MIRELLA SERRI, Tuttolibri-La Stampa 3/12/2011, 3 dicembre 2011
“Caro Montale, ti raggiungo nell’Olimpo” - «”Studiare? Ma il meno possibile!”, sosteneva mio padre convinto che la scuola e i libri mi avrebbero portato su una strada che non era la mia
“Caro Montale, ti raggiungo nell’Olimpo” - «”Studiare? Ma il meno possibile!”, sosteneva mio padre convinto che la scuola e i libri mi avrebbero portato su una strada che non era la mia. “Papà, voglio fare qualcosa di diverso, con una mia personale impronta, riconoscibile!”, gli dicevo. “Occupati dell’azienda, dei nostri macchinari dove è inciso in bronzo, a lettere cubitali, Spaziani”». Ma il vil metallo non appagava la torinese Maria Luisa, occhi verdi e boccoli neri, che il nome lo voleva stampigliato su carta: tutte le sere, nell’abitazione di via Pesaro, si discuteva del futuro della ragazzina che coltivava un’insana (a detta del padre) attrazione per la poesia. Alimentata, peraltro, dallo stesso genitore. Già, proprio così: «Signorina Felicita, a quest’ora / scende la sera nel giardino antico...»: finita la cena, in casa Spaziani, si levava la tovaglia e si metteva a tavola l’antologia. Ecco Guido Gozzano, ecco scrittori oggi completamente dimenticati come Giovanni Cena e Vittoria Aganoor Pompilj, e poi Salgari, Pinocchio eFiammiferino di Luigi Barzini. «Che nei lontani Anni Venti del secolo passato era considerato una tappa fondamentale per i bambini, quasi quanto il capolavoro di Collodi: ma su tutti sovrastava il vate Carducci», aggiunge la scrittrice oggi punto di riferimento della lirica italiana e famosa traduttrice, la cui opera omnia il prossimo anno sarà pubblicata nel Pantheon riservato una foto d’angolo, con uno sguardo pensoso ma anche divertito, sembra tenere sotto controllo i visitatori che si addentrano in questo sacrario dove, tra i tanti cimeli, c’è pure una busta del «Corriere della sera» (la «grotta azzurra» la chiamavano gli amanti) dove il poeta conservava uno dei riccioli della Volpe. La natal Torino e la letteratura... «A Torino si viveva nel religioso rispetto di autori come Piero Gobetti. Io ero affamata di libri. Di tutti i tipi. Cominciai anche a appassionarmi a letture in lingua originale: Il conte di Montecristo eMadame Bovary furono il mio primo sbarco sul pianeta dei francesi. Alla loro traduzione mi dedicherò in anni successivi insieme alle opere di Pierre de Ronsard, Jean Racine, André Gide, Marguerite Yourcenar. Poi è il momento degli ungheresi, Sándor Petöfi e Ferenc Molnár con i suoi Ragazzi della via Pál . Ad attrarmi c’erano i racconti di viaggio, come Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India di Gozzano o Orio Vergani, e i tedeschi, da Goethe a Hermann Hesse, che amavo moltissimo per la sua vicinanza ai romantici e alle filosofie orientali». La scoperta degli «Ossi di seppia» montaliani quando arrivò? «Fin da piccola ero convinta che sarei diventata un poeta (non poetessa, parola che detesto). I primi versi li buttai giù a 12 anni: “la primavera /stagione dei fiori/ con la dolcezza risveglia i colori”. Le liriche di Montale furono la sorpresa sconvolgente dell’anno dell’esame di maturità ma prima avevo letto Ungaretti. Nel 1942 l’autore del Porto sepolto ritornò a Roma dal Brasile e tenne la sua lectio magistralis alla Sapienza. Partii da Torino con la mia nonna ligure che, molto risparmiosa, aveva avuto dei biglietti omaggio delle ferrovie e voleva assolutamente consumarli. Ero seduta in seconda fila nell’Aula Magna quando Ungaretti mi chiamò alla lavagna per scrivere un paio di versi leopardiani. Alla fine della meravigliosa lezione gli consegnai un numero della rivista che avevo fondato e dirigevo, “Il dado” - vi collaboravano, tra gli altri, Vasco Pratolini, Sandro Penna ma pure Virginia Woolf -, e lui mi chiese di accompagnarlo a casa. Abitava lontanissimo e facemmo chilometri, io spingendo la mia bici e lui chiacchierando di Mallarmé, Rimbaud, Verlaine, Baudelaire. Montale invece lo conobbi personalmente alla fine degli Anni Quaranta agli incontri culturali che si tenevano il venerdì al teatro Carignano. Il giorno dopo venne a cena a casa dei miei genitori e dopo aver bevuto, forse, mezzo bicchiere in più, si mise a danzare agitando il tovagliolo e imitando una baiadera che aveva visto qualche tempo prima in Libano». Intesa con il nemico, questo primo incontro con Ungaretti? Quando Montale fu designato senatore a vita, Ungaretti esternò la rivalità di anni e stizzito annotò «Montale senatore / Ungaretti fa l’amore». Non rari furono poi i diverbi del poeta di «Meriggiare pallido e assorto» con Quasimodo. Condividevate anche i malumori letterari? «No, per nulla: sono stata amica sia di Quasimodo che di Ungaretti. Con Eugenio si parlava di tutto dalle Rime petrose di Dante ai testi di Émile Boutroux che andavamo a cercare insieme alla Biblioteca Nazionale di Parigi. O di Truman Capote che gli piacque tanto da volergli inviare una delle sue opere pittoriche. Poi non lo fece e, anzi, mi incaricò di scrivere la recensione che voleva dedicargli. A volte capitava che mi sostituissi a lui. Le gelosie sul piano letterario ci preoccupavano meno di altre». Gli scrittori cui lei si sente vicina... «Ho sempre avuto come amici gli scrittori che più ammiravo, Mario Luzi, Leonardo Sinisgalli, Ezra Pound - che ho incontrato a Rapallo e poi ho frequentato a lungo in America Gadda, Moravia, Pasolini, Caproni. Il mio interlocutore più polemico è stata Fernanda Pivano. Ne ho letta tanta di letteratura americana, da Hemingway a Steinbeck da Faulkner a Dos Passos, ma non l’ho mai apprezzata con quel procedere sincopato: “ciao, disse lui”, “ciao, disse lei”». La letteratura era insomma veramente il centro dei rapporti sociali. «Anche di quelli amorosi. Quando io ero una ragazza si verificava qualcosa che oggi non esiste più. Se volevi conquistare una fanciulla, a Torino, la portavi al Balôn, locale un po’ fané con divanetti di velluto rosso, le offrivi un latte con la cioccolata, le prendevi la mano e recitavi D’Annunzio: “Voi non mi amate ed io non vi amo. Pure /qualche dolcezza è ne la nostra vita da ieri”. Sapesse quante volte mi è capitato». Corteggiatissima a colpi di rime ed endecasillabi. Anche il suo futuro marito si comportò così? «Abitavamo nella stessa strada ed Elémire (Zolla), destinato a diventare un gran conoscitore di dottrine esoteriche e uno studioso di mistica, mi avvicinò sapendo che mio padre disponeva di un piccolo marchio editoriale. Voleva pubblicare un suo lavoro in cui attaccava duramente Croce. Il tomo, stampato con una serie infinita di errori, fu poi inviato al pensatore di Pescasseroli che, scambiandolo per via del suo nome per una donna, gli scrisse: “Gentilissima signorina, ho letto il suo lavoro e l’ho apprezzato anche se penso che sia un po’ troppo acerbo per rimproverarmi tante cose”». Tante le letture di ieri. E quelle di oggi? «Le poesie di Yves Bonnefoy, così ricche e dotate di spessore filosofico, capaci di far emergere il lato più infantile della nostra vita troppo spesso cancellato. Tiziano Scarpa e il suo Stabat mater , un’opera decisamente controcorrente perché, contro la frenesia e la velocità, privilegia la lentezza e la pensosità».