Roberto Escobar, Domenica-Il Sole 24 Ore 4/12/2011, 4 dicembre 2011
TRA LE SOTTANE IN CERCA DI LUMI
«Io farò quel che potrò», risponde Don Giovanni al convitato di pietra che incombe su di lui. Il fantasma del Commendatore è entrato nella sala in cui il «dissoluto» lo attende, e la sua voce è funerea quanto il suo corpo è rigido. È questo il momento più intenso dell’opera di Wolfgang Amadeus Mozart, e il più tragico del libretto di Lorenzo da Ponte. Da un lato c’è l’assoluto della vendetta e della morte. Dall’altro c’è il relativo, il caduco della vita mentre vive. «Vivan le femmine, viva il buon vino, sostegno e gloria d’umanità», ha appena cantato Don Giovanni al cospetto di donna Elvira, trepida e pia. Invece il suo antagonista «si pasce di cibo celeste». Qui non c’entra il dongiovannismo del senso comune, che insiste a confondere il burlador di Siviglia con un tristo, banale sottaniere. Comunque si voglia prender posizione – dalla parte di una legge e di una morale rigide anch’esse come il marmo, o dalla parte di una rivolta tutta umana –, nell’eroico «io farò quel che potrò» siamo in ogni caso coinvolti.
È forse questo il senso di un personaggio che, con il suo film del 1979, Joseph Losey inventa e aggiunge nella sequenza della cena. Lo si vede ancor prima che la statua arrivi. È un valletto che sta fra Don Giovanni, un Ruggero Raimondi "acuminato" e tutto vestito di bianco, e Leporello. Il padrone siede trionfante a tavola, il servo mangia di nascosto e lui sta in piedi, spettatore muto e con uno sguardo inquietante. Quando poi – fra lampi, strepiti e gran colpi alla porta – il Commendatore entra in scena, quello sguardo non si rivolge alle sue sparate tonitruanti, ma a Don Giovanni. Più profondo e attento del senso comune (non gli è difficile), sa che è lui, il burlador, a meritare attenzione.
Come sappiamo, non c’è un unico Don Giovanni. Non solo perché le opere a lui dedicate sono molte, a partire almeno da Tirso da Molina per arrivare (in un certo senso) al Federico Fellini di Casanova e a Losey. Ma soprattutto perché i Don Giovanni sono tanti quante le sensibilità morali di lettori e spettatori. Ora si tratta di un reprobo, ora d’un libertino – ma nel senso storico-filosofico preilluministico del termine –, e ora d’un eroe ribelle.
Un eroe ribelle è quello di Albert Camus, in rivolta contro la morte, ma ancor più – così si legge nel Mito di Sisifo – contro la vanità della speranza in un’altra vita. Non è Faust, questo Don Giovanni. Diversamente dal personaggio di Johann Wolfgang Goethe, non crede abbastanza in dio per vendersi al diavolo. Crede invece nella vita. «Ciò che viene dopo la morte – spiega Camus – è futile, e per chi sa di essere vivo, la sequela dei giorni è tanto lunga». Se abbandona una donna, non è perché non la desideri più, ma perché ne desidera un’altra, e poi ancora un’altra e un’altra. Non si tratta di cinismo da sottaniere, ma di amore "assurdo" per le donne. L’assurdità consiste nel fatto, anzi nella consapevolezza che, inesorabile, un «uom di marmo» verrà a portarsele via, insieme con la vita. Questa consapevolezza chiara scatena il risentimento di chi preferisca fuggirne lontano: «Si capisce che gli uomini che pensano all’eterno invochino su di lui il castigo, in quanto egli giunge a una scienza senza illusioni, che nega tutto ciò che essi professano».
Si provi ora a sostituire la parola donna con le parole verità o valore. Il Don Giovanni che ne viene è persino più "dissoluto" dell’altro. Chi si ribelli alla morale sessuale può sempre pentirsi. E per lo più lo fa già mentre si ribella: le vie della cattiva coscienza e dell’ipocrisia sono infinite. Ma chi si rivolta contro il cielo del Vero e del Giusto, quello forse ha una coscienza più netta, e una più salda moralità di pensiero.
Basti fra tutti ricordare Prometeo, che ruba agli immortali per dare agli esseri umani. Zeus lo fa incatenare dai suoi sgherri alla cima del Caucaso, possente e di pietra ben più del Commendatore. Poi, come racconta Eschilo, quando la vendetta e la pena stanno per giungere all’apice, Ermes, uno degli sgherri, gli rinfaccia la sua colpa: l’aver dato fuoco e potere «a chi tramonta in un giorno». Ma l’eroe incatenato resta fedele a se stesso. Fra il tuo essere servo e il mio supplizio, gli dice, non farei cambio: «Peccatori superbi così peccano, superbamente». Ermes insiste perché si penta e venga a un compromesso con il sommo fra gli dèi. Ti conviene, gli consiglia, eviterai che ti faccia soffrire. E Prometeo: «Che risponda sferrando vampa infuocata. Sfasci, agiti il cosmo», in ogni caso «nulla mi farà inginocchiare». È un pezzo che ci penso, aggiunge: «Ho deciso: va bene così».
«Io farò come potrò», annuncia appunto Don Giovanni al suo convitato. Inutilmente Leporello gli parla come Ermes a Prometeo. Inutilmente il Commendatore gli urla: «Pentiti... Pentiti, scellerato». Anche lui ci ha pensato da tempo, anche lui ha deciso. Per tre volte dice no, per tre volte rifiuta di inginocchiarsi. Certo, alla fine il suo, anzi il loro destino si compie, tra le fiamme dell’inferno nel film di Losey, tra bagliori e boati nella tragedia di Eschilo. Ma chi potrebbe dire con certezza che i perdenti qui siano i ribelli e non i loro aguzzini? Sono così strapotenti, questi vendicatori di pietra, da non aver più buon gusto, e da ridursi alla messa in scena di espedienti teatrali banali: kitsch, come oggi si direbbe.
Così immaginerebbe il valletto di Losey, se prendesse posizione a favore del burlador, e se amasse la splendida caducità della vita. Se invece stesse dalla parte dell’assoluto, e delle sue leggi di marmo, allora l’«io farò quel che potrò» sarebbe per lui motivo di scandalo. Questo infatti accade con i personaggi e le opere grandi: danno la misura dei loro spettatori e lettori.