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 2011  dicembre 04 Domenica calendario

L’AMERICA CI HA FREGATO ANCORA HA FATTO PAGARE LA CRISI A NOI


I complotti pullulano. Chi ha generato tutta questa crisi? Com’è possibile che lo spread fra titoli italiani e tedeschi era a 100 a maggio e a novembre è schizzato a 600? In realtà non è cambiato niente a livello macroeconomico... Bella domanda: c’è chi dà la colpa ai soliti ebrei, alle logge che governano il mondo nell’oscurità, alla Trilaterale di cui Mario Monti è un alto rappresentante o alla ormai mitica Goldman Sachs. In realtà l’unico motore che muove il mondo – come sempre – è il dio denaro. E come dicevano i romani “mors tua, vita mea”. Per cavarsela gli Stati Uniti hanno scaricato tutto su altri.
La bolla immobiliare scoppiata negli Usa nel 2007-2008 (culminata con i fallimenti di Lehman e altre decine di istituti a stelle e strisce) è stata tamponata a colpi di dollari. Pare 7.700 miliardi di biglietti verdi, usciti dalle casse della Federal Reserve in accordo con la Casa Bianca e le sei “sorelle”, cioè le principali banche d’affari, dove tutto è nato (i guai finanziari) e tutto finirà. Proprio i super manager hanno beneficiato di quasi metà di quei quasi 8 trilioni di dollari per rimettersi in sesto, far ripartire l’economia e passare la patata bollente a chi? Europa e Cina in primis. In modo da prendere due piccioni con una fava: indebolire l’euro per riportare in auge la divisa americana ed esportare di più, ingabbiare la tigre di Pechino che alzava un po’ troppo la cresta (visto che possiede un quarto delle obbligazioni Usa).
L’America è forte perché è compatta, unita, determinata a non perdere la leadership mondiale e a non impoverirsi. Quando c’è un problema marciano divisi, ma colpiscono uniti con l’arma che hanno messo a disposizione le istituzioni: i soldi. E così Goldman & C. hanno preso di mira il Vecchio Continente, fabbricando Cds – cioè derivati che assicurano gli investitori dall’insolvenza degli Stati. Sembra che i padroni di Wall Street abbiamo creato Cds per un controvalore di 5000 miliardi di dollari. È ovvio dunque che bisognasse gettar ombre sull’eurozona, in particolare sui Paesi più indebitati. A completare il quadro ci hanno pensato le agenzie di rating, in teoria indipendenti ma in realtà controllate dai grandi manovratori della Borsa di Zio Sam: tagliati i rating, peggiorati gli overlook (le previsioni). Risultato: tempesta perfetta su mercati azionari e obbligazionari del Vecchio Continente. Certo, l’Europa ci ha messo tanto del suo: in due anni Merkel e Sarkozy non sono ancora riusciti a risolvere il caso greco, l’unico esempio di truffa (hanno truccato i conti pubblici). Per ripulirsi la coscienza Angela e Nicolas hanno punito prima l’Irlanda, le cui banche erano veramente messe male nel portafoglio, poi il Portogallo fino ad arrivare a maltrattare Spagna e Italia. Un atteggiamento che ha fatto il gioco degli americani, che ora premono su Merkozy ormai trattati come alleati di serie B. Per questo non ridono più e, forse, il 9 dicembre si decideranno a mettere al riparo l’Europa dalla speculazione. Il rischio infatti non è la fine dell’euro – come sostengono a ogni ora media, agenzie e banche americane per creare sfiducia – ma il sacco dell’Europa: gli americani, come i Lanzichenecchi nel 1529, si porterebbero via tutto il buono che troverebbero al di qua dell’Atlantico. A cominciare dall’Italia, che vanta un debito privato basso e una propensione al risparmio alta: insomma una super boccata d’ossigeno per banchieri sempre affamati di liquidità.
L’attacco americano ha danneggiato, come dicevamo, anche la Cina. sì, perché la crisi europea ha frenato di molto le esportazioni, inoltre il rafforzamento del dollaro ai danni della nostra moneta unica ha, a sua volta, impreziosito lo yuan (legato a cambio fisso al biglietto verde). La conseguenza? Chiuse parecchie fabbriche, aumento dell’inflazione e crollo dei pochi consumi. Crisi. E l’America? Tre dati. 1) L’indice Ism sull’attività manifatturiera è salito a novembre a 52,7 punti, in aumento dai 50,8 punti di ottobre. In crescita da 28 mesi consecutivi. Da tenere presente che ogni lettura sopra i 50 punti indica un’espansione del settore. 2) Sempre il mese scorso il tasso di disoccupazione è sceso all’8,6%, il livello più basso da due anni e mezzo. 3) Secondo il Department of Commerce i profitti delle società Usa non smettono di stupire, al punto da essere arrivate ai livelli più alti dal 1947, cioè da quando esistono le rilevazioni trimestrali.
Dunque chi sta meglio dopo lo scoppio della bolla immobiliare? Noi o Washington? L’America però non potrà dormire sugli allori. Con questa crisi ci sono i ricchi sceicchi in agguato, che hanno preso di mire le banche europee in difficoltà. La guerra dell’Opa sta forse per cominciare: quando scatterà, sarà la fine della tempesta.

Giuliano Zulin