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 2011  dicembre 04 Domenica calendario

LA CINA È PEGGIO DELLA GRECIA


C’è una spiegazione alla decisione a sorpresa della Banca centrale, che il 30 novembre ha ridotto dello 0,5% il tasso d’interesse. Ed è che l’economia cinese «è sull’orlo della bancarotta» e ogni provincia del Paese «ha i conti simili a quelli della Grecia». L’ammissione è di Larry Lang, titolare della cattedra di Studi finanziari all’Università di Hong Kong e noto opinionista della televisione nazionale della Cina continentale.
Come riporta Asianews.it, l’accademico ha tenuto una lunga lezione a porte chiuse nella città di Shenyang, nella provincia settentrionale del Liaoning, avvertendo i presenti che «secondo il sistema politico vigente nel Paese non possiamo dirlo». Perciò aveva proibito ogni ripresa della sua lezione. Inutilmente, perché un audio è stato reperito e messo su Youtube da alcuni dei presenti. Secondo la traduzione fatta dall’Epoch Times, il professore traccia un quadro catastrofico del gigante asiatico, citando i cinque motivi alla base della possibile bancarotta del sistema cinese.
Il primo motivo è che il debito del regime è di circa 36 mila miliardi di yuan, pari a oltre 5 mila miliardi di dollari. Questo risultato si ottiene aggiungendo al debito dei governi locali – fra i 16 e i 19.500 miliardi – quello delle imprese statali, che si aggira intorno ai 16 mila miliardi di yuan. E «con gli interessi che crescono, pari a 2 mila miliardi l’anno, le cose peggioreranno molto presto».
Al secondo punto c’è l’inflazione, fissata dal regime al 6,2%, ma in realtà intorno al 16%. Un divario che spiegherebbe il motivo delle centinaia di migliaia di proteste sociali connesse al costo della vita che ogni anno avvengono in Cina e i timori della Banca centrale del popolo, che sta riducendo il volume di liquidità immesso nel circuito economico cinese.
Al terzo punto c’è lo squilibrio fra produzione industriale e consumo interno. Il cinese medio, ha spiegato il professore, consuma soltanto il 30% dei prodotti dell’attività economica interna: in questo modo non si può sviluppare un mercato interno e aumentano i prezzi al consumo. Secondo Lang il nuovo crollo del tasso di produzione industriale – al record negativo di 50,7 – è il segnale della recessione in corso in Cina.
Al quarto punto ci sono gli indicatori di produzione: il tasso di crescita del prodotto interno lordo, che per Pechino si aggira quest’anno intorno al 9%, è falso e sarebbe in realtà in seria diminuzione. Questo spiegherebbe perché moltissime aziende del settore privato – che secondo alcuni studi garantiscono il 70% totale del pil – sono state costrette a chiudere negli ultimi due anni scatenando un’ondata di disoccupazione. All’ultimo punto c’è la pressione fiscale, che secondo Lang è fra le più alte al mondo: per l’industria (contando imposte dirette e indirette) le tasse arrivano al 70% dei guadagni totali. Per il privato, il cuneo fiscale è arrivato al 51,6%. Il professore, chiudendo la lezione, ha detto: «Appena lo tsunami economico inizierà a colpire la Cina, il regime perderà la sua credibilità e il nostro Paese diverrà uno dei più poveri al mondo».
Un declino inarrestabile, anche secondo alcuni demografi come Jean-Claude Chesnais, secondo il quale in Cina mancano all’appello almeno 32 milioni di donne. Sono le vittime degli aborti selettivi, conseguenza della “politica del figlio unico” che dal 1979 ha impedito almeno 300 milioni di nascite. E a sua volta sta producendo effetti demografici devastanti. La prevalenza di maschi, passati indenni attraverso le forche caudine della diagnosi prenatale, ma che rimarranno scapoli, è forse il più importante fattore di declino della Cina. L’Accademia delle Scienze di Pechino l’aveva previsto nel 2007: quando il tasso di fertilità calerà, la crescita cinese potrebbe ridursi sensibilmente a partire dal 2010, perché verrà a mancare la manodopera a basso costo.

A. M.