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 2011  dicembre 04 Domenica calendario

Le mie origini sono proletarie. E considerato l´ambiente che frequentavo, se fossi andato in giro a dire che sognavo di fare il regista cinematografico mi sarei preso un pugno sul naso

Le mie origini sono proletarie. E considerato l´ambiente che frequentavo, se fossi andato in giro a dire che sognavo di fare il regista cinematografico mi sarei preso un pugno sul naso. In realtà a scuola ero decisamente bravo a scrivere e a disegnare, e infatti la mia vera ambizione era di diventare uno scrittore. Ancora oggi mi ritengo uno scrittore prestato alla regia. E ancora oggi credo che sia la scrittura la parte più bella del mio lavoro. Mi sorprende sempre che ci siano registi che non scrivono, è una cosa che proprio non capisco. Stephen Frears, ad esempio, non scrive una sola parola: si limita ad aspettare la consegna della sceneggiatura finita. Io invece scrivo sempre, e faccio dei cambiamenti anche la sera prima di una ripresa. Quando scrivi, realizzi il film nella tua testa. Poi vai sul set e fai il film una seconda volta. Successivamente, durante il montaggio, lo fai una terza volta. Ed è qui, nella parte finale, che si trova un´altra delle fasi che amo del mio lavoro: è il missaggio del suono, quando tutte le immagini sono assemblate con il sonoro. È un momento bellissimo, perché tutto torna e per la prima volta vedi il tuo film. E poi ci sei solo tu, i tecnici del mix, i montatori: una mezza dozzina di persone. * * * Comunque sia e comunque sia andata, la verità è che sono stato molto fortunato se teniamo conto che venivo da Islington, nord di Londra. All´epoca c´erano le cosiddette grammar school e selezionavano un numero limitato di ragazzini poveri da mandare in ottime scuole. Io fui scelto, e quella fu la mia vera svolta. Dopo le superiori non andai all´università. Fui invece assunto da un´agenzia pubblicitaria. Facevo dei lavoretti semplici, come smistare la posta, ma i copywriter e l´art director mi davano sempre delle cose da fare. Mi chiedevano, ad esempio, di inventare in poco tempo lo slogan per un whisky e io li accontentavo. Finii per inventarne sempre di più e, alla fine, mi promossero a junior copywriter. Gli anni Sessanta a Londra furono un periodo rivoluzionario, tutto era in trasformazione. Soprattutto in ambito artistico e musicale. Accadde la stessa cosa in pubblicità e io ebbi la fortuna di trovarmici in mezzo. Il mondo della pubblicità era molto democratico: nessuno mi chiedeva quale università avessi frequentato, bastava che mostrassi quello che sapevo fare. Anche se ero giovanissimo, molti miei slogan ottennero un grande successo. Eravamo agli albori della pubblicità televisiva e ottenni un piccolo budget per fare degli esperimenti nella cantina dell´agenzia per la quale lavoravo. Io scrivevo la sceneggiatura degli spot, ma delle riprese e del suono si occupavano altri colleghi. Ero l´unico a non saper fare nulla di tecnico. Mi limitavo a dire: «Azione!». Ad un certo punto mi ritrovai a fare io il regista, e gli spot divennero sempre più ambiziosi. Così finii per pensare che forse avrei dovuto realizzare dei lungometraggi. * * * A seconda del Paese in cui vado, mi presentano come il regista di Fuga di mezzanotte oppure di Angel Heart, Saranno famosi, Mississippi Burning, Birdy. Tutti film uno diverso dall´altro. Ma è vero che apparentemente nella mia carriera molti sono stati film musicali. Dico apparentemente perché in realtà, secondo me, appartengono a generi diversi. Piccoli gangsters, per la sua struttura, è un musical hollywoodiano classico. È stato il mio film d´esordio ed è nato in auto, mentre portavamo i nostri quattro figli nella casa di campagna, nel Derbyshire, Inghilterra settentrionale. Da Londra era un viaggio lungo, i bambini stavano seduti dietro e io per intrattenerli raccontavo loro una storia intitolata Bugsy Malone. Il più grande, che aveva otto o nove anni, mi chiese se potessero essere loro i protagonisti. Fu così che mi venne in mente di fare un film soltanto con attori bambini. Era un´idea assurda, ridicola, una di quelle cose che fai solo se sei all´inizio della carriera. Francis Ford Coppola, che ama molto quel film, mi disse che è il tipico film diretto da un debuttante sprovveduto. E aveva ragione. Adesso non mi verrebbe mai in mente di imbarcarmi in un progetto del genere - tanto più che i musical in quel momento erano completamente fuori moda. Ciò detto devo confessare che è proprio un musical il mio film nel cassetto, quello che ho scritto e che non sono mai riuscito a produrre: si chiama Blood Brothers, ed è una delle cose migliori che ho fatto. * * * Saranno famosi è un film musicale per eccellenza. Ma dal mio punto di vista è semplicemente un film in cui io, da inglese, osservo la vita in America: e cosa c´è che sintetizza la vita in America meglio del mondo dello spettacolo? (Alla fine del film volevo uccidere tutto il cast. I ragazzi non erano granché simpatici. Del resto anche io con molti di loro sono stato davvero duro). Pink Floyd The Wall è stato invece il tentativo di raccontare una storia soltanto con la musica e con le immagini. E se The Commitments è stata l´esperienza più appassionante della mia vita, devo ammettere che The Wall è stata la più deprimente. Lavorare con Roger (Waters, ndr) è stato difficilissimo. All´inizio non era previsto che io fossi il regista, il mio ruolo era quello di produttore e avevo promesso a Roger che l´avrei solo aiutato a scrivere. Alla fine, però, mi consegnò nelle mani questa sua folle idea, e io mi ritrovai a dover interpretare quel che lui avrebbe voluto dire. Alcune parti della sua storia erano molto chiare, altre non lo erano affatto. Comunque è del tutto evidente che il problema vero era il rapporto tra me e Roger. Non abbiamo mai litigato per questioni artistiche, solo per questioni di ego. Lui era responsabile del suo mondo e io del mio. E i due mondi finirono per andare a sbattere. Sui titoli di testa c´era scritto: "Un film di "; lui lo fece cambiare in "Un film di Alan Parker, di Roger Waters". Non mi sono divertito per niente, fu un´esperienza davvero patetica. Ciò detto, devo ammettere che molte delle migliori sequenze animate me le trovai già belle e pronte grazie ai Pink Floyd che avevano organizzato un tour dall´impianto molto teatrale. Avevano alle spalle un muro gigantesco sul quale proiettavano queste immagini. Anche la bellissima sequenza dei due fiori che fanno l´amore e che poi si autodistruggono era già pronta, come pure le sequenze dei martelli in marcia e quelle del fascismo. Il mio compito è stato solo quello di incorporarle nella parte di film girata dal vero. In seguito ricevetti molte proposte per girare dei videoclip (del resto quello era anche il periodo in cui veniva lanciata Mtv) ma io ho sempre risposto di no - col senno di poi evidentemente sbagliando perché i videclip rendono molto. Ma francamente credo che la ragione del mio diniego sia stata proprio il ricordo di quanto fosse stato deprimente lavorare con Roger Waters. Gli altri membri della band erano persone fantastiche: David Gilmour, Nick Mason. Ma lui mi fece passare la voglia di lavorare con i musicisti. Il mondo dell´industria discografica, che adesso, con iTunes, è molto cambiato, allora era squallido, peggio di quello del cinema. Era brutta gente. E se è vero che se fai un film avere a che fare con i produttori non è cosa facile, è altrettanto vero che ci sei abituato. Se invece ti metti a lavorate con una rock´n´roll band, i musicisti avranno le loro idee, la casa di produzione la sua, il manager un´altra ancora. E io volevo assolutamente evitare tutto questo. Poi gli anni passarono e andò tutto molto meglio con Peter Gabriel: Birdy - Le ali della libertà fu un´esperienza bellissima. * * * The Commitments: è il film che mi ha più divertito fare, ogni mattina a Dublino non vedevo l´ora di andare a lavorare. Ma è una fiction che solo incidentalmente parla di musica. Il fatto è che in Irlanda tutti cantano o suonano strumenti, e anche se non sono capaci fanno finta di esserlo. Ovviamente nel film la musica fa comunque la parte del leone. Tutte le scene vocali vennero registrate dal vivo, esattamente l´opposto di quel che accade in genere. Di solito prima si registra la musica e poi la si diffonde sul set in modo che le riprese, effettuate da angolazioni diverse, siano ad essa coerenti. Generalmente sul set si canta e si suona in playback. Hollywood ha sempre fatto così. In The Commitments, invece, visto che i microfoni erano molto vicini agli attori, abbiamo utilizzato un sistema che mi permetteva di girare con le parti vocali eseguite dal vivo. In Evita feci esattamente l´opposto, abbiamo realizzato la colonna sonora prima di iniziare le riprese: quattro mesi e mezzo chiuso in uno studio a registrare musica, con Madonna sempre a fare un sacco di domande alle quali dovevo essere in grado di rispondere: quale sarebbe stata la sua posizione sul set, quali gesti avrebbe dovuto compiere... Devo dire che quella donna ha un´etica del lavoro incredibile. * * * Ci sono film che amo rivedere e altri no. Pink Floyd The Wall è stato un´esperienza deprimente e cerco di pensarci il meno possibile. Roger Waters, di recente, mi ha invitato a vedere la versione teatrale che sta portando in giro e mi ha fatto tornare alla mente brutti ricordi. Del resto è difficile capire se un film ti è caro oppure no perché ha avuto molto successo oppure no; oppure se ti è caro o meno per i ricordi che porta con sé. Io rientro in questa seconda categoria. E se è così, in generale posso dire di essere stato fortunato. La maggior parte dei film che ho fatto sono state delle belle esperienze. Non voglio dire che per fare un buon film devi per forza essere circondato da gente simpatica. Ci sono film bellissimi nati su set molto conflittuali. Un ambiente difficile non determina necessariamente un buon film o un brutto film. Però è abbastanza vero che se il clima sul set è positivo si lavora meglio. Tutto ciò detto ci sono film, come Il conformista o Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, che vengono ri-scoperti da generazioni sempre nuove. Ed è una cosa straordinaria. Ed è successo anche a Pink Floyd The Wall. Niente di male. Più gente acquista il dvd, più io ci guadagno. (Testi tratti da Alan Parker, a cura di Stefano Boni e Massimo Quaglia, Edizioni di Cineforum, Bergamo 2011)