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 2011  dicembre 03 Sabato calendario

Torna in carcere il boss laureato in estorsioni - Un cultore della materia, in termini accademici. «Sicuramente un appassionato», ricorda il professore con cui discusse la tesi sull’«estorsione aggravata dall’articolo 7», cioè l’agevolazione della mafia

Torna in carcere il boss laureato in estorsioni - Un cultore della materia, in termini accademici. «Sicuramente un appassionato», ricorda il professore con cui discusse la tesi sull’«estorsione aggravata dall’articolo 7», cioè l’agevolazione della mafia. Di certo uno con una marcia in più rispetto agli altri studenti. Perché lui, Cesare Lupo, secondo i magistrati della Procura di Palermo reggente della famiglia di Brancaccio in nome e per conto dei fratelli Graviano, oltre a studiare sui testi aveva modo di fare una più che valida esperienza sul campo. Altro che stage e tirocini. L’altro giorno Lupo, 50 anni, dottore in Scienze giuridiche con il voto di 104 su 110, è stato arrestato con l’accusa di avere imposto il pizzo a negozi e aziende del suo mandamento. Manette scattate nell’ambito del blitz che ha scardinato il tentativo di far rinascere la Cupola. «L’estorsione? Un reato che ha cambiato pelle nel tempo. Non più soltanto contro il patrimonio come prevede il codice penale, ma una violenza contro la persona», aveva scritto nella tesi passando in rassegna le sentenze della Cassazione dal 1930 a oggi. Questo aveva ripetuto a gennaio del 2008 durante l’esame di laurea con Francesco Siracusano, professore di Diritto penale all’Università Magna Graecia di Catanzaro, nella biblioteca del carcere di Siano in cui era recluso proprio per mafia ed estorsione. Ma, appena dismessa la corona d’alloro, era passato dalla teoria alla pratica. «Ci deve fare avere cinquemila euro, i soldi dei cristiani non se li devono tenere in tasca, si danno subito», si lamentava di un fedelissimo che tardava a portargli gli incassi del racket. Estorsioni a tappeto: ad agenzie di scommesse, compagnie finanziarie, a un’azienda che produce gelati. Pizzo pure a un locale che frastornava i residenti con la musica troppo alta. «I cristiani non possono dormire», aveva sentenziato nelle vesti di tutore della quiete pubblica, prima di fare i conti: «Duemila euro». Chissà se si ricordava di tutte le sentenze che il suo professore gli aveva dato da spulciare, «chiedendogli di trovare pronunciamenti significativi della Cassazione in coincidenza di modifiche normative, proprio per illustrare la mutazione genetica del reato». E lui l’aveva fatto, ostinatamente, scrivendo tutta la tesi a mano su grandi fogli di carta, chiedendo al relatore i libri su cui studiare attraverso un’assistente sociale del carcere, Maria Mazza, inviando tramite lei i capitoli che andava preparando. Niente riflessioni personali su una storia giudiziaria allora già lunga (condannato per mafia la prima volta nel 1998, in seguito avrebbe avuto altre tre condanne per associazione mafiosa ed estorsione aggravata) ma una disciplinata rassegna di giurisprudenza. Il gran giorno della laurea in carcere se lo ricordano tutti. Da una parte la commissione di professori: presidente Alberto Scerbo, docente di Filosofia del diritto. Dall’altra parte lui, emozionato, con la moglie, tre bambini, la suocera, venuti apposta da Palermo. Giacca scura, niente cravatta, perché in carcere è vietata. «La mia tesi illustra le pronunce della Cassazione sull’estorsione, in particolare su quella dell’aggravante di mafia», aveva cominciato con fare sicuro. Sorrisi e gioia alla proclamazione, guastata solo dal divieto di brindare con lo spumante, cosa a cui il neolaureato teneva moltissimo. Si dovette accontentare di Coca Cola e aranciata bevute nei bicchieri di carta, e di un pacco di biscotti al cioccolato. Il 24 agosto 2009 fu scarcerato. La tesi se la portò a casa, così orgoglioso da mostrarla ai poliziotti della Mobile arrivati per arrestarlo. Ma del suo titolo si era vantato anche con un amico al telefono: «Estorsioni? Ci ho preso una laurea».