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 2011  dicembre 03 Sabato calendario

La strana guerra dell’eroe disoccupato per onore Nel rischio non c’è errore e Dakota non sbagliava mai

La strana guerra dell’eroe disoccupato per onore Nel rischio non c’è errore e Dakota non sbagliava mai. Era un posto senza via di fuga il villaggio di Ganjgal, provincia di Kunar, Afghanistan, una roccaforte talebana, un posto abitato soltanto da nemici e da fan­tasmi. Ma trovò la strada per usci­re anche se la strada non c’era. Dakota L.Meyer ha 21 anni,i capel­li rossi e l’aria da sopravvissuto. So­pravvissuto lo è del resto, alla guer­ra, agli agguati della vita, alla Sto­ria, quella con la «esse» maiusco­la. É il primo marine che mette al collo The Medal of Honor , la meda­glia d’Onore del Congresso, la più alta decorazione militare degli Sta­ti Uniti, come la Legion d’onore francese, la Victoria Cross britan­nica. Prima di lui, a partire dal 1862,l’ha meritata un piccolo eser­cito di eroi, 3445 soldati, dicianno­ve di loro addirittura due volte, il primo, il tenente unionista Jacob Parrott, la conquistò a Stones Ri­ver durante la guerra civile ameri­cana, l’unica donna Mary Edwar­ds Walker, era chirurga, femmini­sta, prigioniera di guerra forse an­che spia. Fu consegnata anche al Milite Ignoto britannico, a Char­les Lindbergh e a Buffalo Bill, ma a lui fu poi revocata anche se non la riconsegnò mai. Dakota però è l’unico vivo della pattuglia e quasi sempre la Medaglia d’onore te la danno alla memoria. Perchè il co­raggio quando supera i confini non ti fa più tornare indietro. Il ser­gente Meyer, se l’è fatta mettere al collo dal presidente Obama in una pausa pranzo, con addosso la divi­sa delle grandi occasioni, poi è tor­nato a lavorare da borghese come niente fosse.Se l’è guadagnata sfi­dando una pioggia di fuoco, per li­berare da un’imboscata talebana trentasei commilitoni, americani ma anche afghani, riportando a ca­sa anche i corpi dei caduti. «Siamo straordinariamente orgogliosi del sergente Dakota» aveva detto Oba­ma alla Casa Bianca. Era l’8 settem­bre 2009, ma da allora è passato un secolo. E il mondo che lo aspettava era persino peggio di quello che aveva lasciato. Torna in America e lavora come istruttore prima in una società di contractor s, anglicismo gentile che serve a sostituire il dispregiati­vo mercenario, e poi alla Bae Sy­stem, colosso inglese della difesa militare e aerospaziale, 96mila di­pendenti, come gli abitanti di Ales­sandria e Catanzaro, quasi quat­tordici milioni di fatturato. Un ne­mico molto più potente e armato dei talebani. Scopre che l’azienda si prepara a vendere al Pakistan una partita di sofisticati cannoc­chiali termici per cecchini. C’è da fidarsi? Nemmeno per sogno. Scri­ve una mail ai suoi superiori, non è una mail qualsiasi, è una mail spe­dita da un eroe di guerra, dal mi­gliore soldato dell’esercito ameri­cano. Dura ma rispettosa, come si conviene a un marine: «Stiamo consegnando i migliori equipag­giamenti e la migliore tecnologia attualmente sul mercato a perso­ne che notoriamente ci pugnala­no alle spalle ». Cioè stiamo arman­do i nemici dell’America, non si può, non è giusto. Ma in ballo ci so­no tanti soldi, e diventa lui adesso il vero nemico. Dakota lascia la Bae. Non dirà nulla, o forse si, non si capisce cosa imponga il codice d’onore, ma lì non ci vuole stare. Tornerà a lavora­re dove con i contractors o un altro posto fa lo stesso, chi vuoi che chiu­da la porte a un uomo decorato da mister President in persona. Inve­ce ad aspettarlo fuori dalla Bae c’è un fuoco di sbarramento e stavolta da portare in salvo c’è soltanto se stesso. Nessuno lo vuole più, nem­meno la Difesa, e lui un’idea sul perchè se l’è fatta da subito. É una rappresaglia. Combattuta a colpi di colpi bassi, diffamazioni, veleni messi in giro dai suoi ex superiori. Anche se non è chiaro se i cannoc­c­hiali siano poi stati venduti al Paki­stan. Tocca al Dipartimento di Sta­to decidere, spiega Bian Roehrkas­se, portavoce della Bae. Che, dice, si difenderà con la stessa precisio­ne di un’arma dalle accuse del­l’eroe. Perchè Dakota li ha portati tutti in tribunale. Mi danno del mentalmente instabile e dell’alco­­lizzato, accusa, secondo quanto ri­ferisce il Wall Street Journal citan­do le carte della causa, presentata ad un tribunale del Texas. La Bae ha paura, ma solo delle brutte figure. E mette in chiaro, per coprirsi le spalle, che non sa­ranno certo loro a diffamare una Medaglia d’Onore, una star delle forze armate. La guerra è appena cominciata. Il soldato Dakota sa che rischia. Ma anche che nel ri­schio non c’è errore.