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 2011  dicembre 03 Sabato calendario

SOLO LA CRISI CI PUÒ SALVARE DALL’ARTE PACCOTTIGLIA


C’è la mucca fatta a pezzi e messa in vetrine piene di formaldeide. C’è l’orgasmo di Cicciolina trasformato in scultura di ceramica. C’è un crocifisso messo a bagno nell’urina. C’è una testa scolpita nel sangue raggrumato del suo autore. Ci sono i bambini impiccati a un albero come fossero angeli. Ci sono sculture con peli ed escrementi umani. L’arte contemporanea, se raccontata attraverso i suoi soggetti, sembra una trama horror o un festival del cattivo gusto. Ricordate la vecchia definizione di belle arti? Ebbene, scordatevela. Perché arte e bellezza sembrerebbero due categorie in rotta di collisione. Un binomio che appartiene al passato. Ma se la bellezza s’è persa per strada, non così è accaduto per il business. La rincorsa alle nefandezze scatena continui soprassalti del mercato, con quotazioni ai limiti del delirio.
Ai maestri del repellente, non fa nessuna repulsione il denaro. Gli artisti «stercorari», come li ha definiti Jean Clair nel suo ultimo durissimo pamphlet (L’inverno della cultura, Skira, 16 euro), si trovano perfettamente a loro agio negli ambienti compassati ed eleganti dove le loro opere vengono battute a suon di milioni di dollari. È una storia ben nota, perché gestita con grande abilità mediatica. Non a caso è una storia che prende il via quando uno dei più grandi guru della pubblicità mondiale, Charles Saatchi, nei primi anni 90 decide di iniziare un’altra vita: quella di collezionista, talent scout e mercante. (...).
Lancia i vari Damien Hirst, Marc Quinn, Tracey Emin, Chris Ofili. Sono gli eroi del Young British Artists. Nel 1997, con un’operazione che rivela tutto il suo talento mediatico, Saatchi li presenta in una sede storica e solenne: la Royal Academy. Il titolo della mostra dice tutto: Sensation. L’effetto è travolgente. (...).
Al centro del sistema c’è una figura di artista del tutto inedita: volgare e dissoluto quando produce le sue opere, ma inappuntabile ed esigente come un trader quando si tratta di seguire i propri affari. (...). Charles Saatchi ha raccontato la sua avventura di collezionista in un libro che ha un titolo emblematico: Mi chiamo Charles Saatchi e sono un artolico. Cioè un alcolizzato dell’arte.
In effetti, quella per l’arte contemporanea sembra una vera ubriacatura da parte di una classe sociale costituita da nababbi sbucati dal nulla, di cui il tycoon russo Roman Abramovic, collezionista quasi bulimico, è un po’ l’emblema. Jean Clair è impetuoso nei loro confronti. «Una strana oligarchia finanziaria mondializzata, comprendente due o tre grandi gallerie parigine e newyorkesi, due o tre case d’aste e due o tre istituzioni pubbliche. Una microsocietà di pretesi conoscitori che ha sostituito la vecchia borghesia ricca e raffinata ma soprattutto colta». In questa grande giostra mediatica, abilmente condita di oltranzismo provocatorio e di quotazioni a sei o anche a sette zeri, il valore dell’opera ha assunto un connotato del tutto nuovo: il valore è soltanto il prezzo.
E Saatchi anche in questo ha fatto da apripista, dimostrandosi maestro nel vendere le opere da lui lanciate al massimo del successo, per poi ricominciare sempre con nuovi artisti. Il problema è di chi resta ultimo con l’opera tra le mani e i prezzi, cioè il valore, che inizia la sua inarrestabile parabola discendente. Ma questa è la parte della storia su cui cala sempre il silenzio mediatico, nel timore che il grande mito si sgonfi. In realtà la crisi sembra aver messo qualche granello di sabbia nello scintillante meccanismo dell’arte contemporanea. Una star del sistema come Jeff Koons per la prima volta il mese scorso ha visto una sua opera storica, una scultura di porcellana datata 1988, andare sotto i minimi d’asta. Le valutazioni sono sempre stratosferiche (16,9 milioni di dollari), ma il trend è decisamente discendente. È presto per dire che il giochino si sia rotto. Nel frattempo, quel che rischia davvero di diventare un grande problema è la conservazione di queste opere, quasi sempre di dimensioni fuori dalla norma, realizzate spesso con materiali di cui nessuno sa le possibili trasformazioni. (...).
L’arte contemporanea, avendo rotto gli argini di ogni disciplina e di ogni regola, è oltretutto diventata estremamente prolifica. La produzione straborda dai depositi, e anche per i musei che hanno deciso di cavalcare l’onda il problema si fa serio.

Giuseppe Frangi