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 2011  dicembre 03 Sabato calendario

BELLI, SOLIDI DA CONSERVARE I BENI «A PROVA DI DEFAULT»

«Può il battito delle ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?», chiedeva nel 1979 il meteorologo statunitense Edward Lorenz. L’"effetto farfalla", cioé la relazione tra cause minime ed effetti colossali, ha dato il via alla "teoria del caos" che cerca spiegazioni razionali a fenomeni imprevisti, come i cambiamenti climatici. Allo stesso modo, la finanza cerca di capire (e prevedere) perché asset class (cioé categorie di investimenti) molto diverse possano interagire in modo vistoso. Prima del 2007 chi avrebbe pensato che i pignoramenti di case Usa avrebbero messo in ginocchio l’economia globale? Eppure i risparmiatori hanno imparato a loro spese il significato di mutuo subprime. Oggi gli investitori cercano nella diversificazione dei portafogli un rifugio dai marosi. Ma l’oro, l’arte e i terreni sono porti sicuri?
Una delle tecniche di analisi impiegate per valutare i rischi è spiegata da Secondo Davide Silvestrini, responsabile europeo delle strategie sui derivati azionari di JP Morgan, «la correlazione è una misura statistica che descrive la mutua relazione tra i ritorni di investimenti su asset class differenti, come l’azionario o l’obbligazionario, i cambi o le materie prime, o all’interno di una stessa asset class, ad esempio tra azioni differenti di uno stesso indice. L’aumento della correlazione è un fenomeno di lungo periodo, in corso da un quindicennio, che è accelerato con la crisi finanziaria scattata nel 2007-08, quando la crisi del credito ha portato gli investitori a ridurre la leva su investimenti in tutte le asset class. Nel lungo periodo contribuscono ad alimentare la correlazione la globalizzazione dei mercati, il maggior attivismo degli investitori istituzionali e la diffusione, tra grandi operatori ed hedge fund, di un approccio "macro" e dell’investimento contemporaneo su asset class diverse. Nel breve termine invece la correlazione è bassa quando gli investitori hanno una visione "micro", legata alle caratteristiche dei singoli asset, mentre aumenta quando i rischi prevalenti sono maggiori ed è legata a fattori "macro"».
«Cercare asset decorrelati oggi è molto difficile. Non solo le asset class "risk-on" (che scontano un rischio, Ndr) sono più correlate,», spiega Silvestrini. «ma si sono sviluppate nuove correlazioni. Ad esempio, la correlazione tra l’oro e l’azionario o i corporate bond è aumentata: il metallo giallo è diventato un investimento largamente diffuso, attirando un maggior numero di speculatori interessati a cavalcare il trend dei prezzi».
Come misurarsi con un fenomeno simile? «Mentre gli investitori istituzionali e fondi hedge hanno la possibilità di controllare la propria esposizione con strumenti derivati, ad esempio sull’azionario con futures e opzioni, i piccoli risparmiatori non sono dotati di competenze e possibilità di attuare simili strategie. Quando la correlazione è alta, diversificare può non bastare: occorre scegliere se essere investiti o no, stare "nel" rischio o "fuori" dal rischio. Oggi stare "fuori" dal rischio significa largamente scegliere titoli di Stato Usa o il dollaro, valuta rifugio per eccellenza malgrado i crescenti problemi fiscali negli Usa», conclude Silvestrini.
In effetti, come mostra il grafico a fianco (con prezzi rielaborati in euro per "sterilizzare" l’effetto cambio), negli ultimi cinque anni l’oro ha segnato un rialzo di oltre il 165%: la "bolla" è più che in agguato. Sulla stessa distanza, mentre l’azionario globale arranca (-8,3%) e i corporate bond sono stabili, i titoli governativi globali segnano un rialzo del 38% a dispetto della crisi dell’eurozona.
Quando ad altre categorie di asset, i terreni agricoli negli ultimi 20 anni non hanno per nulla corso, conservandosi però abbastanza al riparo dall’inflazione. Quanto all’arte, chi la sceglie deve considerarla un investimento di medio-lungo periodo, ma non alla portata di tutte le tasche. Chi volesse acquistare "Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù", dipinto tra il 1523 e il 1524 da Dosso Dossi (1489-1541), consideri che l’ultima opera battuta, nel 1999 a Londra da Sotheby’s, è stata aggiudicata a 1,3 milioni di euro. A volte, un battito d’ali di farfalla può essere molto, molto costoso. Nicola Borzi • PER ANDARE OLTRE L’ORO PUNTARE SU VALUTE STABILI - Dopo i picchi raggiunti nel 2011 e soprattutto in seguito a variazioni giornaliere nell’ordine del 10%, anche l’oro, bene rifugio per antonomasia (come l’argento) non può più essere considerato un investimento decorrelato dall’andamento dei mercati. Stesso discorso vale per molte commodities e «perfino per alcune coperture su cambi – spiega Stefano Mac, gestore in Azimut – perché quando gli strumenti vengono finanziarizzati (si pensi all’esplosione degli Etf su questi asset) si finisce per dipendere dai mercati e quindi si è correlati». «Non esiste più attività considerata priva di rischio – chiosa Massimo De Palma di Swiss & Global. Il concetto di diversificazione ha senz’altro una forte valenza sul medio termine. Nel breve le tensioni e l’emotività dei mercati potrebbero non far conseguire l’obiettivo di una significativa riduzione del rischio».
Dunque, per chi va alla ricerca di strumenti il meno possibile toccati dalle bufere dei listini e dall’aumento degli spread il momento non è dei migliori. Una scelta, questa, che secondo Stefano Mac viene fatta indipendentemente dal profilo di rischio dell’investitore. Lui e il team di Azimut suggeriscono due alternative (entrambe accessibili tramite fondi Ucits III): puntare al renminbi (o yuan), la valuta cinese, e i rischi catastrofali. «La valuta cinese ha un valore stabilito dalla Banca Popolare Cinese – spiega il gestore – che in quanto fisso è di fatto decorrelato. Inoltre, se si crede che quella cinese sia un economia in crescita è anche un’idea d’investimento». Il secondo fondo, nuovo per l’Italia (in Europa altre case li hanno già proposti) punta a un’ampia diversificazione in Cat bond: obbligazioni che hanno una durata di circa uno anno e incorporano il valore di un’alea ceduta da una compagnia di assicurazione a un altro riassicuratore (Insurance Linked Securities).
L’alternativa suggerita da De Palma punta a una diversificazione valutaria. «Agli investimenti in euro si può affiancare un paniere valutario costruito con obbligazioni in divisa estera di Paesi con fondamentali solidi e un livello indebitamento basso – spiega – come Norvegia e Svezia, Canada, Australia e alcuni Paesi Emergenti (Russia, Messico e Brasile) possono fornire un supporto importante alle performance e alla stabilità del portafoglio. Inoltre, per quanto gli Stati Uniti abbiano raggiunto livelli di indebitamento consistenti, il dollaro rappresenta sempre la valuta di riferimento per gli scambi internazionali e un supporto in caso di turbolenze di mercato». Tra gli altri suggerimenti che arrivano da De Palma ci sono le obbligazioni societarie di aziende poco indebitate che possono fornire, oltre a un profilo di rischio contenuto, un extrarendimento interessante rispetto ai titoli governativi dei Paesi core che, agli attuali livelli, registrano ritorni reali negativi. «La volatilità è un’ulteriore categoria d’investimento – spiega ancora – che, all’interno di un portafoglio diversificato, può diminuirne il rischio complessivo, grazie al profilo di correlazione inversa rispetto al mercato azionario». Riccardo Farisi, di Scm Sim a chi ha un profilo aggressivo (il giovane di 30 anni oppure la coppia di 50 anni) suggerisce di puntare su un Etf che investe in risorse naturali o soft commodities mentre chi ha un profilo più prudente può andare su un Etf che investe in Reits americani (le società quotate finalizzate all’acquisto di immobili che producono redditi da locazione). «Il primo settore ha subìto correzioni pesanti – spiega – quindi a questi prezzi è interessante, il secondo invece è adatto a ha un profilo più conservativo. Per la coppia con figli e abita in una casa di proprietà suggerisco BTp o altri titoli indicizzati all’inflazione da accumulare nel medio periodo. Mentre tra titoli dedicati ai figli c’è ad esempio un BTp 2034 zero coupon: costa 20 euro e nel 2034 rimborserà 100 e rende oltre il 7% annuo». Lucilla Incorvati • IL CONTEMPORANEO TIRA - L’arte rappresenta un asset d’investimento alternativo? In periodi di crisi è un bene rifugio? Ma soprattutto si può valutare la perfomance dell’investimento in un’opera di Fontana o Burri? Domande che si fanno ormai tutti coloro che si avvicinano per passione, ma anche per diversificare il proprio portafoglio, a questo bene unico, che viene scambiato in un mercato che conta molteplici canali commerciali (galleria, antiquari e aste) con costi elevati di transazione e informazioni asimmetriche. Questi i tanti limiti del comparto, compresa l’elevata volatilità (differente per ogni segmento artistico) e la liquidità, in compenso rispetto agli asset finanziari non vede tassato il capital gain. Infine, prima di indicare le performance ormai misurate da diversi analisti nazionali e internazionali, la formazione del prezzo è legata a fattori esogeni ed endogeni al bene: qualità, rarità, conservazione e provenienza in primis. Detto ciò il mercato italiano dell’arte è sottile – nel 2010 ha mosso circa 1,4 miliardi di euro, l’1% del fatturato internazionale – con un maggior peso dell’Ottocento e dell’antico (57%) e per il restante moderno e contemporaneo.
Rimandiamo alle tre pagine di «ArtEconomy24» per un’analisi puntuale di alcuni autori particolarmente difensivi nella crisi in rapporto all’inflazione, al BTp quindicinale e al titolo Generali.
Nella diversificazione del portafoglio l’arte può avere un peso tra il 5-15%, ma non va considerato come un comparto unico aggregato (lo è solo in linea teorica per elaborare analisi) in grado di proteggere i risparmi, soprattutto nelle fasi recessive perché i diversi segmenti – antico, Ottocento, moderno e contemporaneo – presentano profili di rischio-rendimento differenti e differenti reazioni agli shock esogeni. Cruciale spesso diventa l’orizzonte temporale dell’investimento: il confronto nel periodo 1995-2011 tra gli indici di prezzo dei beni artistici dei diversi periodi e l’inflazione fatto nel «Rapporto sul mercato dei beni artisti 2011» Nomisma-Università Lum evidenzia una buona tenuta del mercato internazionale e, soprattutto, di quello contemporaneo, mentre rivelano una scarsa resistenza del Moderno e l’antico. Nel breve periodo dal 2006 al 2011 hanno difeso meglio dall’instabilità economica ancora il comparto internazionale, il contemporaneo italiano e l’Ottocento italiano. Dal 1995 a oggi l’investimento in opere d’arte scambiate a livello internazionale ha restituito un rendimento medio annuo del 2,13% meno del 2,46% dell’S&P 500, ma più dello 0,69% del FtseMib: batte tutti l’oro (+4,06% il Gold Future) a sua volta vinto dal Contemporaneo +4,65%, che risponde alla crisi dal 2006 a oggi con un +3,39%. Marilena Pirrelli • LA TERRA NON SI SVALUTA - Negli ultimi 20 anni l’investimento in terreni è stato in grado di preservare il capitale dall’erosione dell’inflazione, ma con una frenata nell’ultimo lustro, anche se i vigneti l’hanno abbondantemente superata. Ma le compravendite sono in calo, spiega l’ultima Indagine annuale sul mercato fondiario condotta da Andrea Povellato, dirigente incaricato della sede per il Veneto dell’Inea, l’Istituto nazionale di economia agraria.
Secondo Povellato «i valori fondiari nel 2010 sono cresciuti dello 0,8% a prezzi correnti, in linea con i modesti aumenti degli ultimi anni. Il prezzo medio nazionale è ormai stabilmente oltre i 18.000 euro per ettaro, ma varia molto tra la Pianura padana (medie di 35-45.000 euro) e montagne del Sud (6-7.000). Le compravendite sono ridotte dalla redditività agricola sempre più risicata e dalle difficoltà di accesso al credito: la crisi frena i potenziali compratori e i venditori sono prudenti per la difficoltà di reinvestire bene la liquidità. Ne deriva la sostanziale tenuta dei valori: in Italia non esistono bolle speculative sui terreni come in Irlanda o Danimarca, anche se molti operatori ritengono che i prezzi siano ormai troppo alti. Il valore medio italiano è più alto che in Germania (13mila), Spagna (10mila) e Francia (6mila), ma molto più basso che in Danimarca (26mila) e Olanda (oltre 45mila)».
Povellato spiega che «il mercato è fortemente segmentato su base locale. La forbice Nord-Sud è amplificata da dinamiche nettamente differenziate: negli ultimi 10 anni i valori nelle aree agricole del Nord sono aumentati del 30-35%, al Sud e nelle isole hanno segnato solo più 6-7%, e al Centro più 13%. Le differenze dipendono in parte dalla redditività mediamente più alta dei terreni padani, dotati di buone infrastrutture, e dalle dinamiche economiche locali. La maggiore ricchezza del Nord porta gli investitori a diversificare gli investimenti nel mercato fondiario, anche se la redditività agricola è poco soddisfacente. Al Sud "tirano" solo alcune aree specializzate, mancano stimoli dalle economie locali e la struttura fondiaria molto frammentata non incentiva a formare aziende più ampie ed efficienti». Esistono casi, come i meleti nella Val d’Adige (Bolzano/Merano), che raggiungono quotazioni di 470mila euro all’ettaro, o i vigneti Docg di Valdobbiadene (Treviso) i 530mila, ma i pascoli naturali nella provincia di Enna o quelli delle Barbagie (Nuoro) scendono ad appena 2mila. Per il ricercatore dell’Inea «i prezzi medi sono più alti per i terreni destinati a vigneto, visti gli investimenti di capitale più elevati, la forte domanda e le buone prospettive di crescita del settore. Il valore modesto degli oliveti risente del peso relativamente maggiore dei terreni marginali nei quali sono localizzati parte degli impianti. Ancora più evidente è l’effetto sul prezzo di coltivazioni a scarsa produttività, come prati e pascoli».
Sui prezzi fondiari agiscono anche fattori normativi (le direttive comunitarie sui nitrati spingono i prezzi nelle aree zootecniche), l’effetto scarsità (come, ad esempio, in Lombardia dove la superficie agricola utile è scesa sotto il milione di ettari, erosa dall’urbanizzazione) e la possibilità di veder cambiare la destinazione d’uso. Però, spiega Povellato, «bisogna fare attenzione perché la speculazione immobiliare crea attese di rendimento che spesso poi non si realizzano. Sul rendimento influiscono anche i premi della Politica agricola comunitaria ma occorre verificare sempre in sede di rogito che vengano venduti con i terreni – nel qual caso il prezzo sale – perché i venditori potrebbero trattenerli. La redditività agricola netta spesso non arriva all’1%: una cosa è comprare terreni per gestirli direttamente e ben altra è affittarli». Nicola Borzi