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 2011  dicembre 03 Sabato calendario

L’ “elettricista” sa perché ho bruciato la mia vita - Sarebbe la trama di un film poco credibile se non fosse tutto vero

L’ “elettricista” sa perché ho bruciato la mia vita - Sarebbe la trama di un film poco credibile se non fosse tutto vero. E’ quello che viene in mente leggendo questo libro-diario di Alberto Bonvicini, che racconta la sua vita nei due anni trascorsi in carcere per aver (involontariamente) ucciso un uomo. Perché più della storia di quei ventiquattro lunghi mesi di prigionia (storia che si interrompe improvvisamente senza che al lettore venga fornita una qualche spiegazione), ciò di cui si parla è l’inverosimile parabola esistenziale di un uomo, il Bonvicini appunto, abbandonato dal padre, costretto all’ orfanotrofio dalle scarse possibilità economiche della madre (che si prostituisce per tirare a campare), e, per via di una biglia ingerita a nove anni e all’incompetenza del sistema sanitario e della sua burocrazia in particolare, rinchiuso in manicomio. Una biglia di vetro ingoiata per gioco è, infatti, il motivo per il quale Alberto viene portato al pronto soccorso, maltrattato dopo che ha cercato di fuggire, e spedito, dopo una tappa di quaranta giorni al manicomio di Collegno, all’ospedale psichiatrico Villa Azzurra, dove incontra Giorgio Coda, «l’elettricista», il medico della mente che per stupidità o semplice incapacità (oppure, come lascia intendere il libro di Alberto Papuzzi Portatemi su quello che canta , per sadismo), praticò ai ricoverati della Villa la cura - si fa per dire - dell’elettroshock. Era il 1967 e lo scenario è Torino, Villa Azzurra si trovava a Grugliasco, e i metodi e le atrocità del «luminare illuminante» sarebbero esplosi nel processo del 1968, che vide diversi infermieri e il Coda accusati e, non si è mai capito bene perché - reticenze? Difesa della casta? Omissioni? -, condannati a soli cinque anni e poi prescritti dei reati commessi. Prescritti loro, e chissà le loro coscienze, mentre decine di vite furono stroncate o irreversibilmente segnate - è il caso di Alberto Bonvicini - da quell’esperienza. A nove anni, se hai a che fare con uno che considera l’elettromassaggio ai genitali una forma all’avanguardia per la cura alle instabilità psichiche, e se sei orfano, se lo Stato non sa dove scaricarti, è molto probabile che cominci a maturare un carattere a dir poco complesso, che ti porterà, nel corso della vita, a commettere violenze contro terzi, a fuggire inseguiti da Carabinieri e Vigili, agli arresti per la tua vicinanza all’organizzazione armata Prima Linea, ad autopunirti con l’abuso di droga. E a bruciare il bar Angelo Azzurro provocando la morte di un uomo. Da lì alla galera, il passo è affrettato e brevissimo. Ed è proprio in prigione, come si diceva, che Alberto tiene il diario le cui pagine rappresentano il corpo sostanziale del libro. Sono pagine, e giornate, votate alla fuga dall’indolenza che un luogo come la prigione suscita in un individuo che ama la libertà più di ogni cosa: impegnate nella ginnastica per non infagottarsi nei chili e nella noia, nell’amicizia onesta e virile coi compagni di cella, nelle lettere scritte all’innamorata che forse non l’ama più, nei giochi da tavolo la sera prima che crollino le luci, e nella puntuale scrittura di quanto accade in lui e attorno. Pagine di un’intelligenza fervida (e la sua vita fuori dal carcere dimostrerà quanto fervida, tra amicizie importanti e collaborazioni giornalistiche e il coraggio di affrontare sempre la vita di petto), che ci restituiscono il ritratto di un vero ribelle, un ribelle «indotto» verrebbe quasi da dire, nato come tanti ma cresciuto «contro» per motivi che non assolvono ma senz’altro giustificano, un «indignato» le cui ragioni farebbero impallidire quelle dei ragazzi in piazza in questi giorni, cui persino la morte, avvenuta a causa dell’ Aids a soli trentuno anni, dovrebbe chiedere scusa.