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 2011  dicembre 03 Sabato calendario

Bianciardi, un talent sperperato nella vita - Se è vero che in Italia non è esistita una letteratura beat, è vero che Luciano Bianciardi del beat ha incarnato e persino anticipato le caratteristiche, pur preferendo la maschera dell’anarchico o quella, per lui ancora più domestica, del garibaldino in servizio permanente

Bianciardi, un talent sperperato nella vita - Se è vero che in Italia non è esistita una letteratura beat, è vero che Luciano Bianciardi del beat ha incarnato e persino anticipato le caratteristiche, pur preferendo la maschera dell’anarchico o quella, per lui ancora più domestica, del garibaldino in servizio permanente. Il quarantennale della morte dello scrittore (nato a Grosseto nel 1922 e mancato nemmeno cinquantenne a Milano il 14 novembre del 1971) conferma con una messe di pubblicazioni che si tratta di un mito della nostra letteratura, di un autore così indocile, ex lege, da non tollerare altra etichetta se non quella che, appunto, ne fa il duplice simbolo di un Paese uscito dalle macerie della guerra ma già avviato imprevedibilmente al Miracolo economico. Stese in una cadenza autodistruttiva prima che frenetica, tra romanzi, pamphlet e articoli di giornale, le migliaia di pagine ora contenute nel cofanetto delle Opere complete (due Antimeridiani proposti da Isbn, titolo di un’insolenza che non potrebbe essere più sua) rivelano infatti uno scrittore che ha un piede nell’Italia del tramontato dopoguerra e l’altro nella accidentata terra di nessuno che, fra mille turbolenze, arriva al ’68. Il primo Bianciardi è un provinciale inurbato, un ex bibliotecario e militante di base il cui romanzo di formazione (cineforum, comizi, inchieste fra i minatori della Maremma) si sviluppa nei brucianti libelli Il lavoro culturale (’57) e L’integrazione (’60, riproposto da ExCogita) in cui deposita, con acre ironia, il bilancio del suo breve passaggio nella casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli. Per un simile discendente di butteri in camicia rossa, Milano rappresenta davvero la nuova frontiera e fa da sfondo al libro che rimane tanto il suo capolavoro quanto l’unico successo commerciale, ovviamente il romanzo La vita agra (’62). E’ un vero e proprio palinsesto autobiografico in cui convergono da un lato la bohème di un intellettuale eternamente squattrinato, traduttore tanto a pagina, che passa il tempo al Bar Jamaica coi suoi amici fotografi, Ugo Mulas e Mario Dondero, dall’altro il frastuono o anzi l’uragano di una città che cambia troppo in fretta, predatrice, avida, sfacciata. Giustamente celebrato come specchio e critica in atto del Boom economico, La vita agra è un esorcismo , o meglio l’anatema di chi vede nel grattacielo Pirelli non il trionfo del benessere ma l’emblema borioso di un paese che confonde sviluppo economico e progresso civile, lo stesso che ha tradito o rimosso gli ideali della Resistenza. Perciò La vita agra rappresenta l’inizio della fine. Prima sedotto poi atterrito dal successo del romanzo, Bianciardi presto si defila, si traveste, sparisce. Né deve stupire che tutti i libri successivi siano ambientati fra gli squilli di tromba e le barbe austere del Risorgimento, come il romanzo La battaglia soda (’64) o le monografie divulgative cui continua a prestare il suo stile meravigliosamente agile e pungente, Da Quarto a Torino (’60), Dàghela avanti un passo (’69) e, fra innumerevoli altre, l’attuale Il Risorgimento allegro. Breviario di italianità (Nuovi Equilibri): va da sé che al Risorgimento, rivoluzione mancata, egli sovrappone la memoria diretta della Resistenza come rivoluzione tradita. Fatto sta che arriva il ’68 e Bianciardi, proprio lui che l’ha annunciato, neanche se ne accorge o, piuttosto, fa finta. Nonostante la presenza della sua compagna, la scrittrice Mara Jatosti, continua a bere e a sperperare l’immenso talento in articoli e interventi che affida a testate minori e, talora, di reputazione molto dubbia: invano Indro Montanelli gli ha offerto una cattedra al Corriere della Sera . Invece scappa e si rintana a Sant’Anna di Rapallo per scrivere il suo ultimo libro, Aprire il fuoco (’69), epopea delle Cinque Giornate che, ancora una volta mescolando le carte, dissimula personaggi e situazioni del maggio ’68. A Milano torna solamente per morire, già mutato nel mito di se stesso. Ha oramai prodigato tutto quanto, sperperato ogni cosa con la regalità incurante di un autentico beat.