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 2011  dicembre 04 Domenica calendario

L’ITALIA NON È (ANCORA) LA GRECIA - 1

L’Italia sta per fallire o chiedere aiuto all’Europa e al Fondo monetario come ha fatto la Grecia?
Per ora no. A tutte le aste del debito pubblico l’Italia ha trovato investitori disposti a prestarle i capitali necessari a rimborsare il debito in scadenza. Il problema è che i tassi a cui siamo costretti a indebitarci sono sempre più alti. E nessun Paese può pensare di durare a lungo con una crescita negativa (-0,5 per cento del Pil nel 2012) e tassi di interesse sul debito che si avvicinano all’8 per cento.
2 Quindi, almeno nell’immediato, possiamo stare tranquilli?
Purtroppo no, perché i mercati non guardano solo all’immediato, se non vedono le premesse perché l’Italia possa onorare in futuro i suoi obblighi, smettono subito di fornirle credito.
3 Chi ci può salvare dall’esterno?
Per il momento nessuno. Il debito pubblico dell’Italia è di circa 1.900 miliardi di euro, una metà è in mano a investitori stranieri, il resto a banche e risparmiatori italiani. Nessuna istituzione ha le risorse per farsi carico di una simile massa di titoli, comprandoseli oppure rimborsandoli alla scadenza per conto dell’Italia. Soltanto la Bce potrebbe, ma per ora resta fedele al suo mandato che le vieta di salvare gli Stati e quindi si limita a piccoli interventi sul mercato dei Btp, i titoli italiani a più lunga scadenza. Il Fondo europeo salva Stati ha meno di 250 miliardi a disposizione, il Fondo monetario ne ha oltre 300, ma avrebbe comunque bisogno di prestiti illimitati dalla Bce per sostenere davvero l’Italia.
Quindi siamo spacciati?
Per nulla. L’Italia assomiglia a una grande azienda un po’ in arretrato con gli investimenti, insidiata dai concorrenti, ma ancora solida che però rischia di fallire perché le banche non le rinnovano i fidi. Per ora siamo in una crisi di liquidità, non di insolvenza. Come ricorda ogni volta il premier Mario Monti, l’Italia si è impegnata a raggiungere il pareggio di bilancio (deficit a zero) nel 2013, quando l’avanzo primario sarà del 5,4 per cento. Ogni anno, prima di aggiungere al conto la spesa per gli interessi, l’Italia incasserà oltre 50 miliardi in più di quanti ne spende. Virtuosismi contabili che neppure la Germania può vantare, conti così solidi che dovrebbero rassicurare qualunque investitore.
5 E allora perché i mercati non si fidano?
Proprio perché gli obiettivi sono così ambiziosi. Mai nella sua storia l’Italia repubblicana è riuscita a pareggiare le entrate con le uscite, perché dovrebbe farlo proprio ora? Altro elemento che preoccupa i mercati: se si cerca di migliorare i conti soltanto tagliando le spese e aumentando le tasse, come ha fatto il governo Berlusconi, la crescita si riduce ulteriormente. E diventa ancora più difficile per l’Italia affrontare
il suo debito pubblico.
6 Come torna a crescere?
Nessuno lo sa esattamente. L’Italia, a differenza degli Stati Uniti che controllano la loro moneta, non può affidarsi alla spesa pubblica in deficit per creare posti di lavoro e finanziare investimenti. Restano due strade: la redistribuzione, togliere qualcosa ai più ricchi per darlo a chi vorrebbe aumentare i propri consumi, ma non ha i soldi per farlo. Ma questo non cambierebbe le prospettive del Paese nel lungo periodo. La seconda strada è rendere la nostra economia più competitiva, favorendo la nascita di nuove imprese (con liberalizzazioni e riforme del mercato del lavoro) e attirando investimenti dall’estero (con incentivi fiscali, come ha fatto l’Irlanda, o riducendo gli ostacoli e il costo del lavoro).
7 La manovra di Monti basterà per raggiungere questi obiettivi?
La strategia del premier è di rispettare gli obiettivi di bilancio per il 2012 (deficit all’1,2 per cento) abbinando misure di crescita ai sacrifici, così da evitare il tracollo dell’economia già condannata alla recessione. Rimarrà quindi una parte di aggiustamento contabile, cioè un’altra manovra, da fare nel corso del 2012 la cui entità dipende dall’effetto che avrà il mix di misure del primo pacchetto Monti. Anche con il pareggio di bilancio, però, non saremmo in regola con le nuove regole europee. Il “six pack”, un insieme di regolamenti in fase di approvazione definitiva a Bruxelles, prevede che si debba ridurre del 5 per cento la parte di debito pubblico in eccesso (cioè quella che supera il 60 per cento). Per l’Italia significherebbe manovre da 40 miliardi all’anno a partire dal 2014.
8 Il futuro economico dipende tutto dalla politica?
In buona parte sì. Anche se il futuro dell’economia italiana non si decide soltanto tra Montecitorio e Palazzo Madama. Hanno un ruolo decisivo le banche, indebolite dalla perdita di valore dei titoli di Stato in cui hanno investito e impegnate nel tentativo di trovare miliardi di euro per gli aumenti di capitale imposti dall’autorità europea di vigilanza. Per rafforzarsi in una situazione difficile, la soluzione più facile è chiudere i rubinetti del credito a imprese e famiglie, così da non esporsi a nuovi rischi. Ma senza credito anche le imprese più sane non possono fare investimenti o falliscono addirittura. Mentre le famiglie non potranno accendere mutui. Scelte di questo genere da parte delle banche darebbero un colpo pesantissimo all’economia italiana nel suo complesso.