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 2011  dicembre 04 Domenica calendario

Roma era un bel po´ di tempo che non si vedeva una diva così nel mondo della danza, adorata da gruppi di devoti fan, oggetto di venerazione per schiere di ragazzine, guardata con incanto dal pubblico, contesa dai teatri internazionali

Roma era un bel po´ di tempo che non si vedeva una diva così nel mondo della danza, adorata da gruppi di devoti fan, oggetto di venerazione per schiere di ragazzine, guardata con incanto dal pubblico, contesa dai teatri internazionali. Svetlana Zakharova, ucraina, la più grande artista del balletto mondiale, étoile al Bolshoi di Mosca, étoile ospite alla Scala di Milano, Artista Emerita della Russia, cancella ogni traccia di divismo fuori dal palcoscenico. Entra nel salottino al secondo piano del Teatro dell´Opera di Roma - dove solo un paio di mesi fa è stata applaudita in un´edizione sfolgorante de La Bayadère di Minkus - e non cammina con la leziosità che le ballerine classiche spesso mantengono nella vita quotidiana. È una ragazza di trentadue anni, in jeans e maglioncino grigio, alta, sottile, i capelli neri sciolti sulle spalle, senza un filo di trucco e il celebre corpo - capace di esprimere tenerissimi amori e struggenti solitudini, come nell´indimenticabile Odile del trionfale Lago dei cigni, nella piccola Masha de Lo schiaccianoci, nella bella Giselle o nella seduttiva amante de L´histoire de Manon - leggero come un velo di organza. Pallida, timida, si siede in un angolo del divanetto ottocentesco. La schiena dritta, simpatica e sfuggente, a tratti dura, innanzitutto con se stessa: «Se il risultato di quello che faccio piace alla gente ed è un ideale per tutti i ballerini giovani, ne sono felice - dice parlando in russo perché con l´inglese non riesce a raccontarsi - Ma quando ballo non penso al successo. Sono molto critica con me stessa, non mi sento mai, neanche per un momento, un´artista eccezionale». Eppure in quattordici anni cinquantaquattro spettacoli di cui una trentina da artista ospite, sono una cosa eccezionale. Collegi, scuole, insegnanti materne e severe, concorsi, e poi tanta disciplina, la disciplina tremenda delle lezioni e degli allenamenti, una prigione da cui non si scappa. «E pensare che da piccola non sognavo di diventare una ballerina. Quando a dieci anni mi sono iscritta alla scuola di ballo di Kiev, era perché lo voleva mia mamma. Io ho obbedito. Ricordo che c´erano tanti bambini, mi sembravano tutti bravi, sicuramente più di me e tutti con la voglia di vincere. C´era chi faceva quella selezione anche per la terza volta. Non pensavo di riuscire a entrare. E invece mi presero. Mi sentii per la prima volta molto importante», racconta. «Mi trasferii a Kiev da sola. Seguivo le lezioni, mi allenavo, tutto mi veniva naturale. Lo dicevo al telefono a mia madre e lei mi rispondeva: "Vai avanti, sembra facile ma devi studiare se vuoi imparare e se vuoi che la scuola ti sia utile"». La vita di Svetlana sembra un romanzo ottocentesco che racconta una storia di fatiche e vittorie, di severità e conquiste. «Mi alleno regolarmente cinque-sei ore al giorno. Quando c´è spettacolo lavoro tutta la giornata, senza orario. La fatica spesso è terribile, la stanchezza sembra non abbandonarti mai. Ma si va avanti. L´ho imparato fin da bambina. Non sono mai stata una ragazzina dal fisico forte, mi sono dovuta abituare alla disciplina, agli allenamenti. È stato difficile, ho dovuto forzare il mio corpo alle regole della danza. Ma ho avuto il sostegno di mia madre e soprattutto delle mie insegnanti». Nomi di peso nel balletto, Olga Moiseyeva, Ludmilla Semenyaka che ancora oggi la segue al Bolshoi da ex grande ballerina di quel teatro e che ha aiutato Svetlana a cambiare stile, a trovare nuovi ruoli. Per fare carriera bisogna camminare sulle proprie gambe e Svetlana ha corso, bruciando le tappe. Nel ´95 partecipa alla International Young Dancer´s Competiton, ha solo sedici anni, arriva seconda. È così brava che la celebre accademia Agrippina Vaganova di San Pietroburgo la chiama: per età ed esperienza dovrebbe frequentare il secondo corso e invece viene messa al terzo, la classe del diploma. «Essere presi all´istituto Vaganova voleva dire essere al top della danza. Io ero la più piccola di tutti gli allievi. Sentivo che dovevo imparare tutto. Ancora una volta mi sono messa sotto e ho lavorato». Ottiene il diploma a diciott´anni e stavolta a contattarla è il prestigioso Teatro Mariinskij: senza nemmeno farla passare per il corpo di ballo come vorrebbe la consueta trafila, Svetlana a quell´età viene messa nei ruoli di protagonista. Giselle, Aurora ne La bella addormentata, Sherazade… «Come cambiò la mia vita! Innanzitutto ci trasferimmo a San Pietroburgo, mia madre e io. Per me fu uno shock. Ma ancora oggi dico grazie agli insegnanti. Sono onorata che le più grandi ballerine del Mariinskij siano state mie insegnanti. La loro per me è stata una lezione di vita. Il Bolshoi? Certo ci sono affezionata, è il teatro dove ho costruito il mio stile, ma il Mariinskij fa parte della mia formazione. Al Bolshoi ci arrivai nel 2003: era la quarta volta che mi chiamavano, fino a quel momento avevo sempre detto di no perché stavo bene a San Pietroburgo. Solo in quel momento mi sono detta: ok, adesso è ora di cambiare». Partita dalla cima è rimasta sempre in vetta. C´è chi dice che più della tecnica, la vera dote di Svetlana sia naturale: il suo corpo. Per essere una ballerina è alta (1,70) ma trovare le sue proporzioni è raro: testa piccola, ossa minute, collo del piede giusto e gambe lunghe con doti di estensione straordinarie e capaci di una velocità di esecuzione rara. «Sì, so che c´è qualcosa di speciale nel mio fisico. Quando ero a scuola anche gli altri studenti lo vedevano. Io non me ne sono accorta subito. Anche perché per non fare differenze tra me e gli altri allievi, durante l´anno gli insegnanti mi davano gli stessi voti dei miei compagni, non ero una prima della classe. Ma a fine anno quando c´erano i saggi e arrivava la giuria esterna, i miei voti erano sempre i più alti e le note eccellenti». A febbraio tornerà in Italia, sarà alla Scala con Giselle e a maggio con Marguerite e Armand-Concerto Dsh di Ashton. Per tutto il 2012 non ha un momento libero: «La danza è tutta la mia vita: tutti i grandi classici li ho ballati, il Lago dei cigni l´ho fatto in nove versioni diverse. Il moderno? Ho ballato con Neumeier (Now and Then), Bojarskij (Young Lady and the Hooligan), Ratmansky, ma non molto altro perché continuo a preferire il classico». È stata membro della Duma dove ha lavorato a un progetto per i ragazzi «per costruire scuole, perché è importante creare strutture dove i giovani possano sperimentare e studiare in buone condizioni. E infondere la voglia di imparare come è successo a me. Se il balletto russo è conosciuto in tutto il mondo non è solo per l´eccellenza tecnica che si insegna nelle nostre scuole, ma perché ci si iscrivono tanti ragazze e ragazze: c´è una scelta amplissima ed è ovvio che questo permette anche di poter selezionare il meglio». Mai ribellata alla mamma? Alla disciplina? Alla fatica della danza? Per la prima volta Svetlana sbotta in una gran bella risata: «Ribellata? No mai - si schernisce davanti a una domanda che le deve apparire surreale - Ma confesso che il periodo più bello è stato quando ero incinta. Non solo perché tutti erano attorno a me, ma perché finalmente mi potevo riposare». Ma intanto si è già messa in testa che Anja, nata dal matrimonio con il celebre violinista Vadim Repin, diventerà ballerina. Vivono tutti e tre a Mosca: mamma e papà quasi sempre in tournée, la bambina affidata alle cure della nonna che si è trasferita nella capitale dall´Ucraina. «Anja ha solo otto mesi. È un po´ presto, ma sarebbe bello se ballasse. Ho chiesto a mio marito: "Ti piacerebbe che diventasse una violinista?" "Per carità", mi ha risposto lui. Bene, mi sono detta, a me invece farebbe piacere se diventesse una ballerina. Nonostante la fatica, vorrei che imparasse anche lei quello che ho imparato io. Quando ero alla scuola di Kiev una maestra bravissima ci diceva: quando ballate dovete pensare non solo a muovervi o alla tecnica o al bel gesto armonico. Per ballare ci vuole testa. Non si può essere stupidi. Ecco il segreto: la bravura di una ballerina non sta nella gambe, ma nella testa».