Alessandro Barbero, La Stampa 4/12/2011, 4 dicembre 2011
Le invasioni barbariche sono fra i temi preferiti della pittura pompier dell’Ottocento. L’iconografia prevede poche varianti fondamentali: torme di barbari urlanti, coperti di ferine pellicce, galoppano fra i templi e i monumenti, impugnando le fiaccole con cui tra poco ridurranno in cenere la civiltà
Le invasioni barbariche sono fra i temi preferiti della pittura pompier dell’Ottocento. L’iconografia prevede poche varianti fondamentali: torme di barbari urlanti, coperti di ferine pellicce, galoppano fra i templi e i monumenti, impugnando le fiaccole con cui tra poco ridurranno in cenere la civiltà. In alternativa il capo barbaro, un ghigno soddisfatto che spunta tra i baffoni incolti, spalanca la porta dell’harem del palazzo imperiale, dove lo attendono schiave e concubine tremanti. I barbari, era una certezza, avevano distrutto Roma perché odiavano la civiltà, e quindi l’avevano fatto apposta: nel 1890 Joseph-Noël Sylvestre rappresentò il sacco di Roma da parte dei Goti, nel 410, immaginando barbari nudi intenti ad annodare una corda intorno al collo d’una statua, per poi trascinarla rovinosamente a terra. Si possono immaginare i brividi del colto pubblico della Belle Époque, che non temeva più invasioni di barbari, giacché in ogni angolo del mondo gli indigeni eran comandati a bacchetta dall’uomo bianco, ma i barbari cominciava a temere di averli in casa: scioperanti, anarchici, comunisti, tutti nemici, comunque, del benessere e della civiltà. Oggi, in verità, sappiamo che i barbari non volevano affatto distruggere la civiltà antica. Perché mai, altrimenti, avrebbero avuto così tanta voglia di venire a vivere nell’impero romano? Anche loro volevano abitare nei palazzi, assistere ai giochi del circo, aver l’acqua in casa grazie agli acquedotti, trovare al mercato tutte le merci del mondo. I loro antenati c’erano riusciti attraverso duri sacrifici, venendo a lavorare nell’impero da umili immigrati; molti avevano avuto successo, erano diventati ufficiali dell’esercito, e i loro figli erano saliti in quella società aperta e multietnica fino a diventare generali e ministri. Dalla fine del IV secolo, però, il meccanismo s’incrinò. Certi errori del governo imperiale nel gestire i flussi di immigrazione fecero sì che il problema sfuggisse di mano, e che i barbari, sempre più numerosi, venissero a stabilirsi nell’impero senza obbedire alle regole, anzi pretendendo di comandare: è questo l’inizio delle invasioni barbariche. L’ironia della storia sta nel fatto che quando i barbari si furono trasferiti in massa, e da padroni, sul suolo romano, tutte le meravigliose infrastrutture che li avevano attirati cominciarono a funzionare sempre peggio, e alla lunga andarono fuori uso. Ci volle molto più tempo di quello che c’immaginiamo, perché, ripetiamolo, non lo fecero apposta: per secoli i re barbari continuarono a organizzare i giochi del circo, a pagare gli ingegneri che facevano funzionare gli acquedotti, a spendere per la manutenzione delle strade, mentre capi e capetti s’installavano nelle lussuose ville di campagna, dotate di terme e mosaici. Ma di soldi ce n’erano sempre meno, adesso che l’onnipotente governo centrale dell’impero era stato sostituito da tanti piccoli re; i mercanti dell’Oriente non si spingevano più volentieri in luoghi diventati pericolosi; il knowhow si perdeva, la qualità dei tecnici peggiorava, le riparazioni non riuscivano, il denaro circolava di meno e la gente preferiva seppellirlo sotto terra, i mercati si svuotavano, le scuole chiudevano, e benché nessuno l’avesse voluto la prosperità antica divenne solo un ricordo. Bisognerà dunque rinunciare ai barbari urlanti e alle loro fiaccole, o meglio limitare l’immagine a casi specifici ed enormi, come la distruzione di Aquileia da parte degli Unni di Attila. E dovremmo esserne contenti, perché quegli Unni si sono poi perduti nelle pieghe della storia e di loro non si è più saputo niente, mentre da quei Goti, Franchi, Longobardi che invasero l’impero discendiamo, almeno un po’, noi Europei dell’Occidente. Sarà per questo che il dipinto di Jean-Noël Sylvestre, a vederlo oggi, fa un’impressione così curiosa? I barbari intenti alla loro impresa iconoclasta non ci suscitano più quella ripugnanza che dovevano suscitare un secolo fa; anzi, ci sembrano curiosamente familiari. Pare quasi di averla già vista, quella scena; di averla vista coi nostri occhi, e non in un museo, ma dal vero o quasi, su uno schermo televisivo; e di essere stati addirittura d’accordo. Ed è proprio così: basta riandare con la memoria all’entrata delle truppe americane a Baghdad, nell’aprile 2003, quando i soldati si arrampicarono sulla statua colossale di Saddam Hussein in piazza Firdaus, la legarono con una corda e poi la tirarono giù. La scena è la stessa, salvo il fatto che i barbari di Sylvestre sono nudi, mentre nella realtà sarebbero stati coperti da robuste armature, proprio come gli americani a Baghdad. L’altra differenza è che nel quadro pompier i barbari sono soli in una Roma spettrale, da cui gli abitanti sono scomparsi; mentre nelle riprese televisive una folla di iracheni assiste all’impresa, quasi a garantirne la legittimità democratica. Ma è poi davvero una folla? In certe scene sembra che sia proprio così; ma gli esperti, che le hanno studiate, garantiscono che c’era al massimo un centinaio di persone, abilmente riprese in modo da farle sembrare molte di più: «La messa in scena fotografica più plateale dopo Iwo-Jima». La differenza fra civiltà e barbarie, a quanto pare, è soprattutto questione di uffici-stampa.