche in Valtellina, sulla Gri­gna, sul Resegone. Sono ipoteso, col movi­mento il sangue irrora meglio il cervello ». Quante volte ha dovuto sentir ripete­re kebabbaro o sclerare prima di inse­rirli nello Zingarelli? «Si seguono precisi criteri. Il filtro iniziale è rappresentato dalla frequenza con cui una nuova parola è citata sulle testate na­zionali, Corriere della Sera , Repubblica , Stampa , Giornale , Sole 24 Ore e Gazzetta dello Sport , e su alcuni quotidiani di nic­chia, come Foglio , Manifesto e Avvenire . Idem sui settimanali Panorama ed Espres­so . Se una parola è significativa, ci mette pochissimo ad affiorare. Si ricorda inciu­cio ? Viene da ’nciucio ,che nel dialetto ca­prese significa pettegolezzo maligno. Massimo D’Alema lo usò per designare un accordo sottobanco, un pateracchio, in un’intervista rilasciata alla Repubblica nell’ottobre 1995. Da allora è rimasto nel linguaggio della politica e ha generato qualche figlio, da inciucista a inciucione». Ma attinge solo dai giornali? «No. Una delle fonti primarie per un ri­scontro è il Ciz, ovvero il Corpus italiano Zanichelli, un database che contiene 5 mi­li­ardi di caratteri, 1.120 volte la lunghezza della Bibbia, e racchiude otto secoli di opere, da Jacopone da Todi a Mario Luzi, più intere annate della stampa quotidia­na e periodica. Questo consente una sele­zione e un affinamento rigorosi. Esempli­fico: celodurismo , nato da una locuzione volgare, si usa dal 1993 ma è entrato nello Zingarelli soltanto dall’edizione 2012,do­po che è stato attribuito a un politico statu­nitense e quindi ha smarrito la sua origi­naria connessione col gergo leghista». Ci sono lemmi che non le sono mai pia­ciuti e che ciononostante è stato co­stretto a registrare? «C’erano.Uno è il burocratico attenziona­re . Anche vigilessa m’infastidiva parec­chio, sembrava una presa in giro.Ora è en­trato nell’orecchio di tutti. Il fatto che una certa parola figuri nel vocabolario non va considerato come un via libera a un uso in­discriminato ». Perché sfiga , che nel 1994 era «volga­re », oggi è classificato «colloquiale»? Chi l’ha deciso? E soprattutto co­me ha fatto a perdere la volgarità di partenza? «L’ha deciso il cambiamen­to dei costumi. Se io da gio­vane avessi detto “casino”, mio padre m’avrebbe butta­to­giù dalla sedia con un’oc­chiata. Oggi se un insegnan­te invita gli alunni a non fa­re casino in classe, non si scandalizza nessuno». «La moltitudine dei pec­catori toglie la vergogna del peccato ». Seneca. È questa la morale? «No, è questione di registro, cioè di livello espressivo, più o meno formale. Lo spie­go in continuazione a Riccardo, il mio ni­potino. Se ti scappa di pronunciare una parola perché sei arrabbiato, passi. Ma quando sei fuori casa non la devi dire». Ha dichiarato che 4.000 referenze su Google costituiscono motivo per in­trodurre un neologismo nel vocabola­rio. Prima che arrivasse Internet co­me facevate? «Un momento: stiamo parlando di una doppia verifica. E poi teniamo in gran con­to il valore dei siti. Un tempo potevamo ba­sarci solo sulla stampa. Miro Dogliotti, che mi ha preceduto in questo lavoro, an­co­r oggi porta in redazione qualche sche­da di segnalazione alla quale pinza le pez­ze d’appoggio, cioè articoli di giornale». Ma che senso ha inserire il sostantivo raga che nel linguaggio giovanile è un’abbreviazione di ragazzo o ragaz­za , con relativi plurali? Un dizionario che rincorre le mode non contribui­sce alla corruzione della lingua? «Non rincorriamo le mode, tutt’altro. Sa quando apparve raga per la prima volta? In epoca antecedente al 1963. L’ha usato Beppe Fenoglio nel romanzo Il partigia­no Johnny ». Che neologismi troveremo nello Zin­garelli 2013? «Non glielo posso dire». Almeno uno. « Pensionando , che definisce chi deve an­dare in pensione o aspira a farlo. Di stretta attualità, direi». Qual è, a suo giudizio, lo stato di salute dell’italiano parlato e scritto? «Ci vediamo domani alle 7». (Ride). Meglio subito. Mi basta un aggettivo. «Bifronte. La stupirò: da un lato positivo, perché per la prima volta dall’Unità a oggi la stragrande maggioranza degli italiani è in grado di comunicare, almeno oralmen­te, usando la lingua italiana; dall’altro ne­gativo, perché c’è stato un netto peggiora­mento del livello medio della competen­­za ortografica, morfologica e sintattica nel­la scuola. Comunque aveva ragione il grande linguista Graziadio Isaia Ascoli, quando, in polemica con Alessandro Man­zoni, pronosticò che solo lo sviluppo civile e culturale avrebbe unificato il linguaggio della nazione. L’italiano è nato attraverso la comunanza dei soldati nelle trincee du­rante due guerre mondiali, la diffusione della stampa, l’avvento della radio e della televisione, le canzoni, lo sport, le radio­cronache di Nicolò Carosio, e così via». Ha fatto caso che nei giornali, da quan­do per ragioni economiche sono stati eliminati i correttori di bozze, si assi­ste a una profusione di pò accentati, anziché apostrofati? «Purtroppo sì. Lei provi a dettare nei licei questa frase: “Di mele non ce n’è più”.Poi ne riparliamo». Dall’alto della sua cattedra potrebbe avvisare i miei colleghi che al plurale restano invariati i sostantivi stranieri entrati nell’uso comune?Quindi le ro­yalty e non le roialties . «Volentieri. Anche perché nessuno di lo­ro scrive i boxes al posto di box o blitzes al posto di blitz . Ma, che vuole mai, è come per il latino: ci sarà sempre chi dice i curri­cula , peraltro correttissimo uso alla lati­na, anziché i curriculum , soltanto per far vedere che ha frequentato il classico». Sarà un caso che lo stereotipo lingui­s­tico più abusato di questi tempi sia co­me dire ? «Ogni stagione ha il suo nella misura in cui . Mi preoccupano di più gli stereotipi scorretti- uno per tutti: piuttosto che al po­sto di oppure­dilaganti per­sino, ahimè, fra alcuni mi­nistri di questo nuovo go­verno di super professori». Perché lo Zingarelli ri­porta ancora 10.000 lemmi arcaici, molti dei quali risalenti al Tre-Quattrocento? «Perché il nostro compito è di traghettare il patrimo­nio della lingua italiana nei secoli a venire. È il moti­vo per cui ci teniamo stret­to mangianastri , nono­stan­te la tecnologia obsoleta lo renda qua­si preistorico per un ragazzino d’oggi. Ma è presente in testi piuttosto noti, come La bella di Lodi di Alberto Arbasino e Va’ do­ve ti porta il cuore di Susanna Tamaro». Che cosa si prova a decidere per tutti, senza possibilità di appello, che cosa è giusto o non è giusto dire? È un potere che ormai non ha più manco il Papa, quasi. «Non sindachiamo che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato. Lo Zingarelli è solo un’agenzia autorevole che fissa lo stato della lingua in un dato momento storico. Siamo notai, non giudici».