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 2011  dicembre 02 Venerdì calendario

LE SECONDE DOMANDE MAI FATTE AL “PICCONATORE”

Che cos’è stato davvero Francesco Cossiga per la democrazia repubblicana? La nazione e il suo senso della legalità, la nozione di “picconatore”, Gladio e la P2, il caso Moro. Questo pamphlet di Nando Dalla Chiesa, da due giorni in libreria, racconta, attraverso la parabola di Cossiga, la debolezza delle virtù civiche e il conformismo mediatico entro cui scorre la vita del Paese. Pubblichiamo uno stralcio del capitolo “Docilmente”.
Cossiga piaceva perché emanava quell’aura di segreto che sempre intriga il giornalista. Dilettava l’interlocutore con le sue battute, lo domava di potere simulando l’umiltà del compagnone. E il giornalista, scrivesse per un quotidiano, lo ospitasse in tivù, lo intervistasse per un libro, rinunciava per principio a qualsiasi forma di contraddittorio. Si concedeva qualche domanda o contestazione giusto per salvare la forma. Ma poi si accollava senza troppi problemi il compito di mandare messaggi criptici, di creditare il falso ai lettori (“i nostri unici padroni”!), di colpire la memoria anche dei martiri della Repubblica.
Come dimenticare gli episodi che hanno costellato questa pratica sociale del tutto anomala, e che hanno contribuito – non poco – a inquinare la nostra conoscenza della storia nazionale? Al punto che il 12 settembre del 2007 il giudice Gian Carlo Caselli decise di mandare al Corriere della Sera una sobria lettera di protesta. Dopo l’ennesima, straripante intervista inzeppata di insinuazioni e insulti a largo raggio , e che lo avevano coinvolto su più fronti, si disse “sconcertato” che a Francesco Cossiga venissero offerti spazi tanto frequenti per le sue manipolazioni della storia repubblicana (“lo spazio che così si dà al nulla”). E per le relative denigrazioni personali. [...] Su di lui, d’altronde, Cossiga aveva mentito anche parlando del suo arrivo da volontario a Palermo nel 1993, una delle scelte più rischiose della sua vita. Lo aveva già fatto sul libro scritto con Piero Testoni nel 2000 (La passione e la politica). Il tema di partenza era quello degli intrecci di amicizie e inimicizie al Palazzo di Giustizia di Palermo negli anni precedenti le stragi del ‘92. [...]
“IN QUEL TEMPO Falcone era giudice istruttore a Palermo, dove io avevo cominciato a frequentarlo. Ne avevo fin da allora stima considerevole, al punto che quando il procuratore della Repubblica di Palermo lasciò l’incarico chiamai Falcone e gli dissi che era giunto il suo momento di occupare quel posto. Rifiutò garbatamente, spiegandomi che non era giusto perché il dottor Giammanco aveva più titoli ed anzianità di lui. Questo particolare, che ho già riferito in altre occasioni, stranamente mi procurò l’inimicizia di una delle sorelle di Falcone. Ma questo, forse, anche perché contro Giammanco, che evidentemente Falcone apprezzava, fu montata una campagna tremenda, come si disse e come poi nei fatti avvenne, al solo scopo di creare il posto a Gian Carlo Caselli e iniziare una vera e propria operazione di revisione della storia. Anzi, io stesso ho compreso solo in ritardo che l’accanimento contro Giammanco non era un fatto personale, ma avrebbe colpito chiunque avesse occupato quel posto in quel periodo. Un posto che doveva rendersi disponibile a Caselli per rafforzare la politica di ‘giustizialismo sostanziale’ della procura di Palermo”. [...] Che cosa suonava falso in questa ricostruzione? Vediamo. È certo possibile che Falcone avesse espresso in sede istituzionale considerazione per il suo superiore. [...] Difficile però, davvero molto difficile, che potesse avere indicato Giammanco come guida ideale per la procura di Palermo, e in tal senso è ben comprensibile la reazione della sorella di Falcone alla versione cossighiana. [...] Ma soprattutto non è materialmente possibile che la campagna “denigratoria” nei confronti del giudice Giammanco fosse stata orchestrata dalla fine degli anni Ottanta per fare arrivare Caselli a Palermo. Qui Cossiga riscriveva liberamente e fraudolentemente la storia [...].
E IL GIORNALISTA che lo intervistò non ebbe la reazione che avrebbe avuto qualsiasi giornalista geloso della sua funzione: “Scusi, presidente, ma che cosa sta dicendo? Caselli allora era a Torino. Non aveva fatto alcuna domanda per Palermo. Nessuno pensava che potesse giungere in Sicilia. E di Giammanco già si parlava da anni come di un magistrato inidoneo a guidare la procura di Palermo. Caselli arrivò soltanto perché si offrì volontario dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Lei vuol dire che qualcuno già sapeva da due anni che sarebbero stati uccisi Falcone e Borsellino e che per questo avrebbe spinto la candidatura di Caselli? [...]”. L’intervistatore potrebbe non avere questa prontezza di riflessi in un dibattito televisivo. Ma qui stava scrivendo un libro. Avrebbe quindi avuto tutto il tempo per riflettere, documentarsi, controbattere. [...]. Perché non lo fece? Si può immaginare che esprimesse un suo limite personale. Ma il “democratico pubblico plaudente” di Cossiga fu una entità complessa che interpretava uno spirito collettivo e andava ben oltre i (possibili) limiti personali. Era un mondo che faceva domande senza farsi domande. Era un mondo che pensava di piazzare scoop e piazzava patacche, che usava l’informazione non per di-svelare, ma per consentire all’intervistato di manipolare.