Rossella Bocciarelli, Il Sole 24 Ore 3/12/2011, 3 dicembre 2011
ITALIA FRAGILE IN BALÌA DEI MERCATI
Fragile, isolata e in crisi di autostima. Sembra una donna di Pedro Almodovar e invece è l’Italia del 2011 secondo il Censis. L’ultimo rapporto presentato ieri al Cnel ricorda che «un po’ con dolore e un po’ con vergogna abbiamo vissuto in questi una retrocessione evidente della nostra immagine nazionale, dovuta alla caduta del nostro peso economico e politico nelle vicende internazionali ed europee».
C’è una crisi che viene dall’esterno, cioè, sostiene il Censis «dal non governo della finanza globalizzata»; ma questa crisi si esprime anche all’interno del Paese, attraverso «un sentimento di stanchezza collettiva, di non reazione alla fenomenologia domestica della crisi «la caduta dell’occupazione e dei consumi» di inerte fatalismo rispetto all’insolubilità del problema del debito pubblico.
Eppure, come documentano le analisi dell’istituto diretto da Giuseppe Roma a fondato da Giuseppe De Rita, c’è anche una disponibilità all’assunzione di reponsabilità collettiva: il 57,3% degli italiani è disponibile a sacrificare in tutto o in parte il proprio tornaconto personale per l’interesse generale del Paese, mentre solo il 24,3% degli italiani ritiene che non esiste un interesse generale e il 18,4% che non ci sono soggetti in grado di rappresentare l’interesse generale. A far da collante di una società dall’identità molteplice è ancora, nonostante tutto la famiglia. Ma dalla società sale anche una forte richiesta di equità: secondo il rapporto, il 65,4% indica la famiglia come elemento che accomuna gli italiani, mentre l’81% condanna duramente l’evasione fiscale.
A fronte poi di un 46% di cittadini che si dichiara «italiano», c’è un 31,3% di «localisti» che si riconoscono nei Comuni, nelle regioni o nelle aree territoriali di appartenenza, un 15,4% di «cittadini del mondo» che si identificano nell’Europa o nel globale e un 7,3% di «solipsisti» che si riconoscono solo in sè stessi.
Quel che è certo, e il rapporto del Censis torna a sottolinearlo, è che la crisi che imperversa da quattro anni in Italia ha colpito in particolar modo i giovani. «La crisi – dice il Rapporto – si è abbattuta come una scure su questo universo: tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980mila unità e tra i soli italiani le perdite sono state pari a oltre 1.160.000 occupati». Sono dati che preoccupano molto il presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, Jacopo Morelli: «Senza crescita non c’è futuro per il nostro Paese. Oggi il Censis ha diffuso un dato davvero preoccupante: con la crisi un milione di giovani in Italia ha perso il lavoro. È urgente restituire fiducia e opportunità, soprattutto alle nuove generazioni. Per questo, la manovra che uscirà dal Consiglio dei ministri di lunedì non deve dimenticare i giovani».
Secondo Morelli «servono misure per mettere in sicurezza i conti pubblici, serve che tutti facciano la propria parte di sacrifici, ma serve una sferzata per tornare a fare impresa e creare sviluppo e lavoro. Serve tornare all’economia reale. Senza nuove imprese – afferma – non si genera nuova occupazione: sarebbe un bel segnale se parte della tassazione sulle rendite improduttive fosse destinata a sgravi fiscali per incentivare la nascita di start up e l’assunzione di giovani». «I Giovani Imprenditori di Confindustria - conclude - si vogliono assumere la responsabilità di contribuire al riscatto del Paese: il modo migliore per farlo è far crescere le nostre imprese e assumere i giovani».
Intanto, però, secondo il Censis «la generazione degli under 30 sembra incapace di trovare dentro di sé la forza di reagire. La percentuale di giovani che decidono di restare al di fuori sia del mondo del lavoro che di quello della formazione è in Italia notevolmente più alta rispetto alla media europea: se da noi l’11,2% dei giovani di età compresa tra 15 e 24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato a lavorare o studiare, la media dei 27 Paesi dell’Ue è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%. Di contro, risulta da noi decisamente più bassa la percentuale di quanti lavorano, pari al 20,5% tra i 15-24enni (la media Ue è del 34,1%) e al 58,8% tra i 25-29enni (la media Ue è del 72,2%)». Inoltre i giovani, che dovrebbero rappresentare il segmento più avvantaggiato da una maggiore liberalizzazione dei licenziamenti, «già oggi - rileva ancora il Censis - sono quelli su cui più grava il costo della mobilità in uscita». Nel 2010, su 100 licenziamenti che hanno determinato una condizione di inoccupazione, 38 hanno riguardato giovani con meno di 35 anni e 30 persone con età compresa tra 35 e 44 anni. Solo in 32 casi si è trattato di persone con 45 anni di età o più». Contro la crisi, «occorre fare sistema, bene l’export» ha detto Antonio Marzano, presidente del Cnel.