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 2011  dicembre 04 Domenica calendario

NELLA TERRA I SOLDI SONO AL SICURO


«Basta che fallisca un paio di banche americane e l’oro torna a salire», ci confessava giorni or sono un analista delle commodity che di solito non ne sbaglia una. E se non dovesse accedere? Se non fallisse alcuna banca, gli abbiamo chiesto? «Semplice: l’oro continuerà a scendere... Soprattutto se nel frattempo la pressione sulle Borse e sui debiti sovrani dovesse allentarsi progressivamente». Dunque il metallo giallo rischia di confermarsi – come negli ultimi mesi – un investimento fortemente volatile e rischioso. Roba da cuori forti, da esperti, insomma. Così la falange di risparmiatori in cerca di una soluzione sicura dove parcheggiare i propri sudati quattrini ha una carta in meno da giocare. Certo, ci sono l’arte, i mobili d’epoca e magari i gioielli. I dipinti degli autori della seconda metà del Novecento, come ha dimostrato il rapporto sul mercato dei beni artistici appena pubblicato da Nomisma si sono rivelati un buon affare. Ma vendere un’opera d’arte è sempre maledettamente più complesso che acquistarla. Soprattutto se i quattrini servono subito.
Il mattone ha finito da un pezzo di rappresentare un investimento sicuro e a prova di crisi. Dopo la bolla di inizio anni Novanta e la flessione di questi mesi gli immobili hanno perso molto dell’appeal tradizionale verso piccoli investitori e risparmiatori.
Così resta ben poco. Praticamente, fra i beni d’investimento teoricamente alla portata di tutti, rimangono solo i terreni agricoli. Lo segnala fra gli altri Nicola Borzi su Plus, il settimanale del sabato de «Il Sole 24 Ore» che li definisce letteralmente «a prova di default».
Su un arco temporale di 5 anni l’oro ha fatto segnare un rialzo del 165%, me nel giro di pochi mesi, a cavallo tra primavera ed estate, ha poi ceduto il 25%. Andamenti caratteristici di un bene in piena bolla speculativa. Sulla stessa distanza l’indice delle Borse mondiali ha addirittura perso l’8,3% e alcuni titoli (molti fra i bancari, ad esempio) hanno lasciato sul terreno la metà del valore.
Nel medesimo tempo i terreni agricoli hanno fatto “guadagnare” a chi li possiede circa il 6%. Ma la forza dell’investimento fondiario non sta nella sua redditività e breve-medio termine, quanto nella capacità di crescere costantemente nel lungo periodo. È il classico investimento anticiclico: sui mercati finanziari può verificarsi la più rovinosa delle tempeste, addirittura un vero e proprio “big one” (il terremoto più distruttivo di tutti che si aspettano in California) ma loro, imperterriti, continuano a guadagnare valore. Secondo l’Inea (l’Istituto nazionale di economia agraria) dal 1992 a oggi, fatto 100 quel che valevano nel 2000, sono passati da poco più di 75 a oltre 120.
Nell’ultimo anno, complice un mercato con scambi rarefatti, le quotazioni medie si sono alzate appena dello 0,8%. Oggi, in media, per un ettaro di terreno coltivabile si pagano 18.400 euro. «Dietro il valore medio», spiegano alla Coldiretti, «si nasconde però una forte variabilità con valori che partono dai mille euro all’ettaro per i pascoli della provincia di Catanzaro per arrivare addirittura a 500 mila o addirittura a un milione di euro per un ettaro di vigneto nelle zone di produzione più celebri, dalla Toscana al Trentino Alto Adige».
Colture a parte incide molto anche la collocazione geografica. I terreni del Nord hanno valori medi più che doppi rispetto a quelli del Mezzogiorno. Allo stesso modo quelli di pianura sono valutati circa tre volte più di quelli di montagna.
I raffronti con alcuni Paesi europei riservano non poche sorprese. La terra in Italia costa più che in Germania e in Francia, ma meno che in Danimarca e Olanda. La più conveniente è sicuramente quella francese che si paga 6 mila euro l’ettaro.
Ma con l’arrivo sul mercato dei 338 mila ettari di terreni pubblici che la legge di Stabilità prevede di cedere ai privati qualche contraccolpo sulle quotazioni potrebbe esserci. Ma comunque di entità molto limitata. Il mercato fondiario, come dicono gli esperti, ha scambi molto rarefatti, quindi non è pensabile che si verifichi un crollo, pur in presenza della maxiprivatizzazione.

Attilio Barbieri