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 2011  dicembre 04 Domenica calendario

MORIRE DI DEPRESSIONE - I

suicidi motivati da depressione clinica di due persone famose nell’ultima settimana, l’allenatore quarantunenne della nazionale gallese Gary Speed e l’intellettuale comunista settantanovenne Lucio Magri, non sono eccezioni o curiosità. Diversi studi ci dicono che oltre il 50 per cento dei suicidi ha alla base una depressione clinica. Si stima che il 15 per cento delle persone clinicamente depresse muoia per suicidio, e che il 75 per cento degli anziani che si suicidano si siano recati da un medico nell’ultimo mese. La depressione, che colpisce le donne il doppio degli uomini, aumenta anche il rischio di ammalarsi di diabete e malattie cardiovascolari. Che sono cause di morte. Si tratta di una delle principali condizioni morbose nel mondo sviluppato, e l’Oms stima che tra una ventina d’anni lo sarà a livello planetario.
Nessuna di queste drammatiche informazioni si trova in Elogio della depressione, il libro di Aldo Bonomi, sociologo che ha studiato il tragico primato dei suicidi in Valtellina (La malaombra. Il perturbante caso dei suicidi in una valle alpina, Codice), e di Eugenio Borgna, psichiatra e imperterrito cantore delle meraviglie esistenziali insiste nella sofferenza psichica. Un libro dal titolo agghiacciante. E il contenuto peggio. Perché al tempo della medicina basata sulle prove, i casi sono due. O gli autori possono dimostrare, con dati empirici, che la depressione non porta al suicidio, che davvero si tratta di una malattia che non colpisce persone ma "comunità", che non distrugge i legami affettivi e le famiglie, che aver avuto una depressione clinica rende più altruisti, sensibili, eccetera. Oppure stanno facendo letteratura, cioè chiacchiere sulla pelle di milioni di persone colpite da dolori psichici devastanti, e senza rimedi immediati.
Bonomi propone poi di elevare la depressione allo status che aveva il lavoro salariato nell’ideologia marxista: allo slogan "proletari di tutto il mondo unitevi", suggerisce di sostituire "depressi di tutto il mondo unitevi". Non senza nostalgia per i bei tempi andati, quando, dice lui, c’era incertezza economica ma certezza dei valori (per la precisione dei "fini"). È incredibile come in età di scienze cognitive (conoscendo cioè le trappole dei ragionamenti fallaci) e con la massa di dati raccolti dagli storici, chi pratica le scienze sociali si ostini a ripetere luoghi comuni del tutto falsi, come che "si stava meglio quando si stava peggio". Quando si stava peggio, si stava peggio e basta. E quelli che stavano meglio erano in assoluto e proporzionalmente molti ma molti meno di adesso. Si vuole dire che c’era meno depressione? Ovvio: l’aspettativa di vita era più bassa e, per ragioni che hanno probabilmente a che fare con l’evoluzione del nostro comportamento, i picchi di depressione si manifestano dopo i quarant’anni.
È istruttivo leggere il libro di Bonomi e Borgna perché in poche ore si possono ripassare le più scontate banalità contro la modernità e l’approccio empirico ai problemi umani. Senza venire a sapere nulla di concreto sulla ricerca scientifica e clinica che fortunatamente qualcuno porta avanti per far luce sui profili nosologici della depressione (Borgna usa una classificazione tutta sua), sulle cause e sui trattamenti. Negli ultimi vent’anni, diciamo dalla pubblicazione, nel 1993, del libro di Peter Kramer sul Prozac (La pillola della felicità, Sansoni 1994) sono state pubblicate decine di libri che discutono se non vi sia un eccesso di diagnosi di depressione, cioè una medicalizzazione anche di condizioni di tristezza o malinconia del tutto naturali e sane. Medicalizzazione che, per alcuni, sarebbe incentivata dalle "cattive" multinazionali, che finanziano gli studi clinici, e fanno pubblicare solo quelli che dimostrano che il farmaco che vogliono vendere è efficace. Storia del male oscuro di Greenberg cerca di dimostrare, in modo brillante ma senza alcuna prova, che la depressione non esiste, e che si tratta di una risposta salutare a un mondo malato. Negli ultimi anni Bollati Boringhieri si è peraltro lanciata in una campagna di traduzione sistematica dei libri che peggio dicono sul ruolo dell’industria farmaceutica nella commercializzazione della depressione come malattia (per esempio, il faziosissimo libro di Philippe Pignarre, L’industria della depressione, 2010).
Alcuni libri più interessanti e orientati verso approcci pragmatici e più sensati, ci si è guardati bene dal tradurli. Per esempio The loss of sadness. How psychiatry transformed normal sorrow into depressive disorders (Oxford University Press, 2007), in cui Jerome Wakefield e Allan Horwitz dimostrano che la definizione di depressione ha effettivamente ampliato il suo campo semantico. Non ci si poteva aspettare, dato il compiacimento che circola tra gli intellettuali italiani per il dolore psichico, che venisse tradotto l’altro libro di Kramer, Against Depression (Viking 2005). Ma almeno quello che è uno dei migliori libri, anche letterariamente, sulla depressione: The noonday demon: an atlas of depression (Scribner 2001), dello scrittore Andrew Solomon. Partendo dalla propria esperienza, Solomon traccia una storia culturale toccante e istruttiva della depressione clinica. Arrivando alla condivisibile conclusione che la depressione è una malattia come il cancro o la polmonite. Se ognuno può dire sulla depressione quello che gli passa per la testa, senza documentarsi o farsi degli scrupoli morali, mentre sull’infarto del miocardio ci si sta più attenti, è perché la psichiatria, rispetto alle altre branche della medicina, rimane a uno stadio scientificamente molto immaturo. Del resto, ha a che fare con disfunzioni del cervello umano, che è il sistema più complesso che conosciamo. È facile sparare sul Dsm. Ma non credo sia preferibile l’anarchia completa, cioè lasciare che ogni psichiatra si inventi la sua diagnosi e la sua terapia. Cosa che un po’ comunque succede. La storia della medicina mostra, peraltro, che tutte le specialità mediche sono progredite organizzando sempre meglio le osservazioni empiriche, in attesa di disporre di conoscenze biologiche più affidabili. E le neuroscienze progrediscono in modo formidabile. Anche la questione dell’efficacia dei trattamenti non è del tutto chiara. Si pubblicano studi clinici che dimostrano l’efficacia di questo o quel farmaco, ovvero di questa o quella psicoterapia. Ma anche metanalisi da cui risulta che gli stessi trattamenti non sono più efficaci del placebo. Però, come insegnano le ricerche di Fabrizio Benedetti, dire placebo non significa dire "niente". Il placebo si può considerare uno standard di autocura con precise basi fisiologiche, mediato dall’interazione con un medico. E, probabilmente, gli effetti placebo giocano nel trattamento dei disturbi dell’umore un ruolo più importante che in altri ambiti della terapia medica.