Franco Venturini, Corriere della Sera 03/12/2011, 3 dicembre 2011
LA CLASSE MEDIA E I GIOVANI DELUSI DAL «DURO» DEL KGB
La Piazza Rossa non è Piazza Tahrir. Non è prevedibile, nella Russia di oggi, una rivolta di popolo come quella che in Egitto ha abbattuto Hosni Mubarak. Eppure Vladimir Putin, zar autodesignato che i russi incoroneranno nel marzo 2012, sbaglierebbe a trascurare i segnali di inquietudine che una società in movimento fa giungere fin sotto le mura del Cremlino.
In queste ore di vigilia (per le legislative si voterà domenica) a Mosca si respira un clima da spartiacque, come se una rotta di collisione tra potere e cittadini si fosse già innescata pur essendo ancora lontana dallo scontro frontale. «Sembra di assistere a un pericoloso tiro alla fune — dice il sociologo Oleg Ryzhkov — perché la società russa si è fatta molto più articolata ed evoluisce verso nuove richieste di rappresentanza politica. Mentre la Nomenklatura le risponde con un balzo all’indietro, con la riproposizione di Putin forse fino al 2024. Un giorno la corda potrebbe spezzarsi».
L’analisi è perfetta a una condizione: quella di non perdere di vista il consenso ancora ampio che Putin conserva nella Russia di oggi, anche senza quei brogli di vario genere che secondo molti dovrebbero «aggiustare» i risultati di domenica. Nei precedenti mandati, Putin ha ricostruito a modo suo uno Stato russo che Eltsin e gli oligarchi prima maniera avevano ridotto a burletta; da uomo del Kgb ha riportato gli interessi nazionali della Russia sulla scena internazionale; da uomo fortunato ha trasformato i proventi energetici in crescita arricchendo strati sociali man mano sempre meno ristretti; e quando è venuta la crisi, quando la Russia è precipitata in una crescita negativa del 10 per cento, lui era premier e ha potuto nascondersi dietro il suo delegato Medvedev. Per noi, naturalmente, Putin è stato anche il massacratore della Cecenia, colui che ha usato i gasdotti come arma, colui che ha concesso poco o nulla al nostro concetto di libertà. Ma questo per la stragrande maggioranza dei russi non contava, anzi lo rafforzava nel gradito ruolo di uomo forte al timone. Non contavano la sua autoritaria «verticale del potere», o la «democrazia sovrana» elaborata dall’ideologo Vladislav Surkov e tanto diversa dalla nostra. Andavano bene, o quasi, una magistratura asservita al potere politico, il controllo totale della televisione e quello appena più permissivo degli altri mezzi d’informazione, la repressione di ogni minima forma di dissenso, i delitti rimasti avvolti nel mistero (Politkovskaja in testa), la massiccia presenza dello Stato nell’economia. Tutto passava in secondo piano, davanti al successo del grande scambio: tu ci dai stabilità e miglioramento del livello di vita, noi ti diamo silenzio e voti.
Bisogna obbligatoriamente partire da questa Russia recente e in parte ancora vera, per riuscire a capire cosa e quanto sta cambiando. Per misurare se davvero rischia di spezzarsi, quella corda. E la prima cosa che salta agli occhi, la prova provata della assoluta non comprensione di Putin verso le nuove tendenze che affiorano nella società, la si rintraccia come spesso accade nella cronaca dei fatti. Quando il 24 settembre scorso Medvedev annuncia la ricandidatura di Putin al suo posto, tutti vedono che la cosa puzza di restaurazione, che molti non gradiranno. Ma la vera bomba arriva pochi giorni dopo, quando i due ammettono candidamente (e chissà se è vero) che l’accordo della staffetta era già stato preso quattro anni fa, quando Putin aveva piazzato Medvedev al Cremlino.
Presi in giro, derisi, disprezzati, ridotti a esecutori elettorali: la «confessione» fa sentire così tantissimi cittadini che non esitano a dirtelo, che si sentono profondamente offesi, o traditi se erano putiniani. Una gaffe da incomunicabilità o una provocazione da zar arrogante? Non lo sapremo mai, ma quel che colpisce è che il cerino acceso è caduto su una irrequietezza sociale altamente infiammabile.
Ci sono i giovani che votano per la prima volta, che non hanno vissuto il comunismo, nemmeno quello di Gorbaciov, e ai quali (non tutti) il partito quasi unico di Russia Unita non piace come non piace il suo capo (che peraltro domenica non è candidato). C’è, soprattutto, una classe media che negli anni è nata e si è allargata, che ha i suoi interessi e non vuole sottostare a una burocrazia corrotta, che non vede nel «vecchio» Putin l’uomo in grado di portarle ulteriore progresso economico. Ci sono i russi che non soltanto vogliono benessere, ma sono anche stufi di vivere bendati e di essere trattati come bambini indisciplinati, che pretendono di avere accesso all’informazione, che odiano i canali televisivi ufficiali. Insomma, ha ragione Ryzhkov: una parte, una parte almeno della società russa è più complessa di prima, anche di quattro anni fa, ed esige di essere trattata diversamente. Per non parlare dei tribunali che non offrono garanzie. Delle forze dell’ordine che non danno sicurezza. Dei poco amati siloviki (uomini provenienti dai servizi, come Putin) che si sono infiltrati ovunque diventando miliardari. E dei nuovi oligarchi, appunto, che esistono e prosperano a condizione di non dare fastidio al manovratore mentre Khodorkovsky invecchia in carcere.
La domanda, a questo punto è obbligatoria: la divaricazione tra restaurazione politica e cambiamento sociale proseguirà e si aggraverà? In assenza di un Putin diverso e inedito la risposta è sì, perché dalla parte degli innovatori (peraltro incapaci di costituirsi in movimento politico unitario) c’è un’arma potentissima: Internet. Riassumiamo fatti noti. Gli internauti russi sono i più numerosi d’Europa. Tra loro sono spuntati contestatori senza peli sulla lingua (il più conosciuto è Alexey Navalny) che fanno a pezzi le bugie del Palazzo, mostrano filmati rivelatori, denunciano imbrogli e brogli, insomma rompono il monopolio putiniano dell’informazione, incitano alla protesta libertaria e fanno tremare le stanze dei bottoni. Il «sistema» ha cercato in questi giorni di colpire duramente gli indignados del web, ma la Cina insegna che non si tratta di una operazione facile. E Putin non vuole arrivare alla Cina, per non parlare dell’Iran. Allora, che farà? Accetterà una dose maggiore di democrazia spontanea, o alla fine la schiaccerà? Da questa risposta oggi non prevedibile dipende, per tornare a Ryzhkov, un grande passo verso la rottura della corda.
Intanto le «risorse amministrative» lavorano come al solito. Ogni governatore invita a votare Russia Unita, lo dice ai manager, i manager lo dicono agli operai, le scuole fanno presente ai genitori che votare bene sarà utile ai figli, il tam tam di Stato ricorda che per essere ricompensati è utile fotografare con il cellulare la scheda compilata. Caso mai qualcuno chiedesse la prova…
Malgrado tutto ciò, malgrado i partiti rivali non ammessi, malgrado la man bassa sulla pubblicità elettorale, malgrado il consenso genuino, il partito di Putin perderà forse domenica la maggioranza dei due terzi alla Duma. E i comunisti beneficeranno del voto di protesta. Ma la posta in gioco va ben oltre. «La guardia è stanca», ha scherzato l’altro giorno Putin accostando se stesso al marinaio bolscevico che nel 1918 liquidò con queste parole l’Assemblea costituente postrivoluzionaria. Il presidente in pectore gioca col fuoco, perché la vera posta, nella Russia di oggi, è proprio di sapere se e quando qualcuno dirà che «la società è stanca».
Franco Venturini